Attacco a Israele.

Da www.unita.it

Attacco a Israele

Furio Colombo

Prima di tutto, secondo la buona regola giornalistica, i fatti. I giornali e le agenzie del mondo annunciano la richiesta della associazione dei giornalisti e cronisti inglesi («National Union of journalism») di «boicottare le merci israeliane sul modello del boicottaggio imposto al Sudafrica al tempo della apartheid». Il voto dei giornalisti inglesi (66 a favore, 54 contrari) ci dice che quella importante associazione si unisce alla associazione britannica degli architetti e all’organizzazione dei docenti universitari. Le quali associazioni, in due diversi congressi, in due date diverse, avevano chiesto non solo il boicottaggio ma anche il blocco di ogni scambio o collaborazione culturale.

Per comprendere un fatto, prima ancora di commentarlo, occorre ambientarlo, ovvero dargli un contesto. Può essere utile notare che i tre eventi dello stesso segno (isolare Israele) avvengono in tre momenti diversi. Nel primo (docenti universitari) c’è la guerra nel Libano, mentre mille missili di Hezbollah cadono su Israele, e per la prima volta nonostante la drammatica reazione Israele appare in pericolo.

Il secondo si colloca quasi a ridosso della interposizione di forze dell’Onu, su iniziativa e guida dell’Italia (e mentre Hezbollah invade le strade di Beirut con un milione di militanti per proclamare la sua vittoria). Il terzo avviene esattamente nel giorno in cui Israele celebra la memoria della Shoah mentre non c’è guerra, non sono in corso azioni militari, tre giovani soldati israeliani sono ostaggi di Hezbollah e Hamas, senza alcun contatto con le famiglie. Impossibile però ignorare altre due circostanze. La prima è che permane su Israele la esplicita condanna a morte del capo di Stato iraniano Ahmadinejad che, senza obiezioni o irritazioni internazionali, ha annunciato «la cancellazione di Israele» proprio mentre il Paese che Ahmadinejad presiede, sta compiendo altri passi avanti nella costruzione del proprio sistema nucleare. La seconda circostanza, se non fosse per una sua connotazione tragica (annuncio non confermato di uccisione) apparirebbe bizzarramente comica, forse interpretabile alla luce del celebrato humour britannico: i giornalisti del Regno Unito chiedono il boicottaggio di Israele mentre il giornalista inglese Johnston è stato rapito e viene tenuto in prigionia, con minaccia, o avvenuta esecuzione, per la vita del prigioniero, da una organizzazione palestinese.

Il commento ai fatti non può che partire da qui, dal caso estremo: i giornalisti inglesi si schierano a favore di chi ha rapito, tiene in prigionia, ha ucciso o minaccia di uccidere un loro collega.

Impossibile non dare spazio all’ipotesi che il non nobile rovesciamento di giudizio dei nostri colleghi inglesi sia un episodio di opportunismo: uno schierarsi deliberatamente clamoroso contro Israele come mossa ritenuta utile (o richiesta) per la liberazione – se è vivo – del prigioniero Johnston. Temo che non sia vero. Se fosse vero, si sarebbe scelto un percorso diverso dal voto che, come si vede (66 a 54) è sempre rischioso.

La presa di posizione contro Israele dei giornalisti inglesi mi sembra perciò spontanea, effettiva espressione di sentimenti e persuasione in un settore particolarmente informato della opinione pubblica inglese. Dunque incredibile.

Perché incredibile? Perché è impossibile che i giornalisti inglesi non sappiano, o abbiano dimenticato, che per quasi quarant’anni Israele è stato assediato da un ferreo boicottaggio arabo. Per non dispiacere ai potentati arabi del petrolio, il mondo (Europa inclusa, e con la sola eccezione degli Stati Uniti) ha scrupolosamente rispettato l’embargo arabo contro Israele. Per l’Inghilterra valga una controprova: non una sola azienda inglese è stata presente e attiva in Israele durante i bei tempi (direbbero i giornalisti inglesi) dell’embargo. La decisione però svela il suo senso apertamente anti-ebreo, non solo quando lo si colleghi alle decisioni prese con entusiasmo dagli architetti e dai docenti del Regno Unito, ma sopratutto a confronto con l’atteggiamento tenuto dalle tre organizzazioni in tre circostanze ben più clamorose delle «cattiverie» imputate a Israele eletto a unico agente negativo in un mondo travolto da guerre, stragi, delitti politici, persecuzioni.

Primo esempio: le truppe inglesi in Iraq sono frequenti protagoniste attive e passive sia di eventi molto sanguinosi e duramente repressivi, sia di rivolte rabbiose e violentissime risolutamente stroncate dalle truppe inglesi. Nessuna di queste frequenti e tragiche circostanze ha evidentemente impressionato i giornalisti inglesi, che preferiscono dedicarsi a Israele.

Secondo esempio. Proprio in Inghilterra, in un bell’hotel di Londra, è avvenuto un esemplare delitto politico del regime post-Kgb di Putin. L’ex agente Litvinenko è morto in modo spaventoso per avvelenamento di polonio sotto gli occhi della stampa inglese che però ha preferito raccontare il delitto in cronaca invece che nelle pagine politiche. Evidentemente non ha contato l’assassinio avvenuto, subito prima, di Olga Politkovskaja (l’implacabile testimone delle stragi russe in Cecenia), e una collezione inspiegata di suicidi di altri giornalisti coraggiosi e ingombranti, subito dopo. Senza contare le carceri piene e la repressione immediata e durissima di ogni tentativo di dimostrazione pubblica contro Putin.

È vero, Israele non produce gas o petrolio e questo fatto libera giornalisti, architetti e docenti inglesi da scrupoli di realpolitik.

Ma la clamorosa differenza nel giudizio che riguarda Israele rispetto ad ogni altro evento per quanto clamoroso e drammatico, è evidente e si spiega solo con un forte pregiudizio, una ferma discriminazione verso lo Stato degli ebrei.

Terzo esempio. Israele non ha mai chiesto la cancellazione di un altro Stato. L’Iran lo ha fatto, nel modo più aperto, con dichiarazioni esplicite e ripetute, proprio mentre si dota di armi atomiche. Forse i giornalisti, architetti, docenti inglesi ci direbbero che le parole non contano. Forse confesserebbero che conta l’immensa quantità di petrolio.

Certo non ammetterebbero mai che l’essere lo Stato di Israele è la vera differenza. Il progetto, che sia chiaro o no, è la ghettizzazione degli ebrei israeliani in quanto indegni di essere trattati con la stessa benevola comprensione dedicata a Hezbollah, ad Hamas, al regime di Ahmadinejad, al pugno di ferro post sovietico sulla Cecenia. Senza parlare del ricco repertorio di odiose discriminazioni e repressioni nel mondo.

Fa luce la parola «apartheid». Si usa per condannare Israele. Ma è chiaro che si tratta della condanna che si vuole far cadere su quel Paese, isolandolo (come si è sempre fatto con gli ebrei, nella storia) dal resto, sano e perbene, del mondo.

Naturalmente – si può osservare – in questo modo si condanna Israele a rischiare la fine. Ma a questo punto, e dopo avere votato la spensierata condanna, i giornalisti inglesi hanno già sciolto la loro memorabile riunione. Sta a noi decidere se accettarla o respingerla. Io la respingo.

furiocolombo@unita.it

Pubblicato il: 19.04.07

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