A Marsiglia i giudici fermano la repressione

Marsiglia. Di Alessandro Barbieri e Emily Pomponi. La censura non si ferma in Francia, con reparti dell’esercito e un massiccio contingente di forze dell’ordine schierati, dopo che la prefettura della Bouches du Rhône ha emesso un’ordinanza che vietava la manifestazione a sostegno della Palestina prevista sabato 9 dicembre, a Marsiglia. Ordinanza che è stata infine annullata dal tribunale amministrativo, poche ore prima dell’inizio del corteo.  Il divieto era stato imposto a seguito di una richiesta alla prefettura da parte dell’onorevole Meyer Habib, deputato della comunità francesi in Israele e sostenitore di Netanyahu e del massacro in corso.

Venerdì era stato presentato dalle associazioni organizzatrici un ricorso per annullare l’ordinanza, che, secondo la sentenza del giudice amministrativo, si basava su “finti motivi di incitamento all’odio e alla violenza, sul rischio di slogan o atti antisemiti e apologia del terrorismo”. Per i legali delle organizzazioni “si trattava di un tentativo di continuare a criminalizzare le manifestazioni a sostegno della Palestina” che, a detta degli avvocati, costituiva la “violazione di una libertà pubblica fondamentale”.

Nella sua ordinanza, la Prefettura  ha denunciato il riferimento esplicito alla “prima Intifada” e ha fatto riferimento agli incidenti verificatisi in occasione di precedenti manifestazioni vietate, con l’intervento delle forze dell’ordine per comminare multe ai partecipanti, anche se tutto si svolgeva pacificamente. Inoltre, ha equiparato il sostegno alla Palestina al sostegno ad Hamas e ha denunciato i crimini di Israele con l’antisemitismo.

Gli avvocati delle organizzazioni che sostengono la Palestina hanno respinto queste argomentazioni, sottolineando che essere “pro-Palestina” non significa essere antisemiti e che la manifestazione era stata indetta anche da un’associazione ebraica, come l’Unione ebraica francese per la pace. Le quindici organizzazioni politiche hanno firmato un comunicato stampa che denuncia “la criminalizzazione del sostegno al popolo palestinese e alla resistenza palestinese”. Esse sottolineano di “essersi sempre opposte all’antisemitismo e di rifiutare l’uso che il governo fa di questa lotta a fini repressivi”. Regine Fiorani, portavoce della Cgt (il maggiore sindacato francese), ha dichiarato che si “deve sanzionare Israele, non le manifestazioni filo palestinesi”, chiedendo “la convocazione dell’ambasciatore di Gerusalemme all’Eliseo per rispondere dei crimini di guerra”  e, a livello popolare, attraverso “il boicottaggio dei prodotti israeliani che alimentano l’economia bellica”.

Le quindici organizzazioni hanno dato il loro sostegno al collettivo Urgence Palestine e, si legge in una nota, hanno chiesto di allargare il movimento per continuare a denunciare i crimini coloniali di Israele e per non tacere su questo tentativo di intimidazione del governo francese, che “è in linea con la criminalizzazione di ogni sostegno alla causa palestinese dall’inizio del massacro”.

La manifestazione si è, quindi, svolta pacificamente e ha visto la partecipazione di qualche migliaio di persone, oltre che di esponenti politici di primo piano, in particolare della France Insoumise. Si è, infine, conclusa davanti all’ospedale europeo di Marsiglia, dove il personale sanitario della struttura ha letto delle testimonianze dei colleghi di Gaza, per denunciare le condizioni disumane in i cui medici e infermieri palestinesi sono costretti a lavorare e la continua violazione del diritto internazionale, che vieta gli interventi militari nelle strutture ospedaliere. Tra le altre, è stata riportata la lettera del direttore dell’ospedale di Al Shifa, che racconta le ore successive al bombardamento israeliano “dopo l’attacco non possiamo più parlare di struttura sanitaria, sono rimasti solo dei muri all’interno dei quali le persone muoiono dissanguate. Non è più un ospedale, ma una fossa comune. Ci sono circa  5000 persone qui, molte famiglie sono venute a ripararsi nei corridoi dei reparti e ora si trovano assediate come noi. L’odore della morte ha cominciato a diffondersi in mezzo ai feriti e ai rifugiati”.