Banca Mondiale: Israele lascia a palestinesi sono un quarto delle risorse idriche.

Un rapporto della Banca Mondiale denuncia che Israele lascia ai palestinesi solo un quarto delle risorse idriche

Immaginate una torta, divisa in quattro fette. Alla festa ci sono due invitati: uno ne consuma tre fette, l'altro solo una. Una divisione iniqua. Questo è quello che accade in Israele e Palestina con le risorse idriche. Ai palestinesi tocca un quarto dell'acqua che tocca agli israeliani.

Censore insospettabile. A denunciarlo, questa volta, non è un'organizzazione non governativa o un'associazione di attivisti, ma la Banca Mondiale, in un rapporto diffuso ieri, dal titolo Assessment of Restrictions on Palestinian Water Sector Devolpment. Il primo documento sul tema delle risorse idriche in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza elaborato dall'organismo internazionale delle Nazioni Unite denuncia lo stato delle cose e la ricaduta che lo scarso accesso all'acqua ha sullo sviluppo della comunità palestinese. La Banca Mondiale denuncia come gli accordi di Oslo del 1995, ancora in vigore siano sistematicamente violati rispetto all'accesso alle risorse idriche che, in una situazione di occupazione come quella che i Territori palestinesi conoscono dal 1967, deve essere garantito da Israele. Tutti e tre i settori interessati dagli accordi, l'approvvigionamento, l'uso e il trattamento dell'acqua, sono in crisi per i palestinesi. ''Dal 2000, le restrizioni al movimento e all'accesso dei palestinesi imposte da Israele, hanno reso impossibile l'accesso alle risorse idriche, lo sviluppo delle infrastrutture e le operazioni di manutenzione della rete idrica'', recita il rapporto.

Spreco e ingiustizia. ''Queste restrizioni rendono vani gli investimenti dell'Autorità palestinese e dei donatori internazionali – continua il rapporto – che hanno stanziato risorse per l'implementazione delle rete idrica e per l'ottimizzazione delle scarse risorse''. La situazione finisce per avere gravi ricadute sulla qualità della vita, sullo sviluppo e sulle condizioni socio – sanitarie della popolazione palestinese.
La Banca Mondiale sottolinea come lo stato delle cose fissi il consumo pro capite di acqua degli israeliani in una quota quattro volte superiore a quella dei palestinesi. All'efficiente rete idrica israeliana, l'organismo internazionale paragona la pessima rete della Cisgiordania e l'inesistenste sistema di gestione della acque nella Striscia di Gaza, dove le conseguenze della situazione attuale sulla salute della popolazione civile sono drammatiche.
La Banca Mondiale chiude il suo report con la raccomandazione alla comunità internazionale di prodigarsi per un cambiamento della situazione che permetta di intervenire con rapidità per ottimizzare gli sprechi e per razionalizzare la divisione delle risorse idriche.

Cattiva gestione o furto? Il rapporto, come detto unico nel suo genere per la Banca Mondiale, si limita dunque a fotografare lo stato delle cose, senza appurarne fino in fondo le responsabilità Non cita, infatti, che non è solo la restrizione del movimento dei palestinesi a causare la iniqua distribuzione delle risorse idriche in Palestina, ma una costante 'appropriazione indebita' da parte degli israeliani, in particolare per rifornire di acqua le colonie illegali in Cisgiordania. Per la Banca Mondiale le priorità sono tecniche: creare una gestione comune 'asimmetrica' tra israeliani e palestinesi in base alle rispettive possibilità economiche, allentare le restrizioni al movimento almeno di coloro che sono coinvolti nella gestione dell'acqua, sviluppare infrastrutture che limitino gli sprechi, razionalizzino la distribuzione e favoriscano i controlli sanitari. In fondo basterebbe riconoscere ai palestinesi il diritto all'acqua, con la fine di un'occupazione che si trasforma in un furto di risorse.

Christian Elia

http://it.peacereporter.net/articolo/15314/Sete+di+giustizia

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