Articoli su Fatah Al-Islam.

Riceviamo e pubblichiamo.
Cari amici,
    prima che si sviluppasse la tragica situazione nei territori occupati, avevo scritto per la rivista svizzera "Galatea" i tre articoli che vi mando qui di seguito. Visto che gli scontri intorno al campo di  Nahr al-Bared continuano, non mi sembra inutile sottoporli alla vostra attenzione. Noterete come anche in questi faccia capolino il nome di Elliott Abrams, da me citato nel mio ultimo articolo sulla situazione in Palestina.
    Buona lettura.
    Michelguglielmo Torri
 

1. Lo strano caso di Fatah al-Islam 

Il 20 maggio scorso, l’esercito libanese ha posto sotto assedio il campo profughi palestinese di Nahr al-Bared, nei pressi di Tripoli, nel Nord del paese. L’obiettivo, quale c’è stato comunicato dai mezzi d’informazione, era quello di mettere in condizioni di non nuocere Fatah al-Islam, un gruppo terrorista di integralisti islamici, espressione di al-Qa‘ida, che si annidava a Nahr al-Bared e che era responsabile di una serie di attentati terroristici e di altre azioni violente.

Il governo libanese capeggiato da Fouad Siniora, dal canto suo, ha immediatamente accusato la Siria di essere lo sponsor di Fatah al-Islam. Secondo Siniora, le attività terroristiche del gruppo erano finalizzate a far precipitare il Libano nell’instabilità. Questo anche al fine di rendere impossibile il processo degli imputati dell’assassinio dell’ex premier libanese Rafic Hariri, da parte di un tribunale internazionale. Un processo che dovrebbe svelare la complicità della Siria nell’assassinio di Hariri e che, secondo Saad Hariri, figlio di Rafic e leader parlamentare della coalizione che sostiene il governo Siniora, sarebbe destinato ad aprire «una nuova era politica»

Come si vede, le tesi della stampa occidentale e del primo ministro Siniora sono perfettamente consone all’immagine che, in Occidente, è dominante sui media: il governo Siniora è il baluardo della democrazia e dell’indipendenza del Libano contro una Siria che, se è stata costretta a ritirarsi dal Paese dei cedri nel 2005, è ancora una presenza minacciosa, che arma la mano di assassini e di terroristi contro i difensori dell’indipendenza libanese. Il fatto poi che Fatah al-Islam sarebbe un gruppo palestinese si sposa con l’immagine prevalente sui media occidentali, secondo cui i palestinesi – per una sorta di falla etica che, evidentemente, li caratterizza – sono un popolo naturalmente dedito al terrorismo.

Il problema è che – se ci si prende il disturbo di condurre un’indagine appena un po’ approfondita di queste belle teorie (cosa che la maggior parte dei mezzi d’informazione si sono ben guardati dal fare) – esse risultano assai poco convincenti. Si prenda Fatah al-Islam: è possibile che, effettivamente, il suo leader sia – come sostenuto dalla stampa occidentale – il palestinese Shaker al-Abssi, nato a Gerico nel 1955 (e intervistato dal «New York Times» il marzo 2007). Ma tutte le testimonianze concordano con il fatto che Fatah al-Islam è una formazione recente, comparsa improvvisamente a Nahr al-Bared circa sei mesi fa. Il gruppo stesso, inoltre, è formato da arabi di varie nazionalità, fra le cui fila i palestinesi sono praticamente assenti.

Dalle testimonianze raccolte da alcuni giornalisti, fra cui l’italiano Massimo di Ricco, risulta poi che non vi fosse un grande amore fra gli abitanti di Nahr al-Bared e i nuovi venuti di Fatah al-Islam. Esemplare, in proposito, la testimonianza riportata da di Ricco di un rifugiato palestinese, fuggito dal campo per sottrarsi ai combattimenti. Costui ha affermato: «Noi non li conosciamo questi di Fatah al-Islam, non sono palestinesi. Un giorno sono arrivati, hanno cacciato qualcuno dalle proprie case e lì si sono installati creando il loro quartiere generale. Poi a poco a poco son cresciuti, e ogni giorno ne vedevamo di nuovi, ma era tutta gente che non era del campo, che è venuta da fuori.»

A quanto pare, quindi, uno dei pochi palestinesi del gruppo è il suo leader, Shaker al-Abssi, a cui viene attribuita una lunga carriera di terrorista. Il problema è che, se Fatah al-Islam è effettivamente manovrato dalla Siria, non si vede come quest’ultima possa farlo attraverso al-Abssi. Vero è che, nel 1983, al-Abssi prese parte alla ribellione del colonello Abu Mussa contro il presidente dell’Olp, Yasser Arafat, ribellione che era stata organizzata dalla Siria, ed è anche vero che, in un secondo tempo, al-Abssi si rifugiò in Siria. Tuttavia, i rapporti fra la leadership siriana e al-Abssi si guastarono: dopo tutto al-Abssi era già allora un integralista islamico e, come tale, non poteva non essere considerato con sospetto dal regime di Hafez al-Asad (padre dell’attuale presidente Bashar), un regime che non aveva esitato a ricorrere al pugno di ferro contro gli integralisti islamici. Nel 2003 al-Abssi, condannato per terrorismo da un tribunale siriano, passò un periodo di tre anni in carcere, prima di riuscire a fuggire nel 2006, diventando attivo in Libano e in Giordania. In effetti, secondo un tribunale giordano, che lo ha condannato a morte nel 2004, al-Abssi si sarebbe reso responsabile, insieme ad Abu Musab al-Zarqawi (il leader di al-Qa‘ida poi ucciso in Iraq), dell’assassinio del diplomatico americano Laurence Foley. Una sentenza che, però, sembra quanto meno bizzarra, visto che, al momento dell’assassinio di Foley (avvenuto nel 2002), al-Abssi era ancora in carcere in Siria. Ad ogni modo, per quanto riguarda i rapporti di al-Abssi con la Siria, rimane il fatto che il ministro degli Esteri siriano, Walid Moualem, ha recentemente dichiarato che al-Abssi continua ad essere ricercato dalla polizia siriana, che, a tal fine, si è avvalsa anche dell’aiuto dell’Interpol.

In sostanza, sempre che i siriani non stiano conducendo una complessa operazione di manipolazione e di disinformazione – ciò che non è escludibile a priori – non si vede come Damasco possa servirsi di al-Abssi per manovrare Fatah al-Islam. Soprattutto, non si capisce perché mai Damasco avrebbe una qualche convenienza politica a farlo. Certamente, la tesi sostenuta dall’Amministrazione Bush (e dai media occidentali che ad essa fanno da cassa di risonanza), secondo cui Hizballah è teleguidata dalla Siria, è infondata. Ma è indubitabile che la Siria considera Hizballah come un prezioso alleato. Non si vede, quindi, in base a quale logica, la Siria dovrebbe appoggiare gli integralisti sunniti di Fatah al-Islam che, appunto in quanto integralisti sunniti, sono strutturalmente ostili agli sciiti e, di conseguenza, destinati ad entrare in conflitto con Hizballah.

Anche, quindi, ricorrendo semplicemente alla logica per mettere in fila i non molti fatti che sono noti e verificabili, le affermazioni dei media occidentali sul ruolo di Fatah al-Islam e sui suoi legami con la Siria sembrano francamente inaccettabili. Una spiegazione più convincente sulle origini e sul ruolo dell’organizzazione pu

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