22 luglio 1987, ucciso a Londra Naji Ali

Il 22 luglio 1987 veniva assassinato a Londra il cartoonist Naji Ali, autore del famoso personaggio di “Handala”.

La vita e la storia di Naji Al-Ali

http://www.najialali.com/articles_05.html

Naji al-Ali nacque nel 1937 ad Ash – Shajara: in arabo l'albero, un piccolo villaggio nell'alta Galilea, fra Nazareth ed il lago di Tiberiade. La sua famiglia, composta da quattro figli, oltre al padre ed alla madre, era la classica famiglia contadina che viveva della coltivazione della terra intorno all' abitazione.

Ci spiega, in parte, il valore della terra, che compare in molte delle sue vignette. All'indomani della prima guerra mondiale e della caduta dell'impero ottomano, l'intera regione mediorientale, vista la sua importanza strategica, venne suddivisa fra Gran Bretagna e Francia.
Grazie all'accordo stipulato tra le principali potenze imperialiste, noto come l'accordo di Sykes-Picot, la Palestina divenne automaticamente una colonia inglese.

Il movimento sionista, forte della “dichiarazione di Balfour”, colse il momento, incrementando fortemente l'immigrazione ebraica in Palestina, e scatenando il terrore tra la popolazione araba indigena, mediante azioni terroristiche delle bande sioniste di “Irgun”, “Stern” e “Haganah”. I nuovi immigrati si insediavano nei villaggi palestinesi e nelle colonie agricole, una volta cacciati gli abitanti e contemporaneamente sorgevano insediamenti ex novo. Sia questi che le colonie, venivano edificati in stretta vicinanza dei villaggi palestinesi, su terreni di proprietà palestinese, una minima parte dei quali veniva comprata ai latifondisti, mentre la maggior parte veniva espropriata con la forza. Fino agli inizi degli anni trenta, nel villaggio di ash-Shajara, come del resto in tutti villaggi e città palestinesi, regnava una pacifica coesistenza, tra mussulmani, cristiani ed ebrei palestinesi, ossia tra i nativi della Palestina, al di la delle loro credenze religiose. Come avveniva regolarmente in quel periodo in tutta la Galilea per assorbire gli ebrei provenienti da tutte le parti del mondo, fu eretto un insediamento dall'altra parte della vallata in cui si trovava il villaggio di Al-Ali. Gli ebrei originari di Ash-Shajara, credendo nella campagna condotta dai sionisti, lasciarono il loro villagio trasferendosi nell' insediamento. Negli anni quaranta ash-Shajara, subì numerosi attacchi militari da parte dei coloni per poi essere raso al suolo definitivamente nel 1948.
Chi riuscì a sopravvivere al massacro cercò una sistemazione di fortuna nei vari campi profughi che l'ONU stava allestendo nella regione. La famiglia di Naji Al-Ali trovò rifugio nel campo profughi di Ein Al-Hilwe, vicino a Sidone, nel sud del Libano, dove tutt'ora risiede. Nel corso di un intervista Naji ha descritto cosi la vita nel campo:

“Li, la vita era al limite della dignità umana, vivevamo in sei in un'unica tenda la metà della quale era stata trasformata in una sorta di spaccio dove mio padre vendeva le sigarette, gli ortaggi, ed altri oggetti di poco valore” (dal quotidiano “Assafir” 11/6/'83).

Nonostante l'estrema povertà della famiglia, i quattro figli frequentarono la scuola elementare del campo. Già da allora emerse uno spiccato talento di Naji per l'arte. Finite le elementari, Naji dovette interrompere gli studi per lavorare. Per qualche anno fece parte dell'esercito di manodopera a bassissimo costo nelle varie raccolte stagionali. Agli inzi degli anni cinquanta, Naji frequentò per due anni un corso di meccanica presso una scuola professionale a Tripoli in Libano. Finito il corso si trasferi a Beirut alla ricerca di un lavoro.

Come casa aveva una tenda offertagli dall'UNRWA nel campo profughi di Chatila.
Negli anni 50, grazie al petrolio, i paesi arabi del Golfo ebbero un notevolissimo sviluppo, diventando così meta di molti giovani arabi alla ricerca di un lavoro. I palestinesi avevano a loro favore il fatto di essere tra i più preparati, sia a livello tecnico-professionale che a livello accademico. Cosi, nel '57, Naji emigrò in Arabia Saudita, ma, non riuscendo a sopportare a lungo la lontananza dalla sua famiglia, nonché dalla sua gente, nel '59 tornò in Libano. In quei due anni cominciò ed interessarsi in modo predominante all' arte. Al suo rientro a Beirut si iscrisse all' “Accademia delle Belle Arti” libanese.

Nel frattempo, soprattutto dopo la NAKBA del 1948, nel mondo arabo si stava diffondendo il “panarabismo” quale ideologia nonché strumento di lotta, non solo contro Israele per la liberazione della Palestina, ma anche contro l'Occidente imperialista. La vittoria della rivoluzione di Nasser in Egitto negli anni '50 diede al panarabismo una grande spinta. I palestinesi furono tra i principali fondatori e attivisti di questo movimento. Nel 1959 Naji si iscrisse al movimento per scoprire di non essere adatto alla militanza partitica. Infatti dopo appena un anno diede le dimissioni. Di questa sua militanza disse:

“Nonostante tutte le mie convinzioni, non riuscivo a ritrovarmi nel partito. Loro discutevano tanto, ho imparato molto. Da allora ho capito che il Giorno verrà e che la Rivoluzione avverrà” (Rivista “Al Hurriyeh” del 20/8/1979).

In questo periodo di militanza partitica, venne arrestato per ben sei volte. Ciò gli impedì di proseguire i suoi studi all'Accademia. Alla fine si trasferì a Tiro dove per tre anni insegnò arte in una scuola locale. Naji fece anche parte di un gruppo teatrale “legato” al movimento pan-arabo ma gradualmente, si orientò verso un altro campo artistico, meno caro, di più facile esecuzione ed in grado di raggiungere più facilmente un maggior numero di persone: la caricatura. Del resto, lui stesso aveva già sperimentato la caricatura come “mezzo di comunicazione” durante la sua prigionia. Il quotidiano libanese “Al- Yawm” fu il primo a pubblicare le sue vignette. Nel 1961 conobbe Ghassan Kanafani (politico e letterato palestinese) che, colpito dalle sua vignette, le fece pubblicare sulla rivista “Al- Hurriyeh”, organo del movimento pan-arabo.

Agli inizi degli anni '60 la situazione dei palestinesi in Libano ando sempre più deteriorandosi. Gli spazi lavorativi ai quali potevano accedere, si stavano restringendo sempre più. In Kuwait in quel periodo la stampa e l'attività giornalistica godevano di una certa libertà. La concomitanza di questi ed altri fattori, spinsero Naji ad immigrare in Kuwait, tra cui l'invito a collaborare alla rivista “Attali'ya”(kuwaitiana), legata al movimento pan-arabo. In un primo periodo Naji fu parte integrante della redazione della rivista, come giornalista e vignettista. Presto però tale attività si rivelò insufficiente. In un'intervista rilasciata al quotidiano “Assafir”, del 19/7/'83, ebbe, a tal proposito, a dire:

“Ho scoperto che il mio lavoro settimanale non mi bastava. Avevo bisogno di un rapporto quotidiano con la gente”.

Così lasciò “Attali'a” per collaborare al quotidiano kuwaitiano “Assiyasyat”, dove lavorò fino al 1974. Naji continuò a mantenere uno stretto rapporto con la rivista libanese “Al-Hurriyeh” dove regolarmente comparivano le sue vignette. La caricatura poteva e doveva svolgere un ruolo importante nella sensibilizzazione e nella mobilitazione delle masse per la difesa dei propri diritti. Cosi l'arte diventò per Naji Al-Ali un dovere in quanto strumento di lotta. Attraverso le sue vignette riuscì a trasmettere le giuste cause. Per fornirsi di maggiori strumenti, si mise a studiare le varie forme di caricatura e anche la storia e la cultura araba, interrompendo, di fatto gli studi accademici. Il soggiorno di Naji in Kuwait fu, quindi, determinante per la sua attività artistico-professionale. In quegli anni, infatti, riuscì a costruirsi una solida formazione, che gli consentì di affermarsi su diversi giornali e riviste, entrando a far parte del mondo, peraltro abbastanza esclusivo, dei vignettisti di fama mondiale. Nel 1973 scoppiò l'ennesima guerra arabo-israeliana.

Era ormai evidente che l'alleanza di imperialismo-sionismo-paesi arabi conservatori, mirava a liquidare la questione palestinese. Facendo leva sui falangisti libanesi, l'alleanza scatenò, in Libano, una guerra civile, allo scopo di stornare l'attenzione della resistenza armata palestinese dai propri obbiettivi primari, e prepararne l'espulsione dal paese. Consapevole dei pericoli che correva la causa palestinese, Naji tornò in Libano nel l974, e li collaborò con il quotidiano “Assafir” fino al l983. Durante il periodo trascorso in Kuwait, attraverso le vignette, registrò e descrisse tutte le realtà e i temi che interessavano in quegli anni la vita del popolo arabo:

le questioni sociali o di “costume”, come la povertà, la burocrazia dei governi, la corruzione, ecc., tutti elementi diffusi allora come oggi nel mondo arabo;

l'immigrazione iraniana nei paesi del Golfo negli anni '60;

la situazione politica generale del mondo arabo, sottolineando l'assenza di qualunque forma di democrazia,sostituita, invece dall'ampio uso della repressione e del terrore, da parte dei regimi;

l'unità araba;

il petrolio ed il suo uso illegittimo; 
la questione palestinese ed il conflitto arabo-israeliano.

La guerra arabo-israeliana del 1973, provocò un grande disorientamento tra la popolazione araba, per le tante attese andate regolarmente deluse, e per il crollo di diversi regimi arabi. Il Libano non fu immune da tali ripercussioni “psicologiche”.

La “patria dei cedri”, confinante con lo Stato Israeliano, e dove, grazie alle lotte, le forze socialiste e progressiste locali avevano fatto non poche conquiste, divenne un fertile terreno per la riorganizzazione della resistenza armata palestinese, dopo la sua espulsione dalla Giordania, in seguito ai tragici eventi del “settembre nero”. In tale contesto, per destabilizzare un paese che poteva diventare fonte di non pochi problemi per gli interessi imperialisti-sionisti nella regione, l'alleanza Israele-Occidente scatenò una sanguinosa guerra civile sostenendo i falangisti e i collaborazionisti, nel sud del paese.

Questa guerra non risparmiò nessuna famiglia, libanese o palestinese, residente in Libano. In moltissimi, per aver salva la vita, abbandonarono il paese. Naji, invece, rimase a combattere, con i propri mezzi, la guerra, ad incitare i proletari e gli oppressi ad unirsi nello scontro contro i fascisti e la borghesia, a non farsi ingannare dalle bandiere professional-religiose, dietro le quali si nascondeva il nemico di classe, quello sionista e fascista.

Contemporaneamente, consapevole degli errori che venivano commessi dalle forze nazionaliste libanesi e dalla stessa resistenza palestinese, Naji non risparmiò, con l'ironia delle sue vignette, i loro leaders invitandoli a non dimenticare le masse ed a rimanere sensibili all'autenticità della causa.

Ciò non lo rese particolarmente popolare in alcuni ambiti politici, anche palestinesi, specialmente in quelli che detenevano (e detengono tuttora) il potere nelle strutture dell'OLP. Inoltre, a rendere la sua posizione ancor più vulnerabile, era che Naji non militasse in alcuna forza politica determinata, né palestinese, né libanese. Egli, infatti riteneva di riuscire a dare di più alla causa lottando indipendentemente dalle istituzioni.

In un'intervista alla rivista “Al-Hussna' As-Sahira”, del l5/8/'75, Naji disse:

“Io milito per la causa palestinese e non per le singole fazioni palestinesi. Non disegno per conto di qualcuno, disegno solo per la Palestina, che per me si estende dall'Oceano Atlantico fino al Golfo (si intende tutto il mondo arabo n.d.r.)”.

In conseguenza a questo suo atteggiamento, Naji al-Ali subi diverse minacce ed alcuni cercarono di corromperlo. Convinto delle proprie idee, continuò a disegnare e ad esprimersi, portando avanti la sua lotta nel modo che riteneva giusto. Chi seguì l'opera di Naji Al-Ali in quegli anni, non poté non notare l'evoluzione delle sue vignette. Da semplice disegno umoristico, la vignetta, nel mondo arabo, si stava trasformando in uno strumento capace di far pensare alla possibilità e alla necessità del cambiamento radicale. Fino agli anni 60, infatti, la caricatura araba trattava solamente tematiche sociali, e Naji fu il primo ad usare la vignetta con profondi intenti politico-rivoluzionari.

Così, nel giro di poco tempo, divenne, non solo l'espressione dell'umiliazione del popolo arabo, ma anche l'attento ed il sincero “portavoce” degli oppressi e dei poveri. Nel marzo '76 il “Centro Scientifico per l'Informazione”, legato al quotidiano “Assafir”, pubblicò il primo libro di Naji al-Ali, che comprendeva diversi capitoli suddivisi per temi. E' superfluo sottolineare, a questo punto, come la questione palestinese fosse l'argomento principale delle vignette. Queste vennero esposte in vari Paesi del mondo: da Cuba al Kuwait, dalla Siria agli USA. Joan Afrique, una studiosa francese di origine africana, in un suo studio sulla caricatura araba, di Naji al-Ali, scrisse:

“Riesce a riportare con estrema chiarezza i disagi e le amarezze dell'uomo comune”.

La rivista londinese “Events” considerò Naji Al-Ali come “uno dei testimoni fondamentali della nostra epoca storica” (“Assafir” 7/ll/'80).

Per due anni consecutivi, nel l979 e nel l980, Naji vinse il primo premio alla “Mostra del Disegnatore Arabo”. e, sempre nel l980, divenne presidente della “Lega dei Caricaturisti Arabi”.

Con un futile pretesto, nel l982, l'esercito israeliano invase il Libano. Lo scopo reale era quello di dare un colpo mortale alla resistenza armata palestinese presente in Libano, togliendo, quindi, ai palestinesi, una delle ultime carte a loro disposizione nella lotta contro Israele.
In quel periodo Naji Al-Ali si trovava a Beirut. Quando l'esercito israeliano raggiunse la cittadina di Sidone, Naji vi si trasferì ritenendo doverosa la sua presenza in prima fila per combattere gli invasori. Non usò mai le armi. La sua presenza sul campo di battaglia ebbe più che altro il valore morale di sostenere chi lottava contro gli aggressori. A Sidone, Naji rimase per circa un mese. Di questa sua esperienza successivamente raccontò:

“Quando gli israeliani hanno invaso Sidone, ero lì. Con gli altri abbiamo affrontato il terrore e la paura. Per giorni e giorni eravamo il bersaglio delle artiglierie e dei raids aerei. Con i miei occhi ho visto la distruzione, la morte… Sotto la minaccia dei fucili israeliani siamo rimasti senz'acqua e senza cibo per due giorni sulla spiaggia sotto il sole cocente. I barbari ci dovevano controllare per arrestare chi ritenevano opportuno. A Sidone sono rimasto per un mese. In quei giorni non ho disegnato affatto. Anche se avessi potuto farlo, non avrei saputo fare arrivare le vignette ai giornali. Quando gli invasori hanno assediato Beirut, mi sono trasferito li, nella capitale” (“Al-Arabi”, N. 297, agosto l983).

Arrivato a Beirut, Naji era sempre in prima fila per difendere la città e per proteggere i libanesi e i palestinesi dalla barbarie degli israeliani. L'assedio di Beirut durò per più di tre mesi. Naji disegnò tantissimo incitando, attraverso le vignette, la gente a combattere e a resistere fino alla vittoria o al martirio. In un'intervista all'ascia'b Al-Urduniyyeh del l0/l2/l984, Naji descrisse così quel periodo:

“In quei giorni non c'era differenza fra la vita e la morte. I palazzi e le mura crollavano come degli scatoloni di carta. Nonostante tutto il morale della gente era altissimo. Nessuno cedeva. Anzi, moltissimi hanno fatto dei propri corpi barricate e dighe contro gli invasori.”

In coerenza con le sue idee e consapevole della vera natura del nemico, si dichiarò subito contrario alle trattative, sponsorizzate dagli USA, tra la leadership palestinese e gli israeliani. Anzi, andò oltre.

Attraverso le vignette incitò i combattenti a non deporre le armi e a non farsi illudere dalle promesse americane. Era conscio dei pericoli che correvano i campi profughi palestinesi una volta disarmati e lasciati alla mercé degli israeliani e dei falangisti libanesi. Dopo nemmeno una settimana dalla partenza dei guerriglieri palestinesi (come sancito dagli accordi firmati tra le parti), l'esercito israeliano occupò tutta la parte Ovest di Beirut (dove risiedeva la popolazione palestinese nonché la resistenza nazionale palestinese). I falangisti, appoggiati dai sionisti, consumarono uno dei massacri più orribili dei nostri tempi, quello di “Sabra e Chatila”. In tal modo, conquistarono il pieno controllo di tutta la parte Ovest di Beirut.
Quindi, ebbe inizio, casa per casa, la caccia all'uomo. Nel mirino c'erano tutti gli attivisti libanesi e palestinesi. Il quotidiano degli Emirati Arabi “Al-Fajr” del ll/7/l983, riferisce che Naji Al-Ali passò, in quei giorni, in clandestinità, trascorrendo circa sette mesi nei sotterranei della capitale libanese. A maggio di quell'anno, lo stesso Centro di Informazione, legato al quotidiano “Assafir”, pubblicò un secondo libro di Naji Al-Ali che conteneva 250 vignette e mise in evidenza l'ulteriore evoluzione dell'opera di Naji; la maggior parte delle vignette era senza commenti. Presentando il libro sulle pagine del suo giornale, Talal Salman, il direttore di “Assafir”, scrisse:

“Per Naji Al-Ali non esistono le soluzioni intermedie. Per lui esistono solo il bianco e il nero. Non c'e posto per il grigio. Ciò che si trova tra questi due estremi, per Naji e un campo di battaglia eterno tra ciò che c'è e ciò che ci dovrebbe essere”.

Dopo la clandestinità, Naji immigrò in Kuwait. In un'intervista rilasciata alla rivista saudita “Al-Yamamat”, del maggio l984, motivò così la sua decisione:

“Ho lasciato Beirut per motivi politici e non per la mia sicurezza personale. Chi deve morire muore ovunque. Il Centro di Ricerche Palestinesi e stato chiuso. Sul quotidiano “Assafir” e stata imposta una censura opprimente. Così mi sono sentito pronto per tornare all'altro fronte … in Kuwait … dove, attraverso la stampa, relativamente libera, potevo portare avanti il mio impegno e la mia lotta”.

L'allontanamento dei guerriglieri palestinesi dal Libano e la loro successiva dispersione in diversi paesi Arabi diede un colpo pesante alla rivoluzione palestinese. Questo condusse Naji Al-Ali alla depressione o alla disperazione. I suoi ideali, l'unità araba, la libertà ed il socialismo, lo guidarono in questa fase molto delicata alla ricerca del come unire tutte le forze arabe su basi nuove per poter far fronte alle mire imperialiste e sioniste nella regione. Si rese conto che bisognava continuare a lottare instancabilmente, ognuno con i propri mezzi. A tal proposito, disse:

“In questa fase dannata il mio ruolo assomiglia sempre di più al ruolo del muezzin … devo mobilitare e sensibilizzare la gente … non devo smettere di disegnare … continuerò … Se non trovo un giornale disposto a pubblicare le mie vignette, disegnerò sugli alberi, sui marciapiedi. Intorno a noi è grigio, però è in condizioni come queste che il mio ruolo diventa più chiaro … In queste condizioni i miei sentimenti sono più limpidi … dovrei smascherare coloro che si riempiono la bocca con le parole … nel buio c'è tutto … per ripristinare i nostri diritti, la lotta è l'unico linguaggio. Il fulcro di tutto e la democrazia. Le nostre frecce vanno lanciate contro le catene, le maschere, le carceri e le leggi truffa … la repressione non ha mai regalato la democrazia … la repressione non cede spontaneamente … la repressione non si suicida … VA UCCISA. Per poterla uccidere, bisogna lottare. Nessuno ha la soluzione pronta. La soluzione nasce dal conflitto … per questo, il conflitto deve essere mantenuto vivo” (“Al-Qabas”, l2/5/l984).

Tornato in Kuwait, iniziò a collaborare con il quotidiano kuwaitiano “Al-Qabas”. In quei giorni le sue vignette attaccavano aspramente i regimi arabi per la loro totale sottomissione alla volontà degli USA.

Il crescente terrore e l'escalation esasperata della repressione che i regimi arabi esercitavano contro i loro popoli, andavano di pari passo alle pressioni che l'amministrazione USA esercitava sui governanti della regione. 
Per questo, il quotidiano americano “New York Times” scrisse:

“Le vignette di Naji Al-Ali rispecchiano fedelmente l'opinione che il cittadino arabo ha degli USA” (“al-Mawkef”, N. 47, 6/3/l985).

Il 2/2/1985, sempre a Kuwait City, espose la maggior parte delle sue vignette. La mostra durò dodici giomi, riscuotendo un notevole successo. Il quotidiano “Al-Qabas” commentò così

“L'immenso successo che la mostra ha riscosso, esprime la coscienza del cittadino arabo, dei suoi problemi quotidiani ed esistenziali”.

Nello stesso anno la stessa casa editrice di “Al -Qabas” pubblicò il terzo libro di Naji Al-Ali. Il libro conteneva 208 vignette concentrate soprattutto sulle realtà di terrore e di repressione regnanti nel mondo arabo.

A metà del 1983, scoppiò purtroppo, un conflitto armato fra le svariate fazioni palestinesi. 
Naji Al-Ali condannò severamente questa guerra fratricida. Invitò le varie formazioni palestinesi a risolvere i propri conflitti attraverso il dialogo, e a risparmiare le armi e le vite dei combattenti, per la lotta contro Israele. Indicò la leadership dell'OLP come responsabile principale di questa assurda guerra. Criticò aspramente la borghesia palestinese che di fatto controllava tutte le strutture dell Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

Di conseguenza invitò tutti coloro che erano fedeli alla causa a riflettere sui pericoli che incombevano sull'OLP per la totale mancanza di democrazia nelle sue strutture nonché per l'ormai evidente tendenza della leadership ad accettare i vari piani USA. 
Chiaramente tutto ciò scatenò l'ira della casta burocratica che vi deteneva (e che detiene tutt'ora) il potere. Questa leadership fece scattare su vari quotidiani e riviste palestinesi (“Falastin At-Tawra ', “Al-Ufuk” “As-Sahkra”) nonché su vari giornali arabi filo-governativi (e quindi di destra) una campagna diffamatrice contro Naji Al-Ali, accusandolo di essersi venduto per modiche somme di denaro ad alcuni regimi arabi che cospiravano contro la Rivoluzione.

Ad aprile del 1984, a Naji fu negato di partecipare alla mostra per la Terra di Palestina che si teneva a Kuwait City. Come se non bastasse, la destra palestinese riuscì ad istigare gli studenti islamici delle Università kuwaitiane a scendere in piazza per manifestare contro di lui, accusandolo di ateismo e di anti-Islamismo. Contro questi attacchi gratuiti condotti dalle destre palestinesi ed arabe, a difesa di Naji Al-Ali scesero in piazza tutte le forze progressiste e nazionaliste arabe. La rivista kuwaitiana “Attali'ya” del 5/4/1984 scrisse.

“La borghesia palestinese, escludendo Naji dalla Mostra per la Terra di Palestina, spera di uccidere le sue idee nazionaliste e democratiche. Questa casta vorrebbe cucire la bocca a chi sostiene la necessità di ripulire le strutture dell Olp dagli opportunisti e da chi vive sulle spalle della Rivoluzione e del Popolo. Tutto ciò comunque non costituisce una novità. Già altre volte questi burocrati hanno fatto ricorso alle minacce e ai ricatti per intimidire gli artisti e gli intellettuali.”

Il quotidiano “al-Watan” del 15/4/1984 scrisse:

“Naji Al-Ali è un fenomeno umano … un fenomeno arabo-palestinese, figlio della Palestina, figlio della Terra, figlio del Popolo Arabo. Nessuno meglio di lui riporta i sentimenti, le aspettative, le depressioni, gli umori di milioni e milioni di Arabi … dall'Oceano al Golfo … In altri paesi un fenomeno così raro come lo è Naji Al-Ali viene protetto, stimolato. Da noi, invece, per curare i propri interessi, alcuni dei nostri leader non esitano a distruggerlo … ad eliminarlo….”

Nonostante l'enorme appoggio popolare che Naji Al-Ali ottenne in quei giorni, la destra Palestinese continuò la sua campagna. La cospirazione andò oltre. I burocrati palestinesi premendo sul governo kuwaitiano ottennero 1'espulsione definitiva di Naji nel novembre del 1985.

Tutti i governi arabi gli rifiutarono accoglienza. Per questo decise di trasferirsi a Londra.

Insieme a sua moglie ed ai suoi figli, si recò a Londra. La sua espulsione dal Kuwait nonché il rifiuto di tutti i paesi arabi ad accoglierlo non lo misero in crisi. Questa nuova situazione diede più vigore alla sua lotta. Da Londra continuò a collaborare con il quotidiano kuwaitiano “Al-Qabas”. Inviò i suoi lavori anche al quotidiano giordano “Saut Ascia'b” che pubblicò regolarmente le sue vignette. Il suo sogno era di stabilire un contatto diretto con quella parte del Popolo Palestinese rimasto nella propria terra, in Palestina. Così, pur non condividendo il programma del Partito Comunista Israeliano, accettò di collaborare con il suo organo “Al-Ittihad”.
Mai come allora le opere di Naji vennero pubblicate contemporaneamente in varie parti del mondo arabo, dal Cairo a Beirut, da Bagdad a Tunisi, da Parigi a Londra (in queste due realtà vengono pubblicati vari quotidiani in lingua araba). Le attività di Al-Ali non si limitarono ai giornali e alle riviste arabe. Nel 1986 espose in vari ambienti londinesi. Lo scopo era di far conoscere agli inglesi la giusta Lotta del Popolo Palestinese per i propri diritti, il diritto al ritorno, all'autodeterminazione e ad uno Stato Palestinese Indipendente sulla Terra di Palestina.

In tutta la sua vita, non cercò la fama, e ancor meno il successo economico. Mirò unicamente a servire il suo popolo e la sua patria, pagando a caro prezzo le sue idee ed il compito che si era prefisso. La sera del 22/7/1987, a Londra, uno sconosciuto gli sparò. Dopo più di un mese di coma, alle 5 del mattino del sabato 30/8/1987, Naji morì, lasciando in eredità al suo popolo, e al mondo, circa 40.000 vignette, frutto di 25 anni di instancabile e appassionata attività in favore degli oppressi di tutto il mondo.

Source: http://www.tmcrew.org/int/palestina/najialali/vitanaji.htm
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