Adolescenti nelle prigioni israeliane: la dura vita dei ragazzini palestinesi.

Dal Secolo XIX  del 18 giugno 2008

 

 

 

Ahmed è stato tre mesi e mezzo in prigione. Centocinque giorni nelle carceri israeliane per aver tirato un sasso contro il muro che segna il confine dei territori arabi occupati. «Non è vero. Mi hanno fatto firmare una confessione in ebraico, ma io non ci capivo niente… avevano detto che era un documento necessario per ottenere la libertà», giura Ahmed, che vive a Ramallah. Ha quindici anni, ma i suoi occhi hanno visto più di quelli di un adulto: l’Intifada, i bombardamenti. La violenza, sempre, ovunque, alla fine ti viene da togliertela di dosso come una polvere che si posa ovunque. Che si respira. 

Questa è stata la vita di Ahmed. Poi il 4 febbraio di quest’anno è stato arrestato per il lancio dei sassi. Lui, come tanti altri bambini e ragazzi palestinesi: «Dal 2000 oltre settemila minori palestinesi sono stati arrestati e rinchiusi nelle carceri israeliane. In media ci sono 398 giovani arabi in prigione ogni mese», è l’accusa dell’organizzazione internazionale Defence for Children International. 

«Un giorno si sono presentati a casa mia i soldati israeliani, mi hanno spruzzato in faccia del gas urticante. Poi mi hanno caricato su un furgone dove sono rimasto per ore, fino all’interrogatorio. È stato tremendo, urlavano, insultavano la mia famiglia, mi minacciavano. Alla fine mi hanno ingannato facendomi firmare un foglio che non capivo: era una confessione. Così ho passato più di cento giorni in carcere. Mangiando gli avanzi dei pasti dei soldati israeliani, quasi senza vedere la mia famiglia», è il racconto che Ahmed ha fatto alla delegazione di avvocati e magistrati italiani dell’associazione Giuristi Democratici in visita nei territori occupati. Sette giorni a parlare con gli avvocati dei giovani palestinesi e con le associazioni che operano dalle due parti del muro. 

Chissà se Ahmed ha tirato davvero quel sasso, ma in fondo non è questo il solo punto. «Ahmed, come migliaia di altri minori palestinesi, è stato processato senza rispettare i suoi diritti», racconta Dario Rossi, uno dei quattro avvocati genovesi che facevano parte della delegazione di Giuristi Democratici. Aggiunge: «Abbiamo assistito ai processi, se così si possono chiamare. I ragazzi – racconta Rossi – vengono portati in Israele, in aule che sembrano garage. Entrano con le mani e i piedi legati, poi le manette ai polsi, almeno quelle, vengono tolte». Ma le violazioni del diritto internazionale denunciate dalle organizzazioni non governative sono appena cominciate: «In prigione finiscono ragazzi di tredici anni. Di più: per la legge militare israeliana si diventa maggiorenni a sedici anni. Non importa che i trattati Onu, firmati anche da Israele, segnino il limite dei diciotto anni». Ancora: «Le persone arrestate – ricordano i  Giuristi Democratici – in un territorio occupato, devono essere processate e detenute nello Stato dove si trovano. Invece i ragazzi palestinesi sono trasportati in Israele: qui vengono processati. E qui scontano la pena. Insomma, è una vera e propria deportazione». 

Una parola forte. Concorda, però, Amnesty International, l’organizzazione che in tutto il mondo si batte per i diritti dell’uomo: «C’è una palese violazione della Convenzione di Ginevra che obbliga… obbligherebbe a non “deportare” in altri paesi le persone arrestate», sostiene da Londra Donatella Rovera, Responsabile di Ricerca per la Palestina e il Medioriente di Amnesty. Già, la guerra non distrugge soltanto le case, ma anche i diritti. E talvolta il diritto. Aggiunge Rovera: «I processi ai ragazzi, da parte dei Tribunali militari, non garantiscono  contraddittorio. Le accuse sono generiche, impossibile difendersi,  impossibile provare a produrre prove o alibi. I magistrati non riescono ad approfondire e gli avvocati rinunciano e accettano comunque un patteggiamento per evitare conseguenze peggiori e per risparmiare energie». Il risultato? «Sono tutti condannati. Colpevoli e innocenti. La verità non viene stabilita. I ragazzi vanno in carcere e la prigione diventa un titolo di merito. Ma soprattutto: i ragazzi si allontanano dalle famiglie perché per visitare i minori in carcere bisogna chiedere permessi difficili da ottenere. E smettono anche di andare a scuola». E Rovera ricorda: «I ragazzi che furono arrestati durante la prima Intifada sono diventati i kamikaze di oggi. I giovani arrestati rischiano di trasformarsi nei terroristi di domani. Gli arresti e le leggi militari dovrebbero servire per dissuadere i giovani, ma rischiano di ottenere l’effetto opposto». 

Alla fine è difficile capire chi ha tirato davvero i sassi. E chi l’ha fatto per rabbia e chi invece era pronto a scagliare bombe.Sì, perché la severità delle leggi militari israeliane (l’articolo 368 prevede fino a vent’anni di reclusione per chi lancia oggetti) nasce da questo: «I ragazzi palestinesi vengono anche utilizzati per missioni terroristiche», spiegano dall’ambasciata di Tel Aviv. Aggiungono: «Dal 2000 l’esercito israeliano ha arrestato 217 minori palestinesi coinvolti in attacchi suicidi. Non basta: 82 ragazzi sono stati fermati perché lanciavano molotov, 54 per lancio di granate, 20 perché preparavano auto-bomba e 6 perché sparavano razzi». Le violazioni della Convenzione di Ginevra da parte israeliana? Tel Aviv risponde rovesciando l’accusa: «La Convenzione vieta di reclutare i ragazzi nelle proprie truppe e di utilizzarli per le azioni di guerra».

Ma non basta. «Le associazioni non governative, magari orientate politicamente, difendono i giovani palestinesi. Ma ai giovani israeliani uccisi ci pensano in pochi»,  Ecco l’elenco dei nomi dei bambini ebrei uccisi da razzi, bombe, attentati kamikaze. Duecento nomi, uno dopo l’altro. Sull’altro versante del muro i piccoli morti sono quasi novecento.

Forse, però, qui c’è una parte sola: quella dei bambini. Che tiravano un piccolo sasso contro un muro, che mettevano davvero bombe perché così gli avevano insegnato i grandi, che sono stati uccisi mentre andavano a scuola. E che sono finiti in prigione per mesi e anni senza vedere le loro famiglie. «Domani – conclude Amnesty –  saranno loro a guidare i paesi verso la pace o la guerra. Ma che cosa decideranno dopo aver vissuto queste tragedie?».

 

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