Altri danni collaterali

Rischio cancro a causa dell’inquinamento del mare

In un rapporto presentato alla stampa dal Centro della convenzione di Barcellona, Info-Rac, il trattato Onu per la protezione del Mediterraneo, si afferma che esiste un serio rischio cancro a causa della marea neta che si è estesa su 120 km di coste libanesi. Il disastro è strato provocato dal bombardamento "mirato" della centrale elettrica di Jiyyen a sud di Beirut e della conseguente esplosione dei serbatoi di combustibile.

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Approfondimenti

Manlio Dinucci
Fonte:
www.ilmanifesto.it

La marea nera provocata dal bombardamento israeliano della centrale
termoelettrica di Jiyyeh (30 km a sud di Beirut), il 13-15 luglio, si sta
diffondendo sempre più nel Mediterraneo. Dai serbatoi in fiamme è
fuoriuscita una quantità di nafta (del tipo Ifo-150) che potrebbe aver
raggiunto le 35mila tonnellate. A causa dei venti che soffiano da sud-ovest
e delle correnti marine, la marea nera si è estesa in direzione nord-est
ricoprendo oltre 80 km di coste libanesi, rocciose e sabbiose, dove si
concentrano le attività della pesca e del turismo. I danni ambientali sono
molto maggiori di quelli visibili: trasformandosi in catrame, gran parte
della massa oleosa si depositerà sul fondo del mare danneggiando gravemente
gli organismi vegetali e animali delle acque costiere, le più ricche di
vita. Continuando a estendersi, la marea nera è arrivata il 3 agosto sulle
coste siriane, contaminandone oltre 7 km. Da qui potrebbe raggiungere Cipro,
Turchia e Grecia.

Ciò conferma l’allarme lanciato da Achim Steiner, sottosegretario generale
dell’Onu e direttore esecutivo dell’Unep (v. il manifesto, 3 agosto): «È una
tragedia ambientale che sta rapidamente assumendo una dimensione non solo
nazionale ma regionale». Su richiesta del governo libanese, oltre al
Programma delle Nazioni unite per l’ambiente si è immediatamente attivato il
Rempec (Centro di risposta d’emergenza per l’inquinamento marino regionale
per il Mediterraneo) con sede a Malta. Esso ha formato un gruppo di esperti,
che ha redatto un piano d’intervento per arginare l’impatto ambientale della
marea nera e affrontare successivamente i danni a lungo termine. L’Unione
europea si è dichiarata disponibile, insieme ad altri paesi, a fornire
uomini e mezzi per un’operazione di bonifica il cui costo viene stimato in
almeno 50 milioni di dollari. C’è però un problema: non è possibile alcun
intervento perché la marina militare israeliana impedisce l’accesso alla
zona e l’aviazione continua a bombardare.

Tutto questo viene ignorato dall’opinione pubblica. I giornali e
telegiornali, che mettono sempre in prima pagina la notizia di qualsiasi
fuoriuscita di greggio da una petroliera e seguono l’evento giorno per
giorno, hanno praticamente ignorato, dal 13 luglio ad oggi, che si sta
diffondendo nel Mediterraneo una marea nera delle dimensioni di quella
provocata nel 1989 in Alaska dalla petroliera Exxon Valdez.

Lo ignorano anche organizzazioni ecologiste come il Wwf. Lo ignora il
ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Alfonso
Pecoraro Scanio, che, inaugurando il 4 agosto Festambiente in Maremma, è
intervenuto sul tema «il Mediterraneo nelle reti: impegno delle istituzioni
e comunità per un futuro sostenibile». Di ben altre reti si dovrebbe
occupare: quelle del silenzio imposto da ragioni di stato. Prendere
pubblicamente atto della tragedia ambientale che sta avvenendo nel
Mediterraneo, significherebbe per il governo italiano denunciare il
responsabile: il governo israeliano, che prima ha dato ordine di bombardare
i depositi libanesi di nafta e poi ha impedito ogni intervento così che il
danno ambientale si aggravi e diventi irreversibile. Significherebbe
denunciare il fatto che Israele ha stracciato la Convenzione di Barcellona,
che ha sottoscritto e ratificato, sulla protezione dell’ambiente marino e
della regione costiera del Mediterraneo.

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