5 italiani sotto le bombe.

Da www.repubblica.it del 12 giugno

cooperanti sono bloccati in città e aspettano di essere evacuati
Lavorano da anni, assistendo i palestinesi: "Ora abbiamo paura"

Gaza, cinque italiani sotto le bombe
"Intervenite per salvare i civili"

di PAOLA COPPOLA

Gaza, scontri tra Hamas e Fatah

"SIAMO barricati in casa: le strade sono deserte, si sentono solo i rumori degli scontri e le ambulanze. Vediamo i blindati delle forze di Abu Mazen, vogliamo andare via ma non possiamo muoverci: certo che abbiamo paura, cerchiamo però di mantenere alto l’umore". Mentre parla al telefono la voce di Mary viene spesso coperta dalle sirene e dagli spari fra i miliziani di Hamas e gli uomini di Forza 17, la guardia presidenziale. Fa delle pause: "Senti?", dice.

Mary è uno dei cooperanti italiani bloccati a Gaza City, accolti in casa da una famiglia palestinese nei piani bassi di un palazzo a vetri, quello che ospita anche la sede dell’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati, l’Unrwa. Si trovano nella zona vicino al lungomare fra il campo profughi di Shaati e il palazzo presidenziale, quella che ieri è diventata un campo di battaglia.
Passeranno lì la notte, nella stanza più lontana dalla strada, e se la situazione dovesse peggiorare si rifugeranno in cantina. Sono in cinque, tutti abituati al caos della Striscia, ai raid israeliani, ma – raccontano – sorpresi questa volta "dal precipitare così rapido della situazione", "dall’improvviso clima da guerra civile". Tre donne e due uomini che lavorano per diverse ong, Acatemera e Arianna per EducAid di Rimini, Mary per Jalla di Milano e Martino e Sergio per Gvc di Bologna, il gruppo di volontariato civile che ricostruisce nella Striscia le cisterne d’acqua bombardate.

Sono bloccati a Gaza City almeno finché il valico di Eretz resterà chiuso. "Non è la prima volta che i nostri cooperanti vengono evacuati", racconta Elisabetta Belloni, responsabile dell’Unità di crisi della Farnesina. "Anche nei giorni scorsi gli avevamo detto di uscire dalla Striscia per l’aggravarsi della situazione ma hanno scelto di restare. Ora stiamo aspettando che si creino le condizioni per portali via, lo faremo appena sarà possibile".


Le ore più calde degli scontri le hanno passate chiusi in un bagno nel retro della casa. "Abbiamo tutto quello che ci serve, non ci mancano né cibo né acqua. Ma non ce l’aspettavamo che le cose andassero a finire così", spiega Acatemera che da alcuni anni lavora insieme ai bambini palestinesi.

Nelle prossime ore resteranno in contatto con il console generale di Gerusalemme, Nicola Manduzio, responsabile dei rapporti con l’Autorità palestinese: "Ci coordiniamo con il consolato. Aspettiamo solo di uscire", aggiunge la cooperante di EducAid.

Non sanno bene quello che accade fuori, le notizie arrivano dal telefono da altre famiglie palestinesi, chiuse in casa come loro. "La situazione è confusa, non possiamo affacciarci", dice Mary che con Jalla segue progetti sportivi per i bambini. "Molti media locali non funzionano, e le radio continuano a trasmettere musica, segno che le redazioni sono svuotate".

Poi Mary vuole precisare: "La popolazione non è d’accordo con questa guerra: questo è solo uno scontro tra fazioni che si contendono il potere". E aggiunge: "E’ importante che in queste ore arrivi alla comunità internazionale un appello: fate pressioni per aprire i valichi, c’è bisogno di aprirli per permettere ai civili di salvarsi, di scappare".

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