A tre anni dall’uccisione del cameramen della Reuters, i colpevoli sono ancora impuniti.

Gaza. A tre anni dalla morte del cameraman palestinese della Reuters, Fadel Shana'a, 23 anni, il centro al-Mezan per i diritti umani ha affermato che l'esercito israeliano sparò intenzionalmente, uccidendolo.

Il centro ha chiesto alla comunità internazionale, alle agenzie di stampa regionali e internazionali e ai difensori della libertà di stampa di fare maggiori pressioni sui loro rispettivi governi, per ottenere la prosecuzione delle autorità israeliane coinvolte in simili crimini.

Il centro ha aggiunto che, tre anni dopo l'uccisione di Shana'a e nonostante le chiare prove della responsabilità dell'esercito, “la giustizia sembra ancora lontana”.

Shana'a e la sua squadra furono prima presi di mira da un missile, e meno di cinque minuti dopo l'esercito ne lanciò un altro sul loro veicolo.

Il centro al-Mezan ha condotto un'indagine sul caso, scoprendo che sul veicolo era chiaramente riportata l'indicazione che al suo interno vi erano dei giornalisti. Il team stava filmando un'area aperta in piena luce del sole, e la loro attrezzatura era del tutto visibile.

Il crimine, afferma il centro, è un'altra seria violazione israeliana dei diritti umani, in particolare dell'articolo 19 della Dichiarazione internazionale dei diritti dell'uomo e di tutte le dichiarazioni ad essa collegate, tra cui la Quarta convenzione di Ginevra.

Il protocollo aggiuntivo dell'articolo 79 della Convenzione, emanata nel 1949, specifica che i reporter che lavorano in aree di conflitto e conducono missioni pericolose sono considerati civili, e vanno protetti come tali.

Lo stesso giorno, venerdì 16 aprile, l'esercito israeliano uccise altri tredici palestinesi, tra cui otto minorenni, in un bombardamento che colpì le zone orientali della Valle di Gaza (Juhr Ad Deek) e il campo profughi di al-Bureij.

 

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