60 anni dalla Nakba: ‘Noi restiamo’.

Noi Restiamo

Nulla può cancellare la legittimità della lotta palestinese per la giustizia e l’autodeterminazione, scrive Mustafa Barghouti*

A distanza di 60 anni da ciò che i palestinesi chiamano la Nakba o la catastrofe – ma che sarebbe forse più appropriato definire la prima stagione della pulizia etnica in terra palestinese –, ci troviamo di fronte ad una ironia sorprendente. I palestinesi e gli israeliani sono entrati in competizione tra loro per entrare con il maggior numero di precedenti storici assoluti nel Guinness dei primati.

A Betlemme i palestinesi hanno prodotto la chiave più grande del mondo, simbolo del diritto di ritorno, e la bandiera più grande del mondo, simbolo del diritto, tuttora negato, dei palestinesi all’autodeterminazione. E hanno scritto la lettera di protesta più lunga che ci sia mai stata scritta, a nome dei migliaia di detenuti politici palestinesi e in difesa della causa della libertà.

Nel frattempo, gli israeliani hanno preparato il piatto di hummus più grande del mondo, quale simbolo della loro risoluta volontà di appropriarsi della cultura palestinese come già della maggior parte delle terre palestinesi nonché dei diritti politici dei palestinesi.

Ciascuna parte ha il proprio modo di commemorare la fondazione del così detto Stato di Israele. Forse il libro migliore da leggere a questo proposito è The Ethnic Cleansing of Palestine (la pulizia etnica della Palestina) di Ilan Pappe. In questo libro, il più recente della sua produzione, lo storico israeliano sistematicamente, puntigliosamente, e con estremo rigore ed oggettività, smonta la falsa narrativa sionistica relativa agli avvenimento tra il 1947 ed il 1948. Pappe sostiene che l’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi non fu un fatto casuale di tipo bellico, quanto piuttosto l’obiettivo militare deliberato a cui miravano le prime unità israeliane. Per dimostrare la fondatezza delle sue conclusioni, Pappe presenta un’estesa documentazione relativa a più di trenta massacri orrendi compiuti contro i civili palestinesi ed alla distruzione di villaggi palestinesi ad opera del Haganah, dell’Irgun e della banda Stern. L’opera di Pappe, di valore immenso, rappresenta l’ultima tappa di un percorso che include studi analoghi di studiosi rinomati come Avi Shlaim, Walid Al-Khalidi ed Edward Said.

Se il primato israeliano per l’operazione di pulizia etnica più rapida della storia è stato ormai superato da altri, gli israeliani ora detengono il primato per la più lunga occupazione della storia moderna. Cinque anni fa, l’occupazione israeliana della Cisgiordania (compreso Gerusalemme) e di Gaza, risalente al 1967, superò il primato ottenuti dai giapponesi in Corea.

Non contento di ciò, Israele coronò questo trionfo con una perversa variante sul tema, incontestabilmente unico del suo genere: trasformò l’occupazione nella forma peggiore dell’apartheid mai conosciuta dalla storia. A testimoniare il fatto, eminenti figure come l’ex Presidente statunitense, Jimmy Carter, e Ronnie Kasrils, di origine ebraica, l’attuale ministro responsabile per i servizi di intelligence in Sudafrica. Entrambi hanno esaminato le condizioni sul terreno entrambi hanno hanno deciso di non tacere e di non retrocedere di fronte al terrorismo intellettuale esercitato dagli israeliani: hanno saputo ascoltare la voce della coscienza, della causa dei diritti umani, e della storia della lotta contro l’apartheid in Sudafrica.

Sappiamo, naturalmente, che l’attuale Presidente statunitense, George W Bush, e molti altri leader occidentali hanno aderito senza indugi alle celebrazioni del sessantesimo anniversario della fondazione d’Israele, distogliendo accuratamente lo sguardo da ciò che succede ai palestinesi. Ma siamo anche consapevoli del fatto che, nonostante la parzialità in genere pro-israeliana dei media occidentali, agli occhi dell’opinione pubblica occidentale l’immagine d’Israele ha subìto un notevole calo di consensi. E non ci sfugge un altro fatto, il quale reca testimonianza dell’ipocrisia caratteristica della politica dei nostri giorni: il nome di Nelson Mandela, uno delle figure più celebri e rispettate del mondo, rimane tuttora incluso nella lista dei terroristi custodita dal Congresso staunitense, insieme a quello dell’African National Congress, il partito oggi al governo in Sudafrica.

Oltre a questo quadro di ipocrisia, di distorsione della verità e di auto-inganno, il triplo primato israeliano – ovvero l’operazione di pulizia etnica più rapida della storia, l’occupazione più durevole, l’apartheid peggiore – non solo rappresenta una ingiustizia imperdonabile inflitta al popolo palestinese ma anche un’offesa imperdonabile agli stessi ebrei ed alla memoria della sofferenza e della persecuzione che loro hanno subìto per mano nazista in momenti storici precedenti.

Con la lotta contro l’apartheid, i palestinesi combattono per il diritto dei rifugiati palestinesi di vivere dignitosamente nella propria casa nazionale come fanno gli altri popoli, e combattono per recuperare il diritto, negato, alla autodeterminazione.

A sessant’anni dalla sua fondazione, l’establishment israeliano, ora dominato dai generali della guerra e dai capitani del complesso militare-industriale, non riesce, nonostante gli sforzi compiuti in questo senso, a minare la legittimità della lotta palestinese per i diritti umani universalmente riconosciuti dell’uguaglianza, della libertà, dell’autodeterminazione. E inoltre non riuscirà mai a confutare la nota conclusione espressa da Mandela in merito alla causa palestinese, definendola la sfida principale di fronte alla coscienza umanitaria a livello internazionale.

            I sostenitori dell’occupazione israeliana non cessano di stupirsi della tenacia con la quale i palestinesi si rifiutano di cedere di fronte alle offese più crudeli. Non riescono a nascondere il proprio stupore di fronte al rigenerarsi costante dell’impeto che l’attiva rivendicazione dei diritti palestinesi riceve dalle nuove generazioni di palestinesi – compresi persino coloro che sono nati e cresciuti nella Diaspora –  la cui percezione del male e dell’ingiusto, non fa che accentuarsi nel tempo.

Nonostante i nostri fallimenti, le scissioni, gli errori, e nonostante le crudeltà che il mondo, vicino e lontano, ci ha riservato, noi palestinesi avanziamo, lottiamo per mantenere accese le torce dell’autostima, della speranza e della fiducia nel valore della giustizia umana.

Nel frattempo, in termini di ogni valutazione che tiene conto dei valori umanitari, Israele, il quarto esportatore di armi nel mondo, il detentore di 400 testate nucleari, la causa di guerre incessanti, il motore di un’economia che prospera grazie alle terre, all’acqua, al sudore di altri, sprofonda sempre di più; si ostina a contrastare quel moto verso la giustizia che non hanno saputo frenare poteri coloniali ben più grandi ed antichi di Israele: in India, nell’Algeria, in Sudafrica, e che, senz’altro, non fermeranno nella Palestina. 

* L’autore è segretario generale del Palestinian National Initiative.

http://electronicintifada.net/v2/article9536.shtml

Traduzione per Infopal di Alexander Synge

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