BoccheScucite a Gaza

Pubblichiamo la newsletter “BoccheScucite”, di Pax Christi

ULTIM’ORA. 15 Ottobre 2009

BoccheScucite entra a Gaza.

Gaza City, 15 ottobre 2009, ore 13

Mentre dalla redazione si annunciava pronto questo numero 87 di Bocchescucite, la notizia tanto sperata ha fatto saltare i piani: Israele ha concesso ad una delegazione di Time for Responsabilities di rompere per poche ore l’assedio della prigione di Gaza con una presenza significativa di giornalisti e pacifisti italiani. Solo le immagini impresse nelle nostre macchine fotografiche, che presto vi proporremo, potranno farvi immaginare un orizzonte di totale DISTRUZIONE, cumuli di MACERIE e FERITE aperte che gridano a Dio come il biblico disperato urlare del popolo schiavo in Egitto, in attesa di giustizia.

Solo i volti dei bambini che continuano a studiare nelle aule bombardate della scuola di Jabalia, “per il 60% seriamente malati psicologicamente”, vi convinceranno di quanto criminale sia stato il piano di strangolamento attuato per anni e anche stamattina 15 ottobre 2009 orrendamente spalancato di fronte ai nostri sguardi.

Solo le immagini delle moschee rase al suolo insieme ad interi quartieri, vi dara’ la consistenza delle macerie concrete e di tutte le altre -psicologiche, morali e spirituali- accumulate nei corpi, nelle menti e nei cuori di milioni di persone. Solo la testimonianza di un gran numero di feriti, bambini, giovani, adulti e vecchi, potra’ rafforzare il nostro comune impegno di controinformazione per scucire le bocche e gridare piu’ forte. Proprio come mi ha chiesto stamattina un medico sfinito e sfiduciato i cui occhi mi penetravano cosi’ profondamente che li ho sentiti interrogare non solo me anche voi tutti lettori di BoccheScucite: “Vi supplichiamo, fate il possibile per aiutarci, chiedendo la cosa che piu’ ci preme: aprire i confini di Gaza perche’ almeno i nostri malati possano farsi curare in un ospedale.”

Nandino Capovilla

IN AGENDA la prossima occasione per rispondere a questo appello: Sabato 28 novembre celebriamo la GIORNATA ONU PER I DIRITTI DEL POPOLO PALESTINESE. A Fiesole – FIRENZE dal mattino, con uno straordinario testimone direttamente da Gaza e il lancio dell’iniziativa annuale della Campagna Ponti e Non Muri. Info: nandyno@libero.it

PEACE, PEACE, PEACE

Si pronuncia “pace”, si legge… “a pezzi”

Betlemme, 11 ottobre,

ma contemporaneamente Nablus, 11 ottobre, e Bir Zeit, 11 ottobre: i pullman pieni di italiani raggiungono le città e i villaggi dei Territori Occupati di solito meta solo dei pochi internazionali che si ostinano ancora a denunciare l'occupazione attraverso la resistenza quotidiana dei palestinesi. Ma stavolta un convegno sulla questione palestinese davvero non avrebbe avuto senso, “dentro” le sale di infinite analisi sulla complessità del conflitto, “al chiuso” delle decennali disquisizioni davvero insopportabili per chiunque veda con i suoi occhi il baratro di umanità sull’orlo del quale ci ha trascinato l'apartheid creato dallo Stato d'Israele. Se poi sono più di 400 ad averlo capito, allora la Tavola per la Pace ha fatto davvero bene a far arrivare fino a Gerusalemme la tradizionale Marcia Perugia-Assisi. E certamente piu’ dei momenti ufficiali, e’ stato l’entrare in Gaza di una consistente delegazione il momento piu’ alto dell’intera esperienza. A nome dei 400 pacifisti (ostinatamente insistiamo a non far sparire questo termine) siamo penetrati nella piu’ grande prigione a cielo aperto del mondo, sconvolti dalla scia di sangue di un massacro da 1400 morti e indignati per l'impotenza della comunità internazionale ad ottenere giustizia per un terrorismo di stato macchiatosi di “crimini di guerra valutabili come crimini contro l'umanità” (Rapporto Onu sul massacro di Gaza). 

“Time for responsabilities” e’ stata l’occasione per interrompere la discussione sul processo di pace e andare fisicamente sotto il muro dell'apartheid per sentirsi schiacciati insieme a milioni di palestinesi; l’occasione per  metter da parte le analisi sul terrorismo -“il pretesto più grande per continuare l'occupazione” l'ha definito Flavio Lotti- per provare ad entrare attoniti nelle colonie che ormai sono dappertutto e che Obama da solo non potrà fermare.

La Tavola per la pace, pur istituzionalmente preoccupata di non schierarsi troppo, stavolta non ha potuto proprio trattenersi dalla denuncia inequivocabile di un'ingiustizia che ha un nome solo: l'occupazione israeliana dei Territori Palestinesi. Certo, il programma della Marcia ha alternato con accurata diplomazia la presenza ora vicino all'una ora all'altra parte, “perchè vogliamo ascoltare entrambi i popoli”, ma logicamente, scegliendo di portare più di 400 persone a vedere come stanno realmente le cose, non poteva astenersi dal sentirsi impegnata dalla parte delle vittime di questa ingiustizia (per non confonderle con i carnefici), dell'oppresso (per non confonderlo con l'oppressore), e del popolo occupato (per non confonderlo con l'occupante).

BoccheScucite, seguendo i “lavori” della Marcia, ha apprezzato soprattutto questa immersione nella scandalosa voragine di una terra che viene di ora in ora stravolta da un elaborato sistema di “distruzione di massa” che non poteva non riempire di punti esclamativi gli appunti dei convegnisti. E' accaduto fin dalle prime battute, quando in un teatro di Betlemme, le centinaia di italiani che avevano appena cominciato a respirare la straordinaria atmosfera della Terra santa, i suoi sapori e la sua dolcezza, sono stati letteralmente paralizzati dai dati sul massacro di Gaza, a pochi chilometri da qui, che la rappresentante delle Nazioni Unite Alegra Pacheco trasferiva dal suo pc direttamente alla nostra coscienza e al nostro cuore, facendo bruciare dentro il “time for responsabilities”.

“Questa è la prima parola che riesco a dirvi, ancor prima dei saluti di rito -ha esordito la Pacheco- Gaza sta davanti a noi come un incubo. Un assedio totale che c'era ben prima dell'attacco di dicembre e un embargo che continua sempre più aspro anche oggi!”.

In tanti abbiamo osservato l'unica persona imbarazzata della sala, lì, proprio sul palco, tra le autorità. L'unica che mentre la rappresentante dell'Onu accumulava denunce pesantissime a chiarissime condanne di Israele per crimini contro l'umanità regolarmente impuniti, faceva uscire dall'altro orecchio quello che il microfono gracchiante penetrava dentro tutti i presenti. Il viceconsole italiano incarnava ciò che non sopportiamo più: davvero non si può più tacere! Non è più il tempo delle giustificazioni concesse all'oppressore offrendo il fianco ad un massacro in atto. Non sopportiamo più queste inguardabili figure della diplomazia che paghiamo per lavorare in mezzo a questo inferno e che astutamente fingono che non esista un'occupazione militare, un apartheid, delle precise responsabilità da richiamare. “It's time for responsabilities!”.

Diplomazia e media.

Più volte lo scrosciare di applausi ha firmato questo disappunto: dobbiamo alzare la voce e denunciare l'informazione da vomito (scegliamo un'espressione volutamente disgustosa perchè la misura è ormai colma da tempo…) che i nostri media ci obbligano a vedere insieme allo scandalo di una rappresentanza diplomatica che serve solo a difendere e sostenere il perverso meccanismo di oppressione che invece dovrebbe denunciare. Mentre ancora una volta pubblicamente riconosciamo il prezioso straordinario servizio di Filippo Landi attraverso Rai3 e di altri rari esempi di professionalita’ giornalistica, non possiamo dimenticare la vergogna provata solo pochi mesi fa, qui da Betlemme: questi stessi diplomatici invitati nel salotto di Bruno Vespa allestito per la visita del Papa, sostenevano in diretta che “gli insediamenti non sono illegali di per sé ma oggetto di futuri accordi di pace” e che i settecento chilometri di muro sono “una barriera provvisoria necessaria per difendere dal terrorismo” ecc. ecc.

Sarà perchè la misura della nostra indignazione verso i media è al limite dell'insurrezione, che una suora presente in sala all’apertura della Marcia, mentre il gelo calava su tutti di fronte alla descrizione delle armi di distruzione di massa usate contro i civili da Israele a Gaza, e’ saltata sulla poltrona sbottando: “Quando finiranno di darci come notizia un asino dipinto da zebra invece di mostrarci che ne è dei più di cinquemila feriti a Gaza?” E quando don Mario Cornioli si e’fatto coraggio ed e’ andato a dire al signor Claudio Pagliara che proprio non gli piacciono i suoi servizi al telegiornale, il giornalista embedded della Rai gli ha risposto: “Mi dispiace per lei padre ma la realtà è questa”. Per fortuna abouna Mario ha incalzato: “mi dispiace per lei visto che io vivo in Terra santa e so bene che la situazione non è quella che lei racconta!”.

Ma Bocchescucite non si è accontentata di seguire i lavori del Convegno. Anche quest'anno riportiamo un report del team di Pax Christi che si e’ ripromesso di condividere la quotidiana lotta di resistenza delle donne e uomini palestinesi attraverso la raccolta delle olive (HANNO DETTO). Fortunatamente sempre più persone comprendono che in questa terra è urgente venire non da pellegrini distratti ma da compagni di lotta e di sopravvivenza, per condividere la casa (spesso sotto ordine di demolizione da parte di Israele), il lavoro della raccolta della olive (spesso minacciato dalla violenza dei coloni che ne tagliano radici e storia!), la protesta contro il muro e la colonizzazione (spesso taciuta da chi è imbevuto della propaganda dei nostri media!). Per questo non bastano i convegni e bisogna inoltrarsi più profondamente nella terra violata della Palestina, arrivando nei più dimenticati villaggi dove l'acqua è sempre più scarsa e le colline verdeggianti ricordano con sfrontatezza a chi appartiene veramente la palestina: non ai suoi abitanti ma a chi da più di quarant'anni la occupa illegalmente. Dovra’ essere soprattutto uno, per noi, il contenuto principale del documento finale e delle decisioni che la Marcia prendera’: basta con l'occupazione della Palestina!

“Ho paura che anche stavolta si avrà paura di disturbare troppo l'impunità di cui gode universalmente e da sempre Israele -ci ha confidato in questi giorni un'anziana donna di Ramallah- smentendo il proposito di assumersi le proprie responsabilità. Dite anche voi, che avete raccolto insieme alle olive anche le sofferenza di questa gente, che la parola pace in inglese si pronuncia esattamente come quella che significa “pezzi”…ed io penso che purtroppo continuiamo a ripetere “Peace, peace, ma la pace è ormai in pezzi!

Vogliamo, pretendiamo e faremo tutto quello che potremo ancora inventare, per superare una volta per tutte l'atteggiamento irresponsabile di chi, angosciato delle possibili accuse di antisemitismo, senza accorgersi appoggia e maschera l'oppressione. Per oltre uno slogan indovinato, la chiamata alla responsabilità richiede coraggiose denunce e non prudenziali abbottonamenti. Esige voce alta e forte, come quella di Mons. Michel Sabbah (HANNO DETTO) per dare subito una risposta aquella massa di disperati che abbiamo incontrato a Gaza e che ci ripetevano: fate presto! Prima che sia troppo tardi! Cosi’ il Patriarca emerito, senza esitazione: “La cosa più evidente è che qui viviamo tutti secondo il diritto del più forte e nessuno osa intervenire per fare pressione su Israele. Se volete veramente aiutarci non abbiate paura di compiere azioni decisive. Altrimenti continuerete solo a organizzare conferenze sulla pace ma la pace non la costruirete mai”.

BoccheScucite

Avremmo voluto farvi sentire A VOCE ALTA le relazioni piu’ notevoli della Marcia Time for Responsabilities, oppure le diverse analisi di queste ultime settimane sul Rapporto Goldstone e i possibili accordi Hamas-Fatah, ma preferiamo “alzare il volume” a questi straordinari giovani israeliani:

 Per aiutare il nostro popolo

Lettera dei giovani refusnik che rifiutano l'occupazione

Noi sottoscritti, giovani donne e uomini, Ebrei ed Arabi da ogni parte del paese, dichiariamo qui di volerci impegnare contro l’occupazione e le politiche oppressive del governo israeliano nei territori occupati e nell’interno di Israele, e perciò rifiutiamo di partecipare ad azioni connesse con tali politiche, che vengono condotte a nome nostro dall’esercito israeliano.

Noi siamo tutti attivisti della comunità e contribuiamo in vari modi a una varietà di settori della società israeliana. Crediamo che il contributo, la cooperazione e il volontariato siano un modo di vita, che non dovrebbe essere limitato a due o tre anni.

La nostra obbiezione di coscienza nasce direttamente dalla nostra esperienza volontaria, dai valori nei quali crediamo, dal nostro amore per la società della quale siamo parte e nella quale viviamo, dal nostro rispetto di ogni essere umano e dal nostro proposito di fare del nostro paese un posto in cui tutti i suoi abitanti possano vivere meglio.

L’occupazione crea una condizione di vita insopportabile per i Palestinesi nei territori occupati. La politica dei check-point, dell’annessione della terra, della costruzione del muro dell’apartheid, la pavimentazione delle strade solo per gli Israeliani, i progetti delle colonie, gli assassinii, tutte queste cose hanno seminato distruzione nella West Bank per più di 40 anni. L’assedio di Gaza e la proibizione d’importare materiali, inclusi i prodotti alimentari di base e l’aiuto umanitario, mina alla base le condizioni minime di vita dei residenti di Gaza. Non possiamo tollerare tale realtà.

La pretesa avanzata dai portavoce del governo e dell’esercito, che il perdurare dell’occupazione nasce da ragioni di sicurezza, non ha consistenza. Nessun paese che ha combattuto per la sua indipendenza è mai stato sconfitto da mezzi militari. La sofferenza del popolo Palestinese e il suo esser soggiogato è la causa della violenta resistenza.

La popolazione d’Israele non sarà mai al sicuro finché la nazione Palestinese è sotto occupazione. Non c’è soluzione militare al conflitto Israeliano-Palestinese: solo la pace assicurerà vita e sicurezza agli Ebrei e agli Arabi in questo paese.

Il governo d’Israele spesso proclama con enfasi che Israele è la sola democrazia del Medio Oriente. L’occupazione è una completa contraddizione di tale pretesa. Può un governo che controlla la vita di milioni di persone che non hanno preso parte alle elezioni, essere chiamato “una democrazia”? Può il governare militarmente una popolazione civile esser considerato qualcosa di diverso da una dittatura?

L’esercito israeliano pretende di essere l’esercito “più etico del mondo”. Tuttavia ancora una volta la realtà prova che occupazione ed etica non possono stare insieme. Quando giovani armati vengono mandati in missioni di polizia in mezzo a persone sotto occupazione e prive di garanzia, quando il governo tenta di reprimere con la forza la lotta per l’indipendenza di un popolo assoggettato, tutto è pronto per l’oltraggio alla popolazione civile e per i crimini di guerra. Coloro che compiono tali azioni non sono l’eccezione delle “mele marce”.

L’occupazione è la condizione generalizzata da cui nascono simili azioni. L’occupazione ha condotto l’esercito israeliano a violare continuamente trattati internazionali, decisioni dell’ONU e disposizioni della Corte internazionale e anche della legge israeliana.

La politica degli insediamenti è razzista per principio: in nome dell’ideologia Messianica, ha creato una realtà di apartheid nella Cisgiordania. Palestinesi privi di diritti e coloni privilegiati vivono vite contrastanti gli uni accanto agli altri. I coloni partecipano all’elezione del governo che amministra i loro affari, mentre i Palestinesi vivono sotto governo militare. I coloni godono dei benefici della sicurezza sociale e di benefici economici, mentre i Palestinesi vivono una vita di povertà e schiavitù. I coloni sono processati da tribunali israeliani secondo la legge israeliana, mentre i Palestinesi sono processati da tribunali militari senza il diritto elementare ad un giusto procedimento. Qualsiasi essere umano contrario al razzismo trova questa realtà rivoltante ed inaccettabile.

C’è chi sostiene che noi siamo obbiettori, sebbene sia il governo di Israele il più consistente obbiettore, perché obbietta alla pace. L’esercito israeliano non è “una forza di difesa”, ma una forza aggressiva di occupazione. Il governo israeliano non tende un ramo d’olivo, ma pratica bensì un violento nazionalismo.

L’occupazione è un delitto continuo contro la società israeliana. L’impiego dei Palestinesi in condizioni da schiavi nel mercato del lavoro israeliano causa un deterioramento delle condizioni per tutti i lavoratori e produce la violazione dei loro diritti. Invece di investire per spese sociali, il governo israeliano ha investito per più di 40 anni nella costruzioni di ville e strade riservate per le colonie, al fine di alterare la realtà sul terreno.

Le norme perverse e la violenza che i giovani soldati confessano di praticare nei territori, hanno valicato la linea verde e hanno provocato un aumento della violenza e del razzismo in tutta la società israeliana. Per il senso di responsabilità e la preoccupazione per le due nazioni che vivono in questo paese , non possiamo rimanere inerti. Siamo nati in una realtà di occupazione e molti della nostra generazione vedono questo come una “condizione naturale”. Nella società israeliana è un dato di fatto che a 18 anni, ogni giovane uomo o donna partecipa al servizio militare. Tuttavia non possiamo ignorare la verità: l’occupazione è una situazione estrema, violenta, razzista, inumana, illegale, non democratica e immorale, che minaccia la vita di entrambe le nazioni.

Noi, che siamo stati allevati con i valori di libertà, giustizia, rettitudine e pace non possiamo accettarlo.

La nostra obbiezione a diventare soldati dell’occupazione, nasce dalla nostra lealtà ai nostri valori e alla società che ci circonda, ed è parte della nostra continua lotta per la pace e l’uguaglianza, una lotta la cui natura Ebreo-Araba prova che la pace e la coesistenza sono possibili. Questo è il nostro pensiero, e noi siamo disposti a pagarne il prezzo.

1- Se tu approvi la nostra lettera – sotto riportata, metti la tua firma; non occorre che tu sia ebreo o arabo;

2- Nei prossimi giorni istituiremo un sito apposito.

per sottoscrivere la petizione: http://www.petition.fm/petitions/shministim/1000l

Tradotto da Giorgio Forti

Dagli appunti delle nostre…responsabilità

Sari Nusseibeh, Università di Gerusalemme

Sono certo di deludere molti di voi ma dopo tanti anni di occupazione non ho più alcuna parola chiara da pronunciare sul futuro. Sono più confuso che mai in questo momento. Dopo un cosi’ lungo tempo di Dove stiamo andando?

Guardando oggi alla realtà la soluzione dei due stati non è realizzabile. E' improbabile che si vada verso una soluzione accettabile di due stati. Potremmo andare verso una soluzione di due stati che non ripetti i diritti dei palestinesi, che non riconosca i profughi, che violi le leggi internazionali, che consacri il presente apartheid…Dovremo sempre chioedfrci: ma a quali stati stiamo pensando? Per questo anche Netanyahu è daccordo con la soluzione dei due stati!

Ne abbiamo abbastanza di questo continuo riferimento al terrorismo. E' ora che si prenda in considerazione il terrorismo di cui è responsabile lo Stato d’Israele facendo di tutto per  continuare i sistema di occupazione.

E poi, scusate la mia stanchezza provata dagli anni…Non mi interessa se un giorno si sara’ una o l’altra formula che voi discutete, se ci sara’ uno stato per due popoli o due stati per due popoli. Vorrei solo avere un futuro di vita per me e la mia gente, perche’ più importante di avere uno Stato è per me il rispetto dei diritti umani e della radicale dignita’ di ogni uomo.

Janet Aviad, Università ebraica di Gerusalemme

Schizofrenia: ieri Tzipi Linvni ha parlato molto duramente alla Knesset contro la volontà di Netanyahu di colonizzazione infinita. Ma questa donna dov'era quando era Primo Ministro e dava ordine di continuare a costruire colonie?

Michel Sabbah, Patriarca Emerito di Gerusalemme

Sappiamo bene qual'è la situazione della Palestina: una lunga e persistente occupazione militare. La cosa più evidente è che qui viviamo tutti secondo il diritto del più forte e nessuno osa intervenire per fare pressione su Israele. Sappiamo bene cosa è dovuto ai palestinesi e cosa agli israeliani. Dopo tanti anni di ministero in terra santa, constato con amarezza e ripeto a voi: Quante visite ufficiali ci sono state in Palestina, di tutti i presidenti del mondo, ma niente e’ cambiato, anzi, loccupazione ci opprime sempre di piu’ e la nostra vita quotidiana peggiora di giorno in giorno…

Una sola cosa vi dico: la soluzione è fare pressione sul più forte, sul governo di Israele.

Cominciate una specie di boicottaggio ritirandovi e cancellando alcuni accordi economici con Israele e facendo sentire al più forte che lo è solo perchè è appoggiato da tutto il mondo. Se volete veramente aiutarci non abbiate paura di compiere azioni decisive, senza paura che vi accusino di antisemitismo. Altrimenti continuerete solo a organizzare conferenze sulla pace ma la pace non la costruirete mai.

 

Per interpretare la voce dei 400 abbiamo offerto qualche riga ad una di loro:

Nicoletta Dentico, vice-presidente dell'Osservatorio Italiano sulla Salute Globale

 

martedì, 13 ottobre 2009

 

Ogni giorno che passa, sento che aumenta la nostra responsabilità. E penetra dentro le ossa il senso – che è significato e direzione – di questa settimana, nel segno della diplomazia dei cittadini. Non venivo qui da venti anni, e molte cose sono cambiate da allora. I palestinesi lanciavano pietre ed avevano addosso l'attenzione del mondo. Le frange più illuminate  della società israeliana vedevano in quella simbolica forma di lotta araba un'opportunità per non tradire il sogno del loro stato .

Oggi, il disincanto si tocca con mano rispetto all'abuso delle parole vuote di ogni coerenza, di ogni concretezza  Il sofisticato controllo tecnologico di un popolo sull'altro ha preso il sopravvento, ha creato rassegnazione, ha sottomesso molte speranze.  Le responsabilità sono di tutti  A noi europei, che abbiamo colonizzato questi territori e non abbiamo ancora saldato il debito storico con i due popoli,  la responsabilità più grande. Ce lo chiedono i palestinesi  a chiare lettere. Ce lo chiede la geopolitica del buon senso, dei diritti, della giustizia..

“Come pecore mute condotte al macello” (Isaia)

Non è cosa facile tradurre in parole un'esperienza così singolare e profonda come quella che stiamo vivendo qui,in Palestina. La cosa che piu’ ci brucia dentro in questa full immmersion di sofferenze e ingiustiziae e’ che questa terra sia nota ai più come covo di terroristi. Ma non è affatto così e noi lo possiamo testimoniare. Questa ignobile e falsa attribuzione riteniamo doveroso vada eliminata dal vocabolario occidentale. Abbiamo toccato con mano la realtà di un popolo oppresso, schiacciato, umiliato, relegato in una prigione  cielo aperto, quando domenica 11 ottobre, alle 4 del mattino, ci siamo recati al check-point di Betlemme. Una fila interminabile di uomini, poche le donne, attendeva di passare dall'altra parte del muro-prigione pert recarsi al lavoro, un diritto fondamentale per ogni uomo. Sguardi implornti verso di noi, unarichiesta doi aiuto, di giustizia, poi il racconto della loro condizione di vita. Ogni tanto rumori concitati: qualcuno scalava la gabbia-corridoio e si  lasciava cadeere daall'alto per poter avanzaree e non rischiare di rimanere escluso dall'uscita verso una temporanea liberazione. Anche noi ci siamo messi in fila e assieme a queste persone dai volti rassegnati e mesti, abbiamo voluto vivere questo doloroso passare dall'altra parte di una terra che è stata loro rubata. I controlli sono stati e sono rigorosissimi. Sconvolge l'assoluta mancanza di umnità, l'umiliazione di giovani e anziani da parte delle forze militari israeliane che, in lingua ebraica, coon tono arrogaante e sprezzante, hanno il potere di decidere chi e quando può passare. Un palestinese ha tentato di abbreviare il percorso per accedere alla seconda fase del controllo. E' stato fermato da un soldatessa e costretto a rifare l'intero giro. Quando ssi ha l'imppreessione di essere alla fine, ecco un altro inizio di controlli e perquisizioni, avvilenti e disumani: la tessera di riconoscimento, le impronte digitali, il permesso rilasciato dopo tanta attesa. Finalmente, dopo due e più lunghissime ore, si ha l'impressione  di aver conquistato quella libertà che è per ogni uomo elemento fondamentale per vivere. Se per noi quest'esperienza sconvolgente è durata un solo giorno, per i nostri fratelli palestinesi questa via dolorosa si ripete giorno dopo giorno. “Come pecore mute condotte al macello”(Isaia).

Possiamo ancora tacere di fronte a tanta ingiustizia?

 

Rita e il team di Tutti a raccolta 2009

 

 

 


 

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