Aggiornamenti dal Convoglio ‘Hope’ dell’European Campaign to end the siege on Gaza.


Port Sayd, 19 maggio

di Monia Benini

In mattinata riceviamo una telefonata da Nikolais, un componente della delegazione greca che era con me e Nando a Damasco nel mese di Marzo. E' al Cairo, all'ambasciata greca, per cercare di ottenere un impegno formale a sostegno della carovana. Il tono della voce è teso: ci dice che, secondo le ultime notizie, ci sarebbero dei grossi problemi. La nostra delegazione assorbe il colpo con malcelato disappunto e preoccupazione.

Ore 15. Tutti a bordo piscina. Un centinaio di persone fra parlamentari provenienti da tutta Europa, rappresentanti di ONG, medici. Tutti cordiali e felici di potersi incontrare per la prima volta (a Il Cairo, i partecipanti erano in due diversi hotel e non hanno mai potuto realmente conoscersi). Tutti apparentemente calmi, ma con dentro l'ansia di apprendere cosa ne sarà del convoglio. Arafat parla in arabo, con voce ferma; Ahmad traduce in inglese, a voce alta, con puntualità, per metterci in condizioni di comprendere ogni dettaglio.

Le aspettative sono deluse. Nessuna partenza; né oggi, né domani. L'imbarcazione che deve trasbordare i mezzi da Alessandria a Port Said è da poco partita dalla Libia (è stata un'impresa trovare un armatore con l'imbarcazione idonea per il trasporto dei 40 mezzi) e si trova al largo delle coste egizie. Secondo contratto dovrebbe arrivare ad Alessandria il 19 (cioè oggi) o il 20; fatto il passaggio del carico, impiegherà altre 12-15 ore per arrivare a Port Said, dove potranno essere effettuate le operazioni di sdoganamento.

Se tutto va bene quindi, sarà venerdì il giorno in cui potremo partire da Port Said verso Rafah. La Mezza Luna Rossa egiziana, con la quale sono stati presi contatti, si è resa disponibile, in considerazione degli obiettivi umanitari della Carovana della Speranza, a darci una mano per il percorso, se ciò si rendesse necessario. Le autorità egiziane ci confermano la loro disponibilità a concederci tutte le autorizzazioni necessarie e ad agevolare il percorso da qui al valico. Nessuno è in grado di dire quando riusciremo finalmente a consegnare i mezzi e i medicinali a Gaza; Arafat è preciso e fermo: “Non posso farvi false promesse. Non posso darvi delle scadenze precise, dal momento che la situazione non dipende da noi”.

Qui cominciano i malumori. Alcuni sono dispiaciuti per non poter restare sino alla fine, altri sono delusi per il protrarsi della situazione di incertezza; alcuni, che forse non si sono uniti alla Carovana per uno scopo prettamente umanitario, cominciano ad avanzare proposte sensibilmente in contrasto con le garanzie da noi date al Ministero degli Affari Esteri egiziano. Propongono di programmare eventi mediatici per dare risalto ad una forma di protesta o addirittura di dividere il gruppo e creare una delegazione per andare davanti alla porta di Rafah a fare pressione sulle autorità locali (e quindi egiziane). Fantastico! Proprio quello che serve per creare un pretesto utile a far saltare l'intera Carovana della Speranza. Dopo una prima ferma risposta da parte di Arafat, e un intervento sintetico ma provvidenziale di Gerry (del Sinn Fein), viene data la parola al capo convoglio, per cercare di calmare una situazione che si è un po' surriscaldata.

«Sono un pacifista, ma per condurre a termine questa missione è necessario agire con una strategia militare. Siamo sul suolo egiziano e dobbiamo rispettare le autorità locali; dobbiamo agire correttamente per sconfiggere tutti gli ostacoli che cercheranno di indebolire o vanificare i sacrifici fatti per la questa Carovana della Speranza» ha detto Nando Rossi fra gli applausi generali. «Vogliamo sentirci vincitori? Non abbiamo altri obiettivi se non quello di consegnare medicinali e attrezzature sanitarie agli ospedali di Gaza. Per questo dovremo fare del nostro meglio per riuscire nell'impresa, senza assumere iniziative dannose per chi partecipa al convoglio e per chi dall'Europa spera, attraverso noi, di poter alleviare le sofferenze degli abitanti di Gaza».

Molto apprezzato, l'intervento di Rossi non ha però convinto qualche testa calda che ci ha palesemente detto che restare ed aspettare è una scelta sbagliatissima, e che avrebbe fatto di tutto per portarsi immediatamente a Rafah. Siccome né Arafat, né Rossi, né alcuno di coloro che credono fermamente nella Carovana della Speranza hanno simili posizioni, chi sceglierà di mettere a rischio la propria persona, sarà libero di farlo, ma senza compromettere il convoglio. Chi vuole andarsene e giocare per qualche minuto di visibilità personale, faccia pure: non sarà più dei nostri. La Carovana della Speranza si è messa in cammino con altri scopi, e noi resteremo qui per vederli compiuti. Inshallah.

Port Sayd, 18 maggio

Di Monia Benini

di Monia Benini

Rieccomi, dopo un giorno di assenza, dovuto al trasferimento da Il Cairo a Port Said. 220 km percorsi con un piccolo autobus in cinque ore e mezzo, con una sola sosta intermedia. Un’ attraversata in spazi desertici, costellati da insediamenti e presidi militari e da qualche sparuta abitazione. In lontananza, qua e là, le macchie grigie di inurbamenti, o ampie macchie di frutteti, palme, ulivi. Come al solito gli Italiani “sono in baracca” e fra un canto e l’altro, si moltiplicano le videocamere dei nostri compagni di viaggio (dall‘Austria, dall‘Inghilterra, dal Nord Irlanda, dall‘Olanda) divertiti dall’allegro gruppetto.

Il viaggio è veramente molto lungo, e ne approfittiamo per intervistare (con grande sforzo fisico dei nostri Cristiano e Valerio, costretti ad attutire i sobbalzi del pullman, durante la ripresa) Gerry, del Sinn Fein, e capire meglio la resistenza condotta da questo fiero popolo, le similitudini con quella Palestinese, i progetti politici di questa forza che, man mano che la conosciamo, dimostra sempre maggiori punti di contatto con “Per il bene comune”.

E via. L’autobus corre su strisce di asfalto rovente, mentre Gerry ci parla di battaglie, di combattimenti, di digiuni di protesta letali. Ci parla di un popolo oppresso per centinaia d’anni, di persone private della propria terra e dei propri diritti, trattati come esseri inferiori. Ci parla di rivoluzione, di lotta per i diritti delle donne, per il suffragio universale, dei lavoratori, dei sindacati, e di come i vari gruppi cercassero di essere coesi fra di loro per poter essere uniti contro gli occupanti. Ci spiega delle elezioni avvenute nel 1918, quando il Sinn Fein ottenne la maggioranza, ma non solo non fu riconosciuto dai Britannici, bensì furono incarcerati tutti i leader del partito, vennero arrestate molte persone e scattò la repressione da parte dell’esercito della Corona. Dovettero passare molti anni, la resistenza dovette ricorrere a misure ancora più “forti”, ma oggi in Nord Irlanda è finalmente comin ciato quel processo di transizione che li porterà presto verso la completa indipendenza, e verso l’obiettivo dell’unificazione di tutta l’Irlanda. Un paese europeo quindi, che in tempi contemporanei, ha lottato e sta ancora lottando per il proprio diritto all’autodeterminazione, per la propria terra, per la propria lingua, per la propria religione, per la propria sovranità.

Quindi, se per alcuni il riferimento alla resistenza italiana può essere parso troppo distante nel tempo, basta volgere lo sguardo verso i nostri concittadini europei dell’Irlanda e dell’Irlanda del Nord (e avremmo certo di che imparare da loro anche in merito al Trattato di Lisbona). Perché non accettare quindi l’idea, come lo stesso Gerry ci diceva, che in Sudafrica la battaglia contro l’apartheid è stata definitivamente vinta, in Irlanda la Resistenza ha vinto e i Britannici hanno dovuto riconoscere i diritti irlandesi (pur se saranno necessari ancora anni per la totale autonomia), ed ora è il popolo palestinese che dovrebbe ottenere il diritto al ritorno in una terra “rubatagli” da oltre sessant’anni? Da una parte le vicende storiche, spogliate da ogni ideologia, danno loro ragione; dall’altra c’è un diritto internazionale che garantisce loro la parte della ragione.
Il popolo palestinese deve vedere riconosciuti i propri diritti, se non per la storia, se non per la legge internazionale, almeno per la necessità che hanno altri esseri umani di godere degli stessi diritti e della stessa speranza di vita che per noi “occidentali” è un fatto scontato.

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