Abrams, l'ultimo dei neocon vuole distruggere la Palestina.

Abrams, l’ultimo dei neocon vuole distruggere la Palestina.
da www.ilmanifesto.it del 21 ottobre
Scacco alla diplomazia Nell’amministrazione Bush un ultrà filo-israeliano blocca ogni ipotesi di negoziato con gli arabi. Per la politica mediorientale Bush e la Rice si affidano a un condannato per lo scandalo Iran-contra
Michelangelo Cocco

Il disastro della guerra in Iraq ha fatto cadere le teste di alcuni tra i più in vista dei suoi colleghi neoconservatori. Douglas Feith ha abbandonato il dipartimento della difesa due anni fa, Donald Rumsfeld da quasi un anno non è più ministro della guerra, Paul Wolfowitz nel giugno scorso ha lasciato anche la Banca mondiale. Ma il tramonto della corrente «neocon» della destra statunitense non ha nemmeno sfiorato Elliott Abrams. L’architetto delle politica della Casa Bianca nei confronti d’Israele e dei palestinesi resta inchiodato alla sua poltrona di vice consigliere per la sicurezza nazionale.
E sono in molti a scommettere che dietro alla falsa partenza della conferenza di Annapolis sul Medio Oriente annunciata da Bush ci sia il suo zampino. Il segretario di stato, Condoleezza Rice, ha promesso un vertice «substantive», vero, ed è arrivata a dichiarare che «è giunto il momento di uno Stato palestinese». Ma secondo Kathleen Christison, per 16 anni analista della Cia, «né gli israeliani né l’Amministrazione Usa vogliono risultati concreti». «Bush – ci spiega la Christison al telefono dagli Stati Uniti – decide sulla base di ciò che gli suggeriscono Abrams, Cheney e il suo consigliere per il Medio Oriente, David Wurmser, anch’egli neoconservatore e fortemente filo-israeliano». Anche Phyllis Bennis, esperta di Medio Oriente dell’Institute for policy studies di Washington, racconta al manifesto che «Abrams, legato agli ambienti più a destra tra quelli che negli Stati Uniti sostengono Israele, rappresenta la Casa Bianca più di Condoleezza».
Henry Siegman, a lungo direttore dello U.S./Middle East Project presso il Council on Foreign Relations, nel febbraio scorso ha scritto sull’International Herald Tribune: «Ogni volta che emerge il più piccolo accenno che gli Stati Uniti possano finalmente impegnarsi seriamente in un processo politico, Elliott Abrams s’incontra segretamente con gli inviati di Olmert in Europa o in altre parti del mondo, per rassicurarli che non esiste alcun pericolo del genere».
Come il 18 novembre 2003, a Roma. Ariel Sharon gli diede appuntamento in un albergo della capitale dove l’ex premier israeliano illustrò ad Abrams il suo piano di ritiro unilaterale: via soldati e coloni da Gaza, avanti tutta con la costruzione del Muro e l’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Il messaggio, da consegnare a Bush, era chiaro: la Road map – il piano di pace che prevedeva mosse concordate tra palestinesi e israeliani – per questi ultimi era carta straccia.
Nato il 24 gennaio di 60 anni fa da una famiglia ebrea di New York, laurea ad Harvard e master alla London school of economics, Abrams fu condannato per lo scandalo Iran-Contra. «Così come sotto Reagan aveva lavorato con gli irriducibili per far fallire il Piano Arias 20 anni fa, lo stesso sembra stia facendo contro gli sforzi del principe saudita Abdullah», ha scritto Jim Lobe su International press service (Ips), con riferimento a un’altra proposta di pace, quella che prevede la normalizzazione dei rapporti del mondo arabo in cambio del ritiro d’Israele dai territori occupati nel 1967.
Come tutti i sionisti di destra, Abrams è convinto che il conflitto non sia israelo-palestinese né di natura coloniale, ma arabo-israeliano e che quindi l’Amministrazione debba avere un atteggiamento duro nei confronti dei paesi arabi. Ironia della storia, dopo l’invasione dell’Iraq con migliaia di carrarmati Abrams e la prematura proclamazione di «missione compiuta» dalla tolda della portaerei Abraham Lincoln, gli arabi si trovano a fronteggiare Elliott Abrams. Il quale, nel suo «Fede o paura: come gli ebrei possono sopravvivere in un’America cristiana» ha scritto: «Al di fuori della terra d’Israele, non c’è dubbio che gli ebrei, fedeli al patto tra dio e Abramo, devono vivere separati dalla nazione in cui vivono».
Anche Luisa Morgantini ritiene che ad Annapolis gl’israeliani cercheranno solo di guadagnare tempo. «Gli Usa non stanno facendo alcuna pressione sul governo Olmert affinché cessi le incursioni militari o la confisca delle terre palestinesi – dichiara al manifesto la vice presidente del Parlamento europeo -. E come prova del loro impegno credono che basti una semplice dichiarazione d’intenti». Bloccare ogni ipotesi di negoziato, guadagnare tempo. Ma come è possibile che un solo uomo riesca in una simile impresa? La Christison, autrice di «The siren song of Elliott Abrams», pubblicato sulla rivista online CounterPunch (www.counterpunch.org) prova a spiegarla così: «Abrams è arrivato al National security council (Nsc) nel 2002, quando alla sua guida c’era Condoleezza Rice. Tutto ciò che l’attuale segretario di Stato – un’esperta di Unione Sovietica – sa sul Medio Oriente lo deve a lui». «Quando la Rice è passata al Dipartimento di Stato – continua la Christison – le è succeduto, alla guida del Nsc, Stephen Hadley. Anche lui non sapeva granché sul Medio Oriente ed è ricorso ad Abrams».
Un altro elemento del potere di quest’ultimo è il suo peso in alcuni dei think tank più influenti a Washington, tra cui il Center for security policy, lo Hudson institute e il Project for a new american century. «Ha sempre retto incarichi burocratici, trasformandoli in posti di potere, perché capisce il presidente e sa quello che vuole», ha dichiarato al Financial times John Alterman, ex membro dello staff per le politiche e la pianificazione del dipartimento di stato.
Per John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, Abrams è un personaggio chiave di quella che i due docenti statunitensi hanno definito «Israel lobby», una coalizione informale di individui e organizzazioni che contribuisce a influenzare la politica estera di Washington in senso filo-israeliano.
«È stato Abrams – ha dichiarato un funzionario della Casa Bianca al Financial times – che è arrivato alla conclusione che Bush non doveva più sentirsi legato a "miti e tabù"» come quello dello smantellamento delle colonie in Cisgiordania o che i rifugiati palestinesi sarebbero un giorno tornati nelle loro case in Israele. Uso della forza in luogo del negoziato, la sua ricetta è il paradigma dei neocon la cui ideologia, secondo la Christison, è ancora ben presente nell’Amministrazione. C’è da scommetterci: ad Annapolis, capitale del Maryland e dei velisti d’America, il vento in poppa ce l’avrà sempre lui, Elliott Abrams.

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