BoccheScucite: Voci dalla Palestina occupata.

Riceviamo da don Nandino Capovilla, Pax Christi, e pubblichiamo.

 

 

"Abbiamo un solo sogno: ritrovare il sogno che ci portava…” (Mahmoud Darwish, 13 marzo 1941 – 9 agosto 2008)

voci dalla Palestina occupata

BoccheScucite

 

quindicinale di controinformazione

numero 62 15 settembre 2008 

 

 La pesca miracolosa

 Siamo così tristemente abituati a contare non solo i morti (a tutt’oggi 5282 palestinesi e 1081 israeliani), ma purtroppo anche l’infinita gamma di vittime dell’infinito massacro del sistema di occupazione israeliana (dalle migliaia di feriti ai più di 10.000 prigionieri, dai milioni di lavoratori quotidianamente impediti a muoversi, agli altrettanti giovani che non potranno raggiungere le loro scuole) che ci sconcertano le notizie di sempre nuove modalità di oppressione, per terra e…per mare.

Il totale controllo sulla vita, sul tempo e sullo spazio dei palestinesi, che ha messo radici da decenni sulla terra della West Bank, è sistematicamente compiuto anche su quell’unico lembo di mare che, nonostante tutti i tentativi dell’occupante di raccontare al mondo il contrario, è Palestina. “Il mondo deve sapere, aprire gli occhi e reagire dinnanzi a ciò che avviene quotidianamente a Gaza e sulle sue coste”-scrive in esclusiva per BoccheScucite da Gaza, Vittorio Arrigoni (A VOCE ALTA), che con una quarantina di altri pacifisti ha compiuto un miracolo: quello che nessun governo aveva il coraggio di dire, loro lo hanno dimostrato al mondo intero da due sgangherati vascelli sbarcati sulla spiaggia di Gaza sotto lo sguardo abbacinato della gente (dei funzionari che studiano il caso nei palazzi di Bruxelles e del Primo ministro Olmert costretto ad interessarsi di 40 pacifisti in una riunione urgente col ministro Barak): se è vero che Israele si è ritirato tre anni fa dalla Striscia, il milione e mezzo di palestinesi di Gaza hanno diritto di vivere, di andare a scuola e di farsi curare all’ospedale, di commerciare e di pescare. Ma con la complicità del mondo Gaza è stata messa da tempo sotto totale assedio, per terra, per cielo e per mare;  l’embargo ha progressivamente portato la Striscia sul ciglio del disastro umanitario, con il blocco delle forniture elettriche, di gas e carburanti che hanno paralizzato le strutture sanitarie e sociali, mentre la chiusura dei valichi ha portato gli abitanti ormai al limite della sopravvivenza…).  Ma questi crimini contro l’umanità, di cui Israele si macchia, avvengono  quotidianamente anche in mare: diventano normali attacchi, ferimenti e omicidi di pescatori palestinesi che si allontano oltre le 3 miglia dalla costa, limite illegale imposto dalle Autorità israeliane, nonostante gli accordi di Oslo abbiano fissato a  circa 20 miglia dalla linea costiera il limite massimo di allontanamento e l’accordo del 2002 tra le Nazioni Unite e Israele l’abbia fissato a 12 miglia. Negli anni ’90 i pescatori riuscivano a portare a riva, rivendere ed esportare fino a 3.000 tonnellate di pesce ogni anno. Oggi sono circa 3.500 i pescatori professionisti lungo i 40 km costieri della Striscia, ma il settore dava lavoro ad almeno 40.000 persone, tra meccanici, pescivendoli e migliaia di famiglie di pescatori locali. Le navi da guerra o le motovedette israeliane aprono il fuoco sui pescatori, cosicché anche  un po’ di sardine che migrano dal delta del Nilo fino alle acque della Turchia, trasformano ogni pesca in una pesca miracolosa!  Ultimamente si sono aggiunti anche gli elicotteri e i razzi che distruggono le reti e le  barche, mentre le pattuglie costringono a rientrare a riva.

Diffondete anche voi l’appello che dalla barca di Vittorio e dalle pagine di BoccheScucite deve rompere il silenzio su Gaza e raggiungere terra! Raccontate di Ismai’l, costretto dai soldati a gettarsi nell’acqua gelida del mare fino quasi ad affogare, o di Adnan e suo fratello che hanno abbandonato la barca che affondava sotto i colpi dei militari, dei tre pescatori arrestati qualche giorno fa e costretti, nei primi giorni di Ramadan, a mangiare e bere. Guardate subito il video della barca su cui Vittorio (e tutti noi con lui!) in questi giorni scorta i pescatori nel loro lavoro http://www.youtube.com/watch?v=yTUYivihoTE e pensate al giovane Mohammad di 19 anni che è stato ferito e con lui Hussam che, colpito alla testa, versa in condizioni critiche.

In questo mare di desolante sofferenza per un’ingiustizia profonda come il Mediterraneo, ci ha raggiunto da Gaza la prova che…i miracoli accadono, anche tra le maglie larghe delle reti dei poverissimi pescatori di Gaza. Sono la resistenza quotidiana di cui scrive Mustafà Barghouti, che ha scommesso sulla nonviolenza in una tempesta di violenza (LENTE D’INGRANDIMENTO); è l’instancabile presenza, come scialuppe di salvataggio, di tutti gli internazionali di Operazione Colomba, del CPT e dei piccoli ‘vascelli’ di Pax Christi che, nel deserto di At Twani, continuano a sfidare l’arroganza dei coloni (IN BREVE) difendendo il piccolo Musa di 10 anni, attaccato e ferito. Sulla sua t-shirt la scritta: “Don’t worry” forse solo per dire che con il suo popolo resisterà fino alla fine. E’ il miracolo di una pace che ogni giorno ci sembra più lontana e che i credenti della Terra santa chiedono unanimi a Dio dalle chiese e dalle moschee (buon Ramadan a tutti i musulmani!). Niente a che fare con quel vergognoso e offensivo ritornello che ci costringono a sentire da mesi Olmert e Bush, Rice e Abu Mazen: “la pace arriverà, sta arrivando, entro l’anno!”

  At-Twani: il mondo non deve sapere…

 L’autista frena. Non vuole proseguire. Troppi soldati stamattina sulle strade desertiche a sud di Hebron. Per noi di “Ricucire la Pace”, che vogliamo raggiungere gli internazionali e i giornalisti alla conferenza stampa convocata da Operazione Colomba e CPT, è ancora una volta un altro gravissimo sopruso da sopportare: l’esercito, dopo aver saputo della conferenza stampa che avrebbe denunciato le continue violenze e le aggressioni dei coloni, ha decretato che -guarda caso- proprio At Twani sarà zona militare chiusa fino a nuovo ordine. E’ solo per il coraggio dei giovani di Operazione Colomba che anche noi riusciamo -a piccoli gruppi per non farci scoprire dalle pattuglie militari- a raggiungere il poverissimo villaggio che resiste  sotto il tiro dei coloni. Ma naturalmente l’obiettivo dei militari è stato raggiunto: nessun giornalista, nessuna conferenza stampa. Anche per oggi la verità si disperde tra le pieghe della Palestina sotto occupazione…

Proprio in questi giorni anche Gideon Levy ha denunciato alcune violenze dei coloni che vivono nelle colonie attorno ad At Twani, attraverso Haaretz: “Ha il corpo tutto coperto di croste che sanguinano e attorno volano mosche. Faccia, gambe e mani sono tutte ricoperte di piaghe e tagli; una è particolarmente grande. Due settimane fa Musa, che ha 10 anni, e come i suoi fratelli soffre della stessa malattia cutanea ereditaria, è stato ferito mentre scappava per salvare la pelle. Quel sabato, coloni armati di bastoni hanno fatto irruzione nell’accampamento della sua famiglia, e per Musa, consumato dalle piaghe, è stato difficile scappare. Ha i capelli biondi, è vestito di stracci scoloriti, fra cui una camicia logora, con le parole “Don’t worry”. Ma Musa è spaventato a morte: ha paura che i coloni assalitori ritornino. Avevano distrutto o portato via tutto, dalla tenda fino alle ultime stoviglie, dal mangime per le bestie e gli abbeveratoi, alle lenzuola, alla radio, che hanno fracassato. Nell’ultimo attacco tutto è andato perduto, il 19 luglio. Il figlio più grande, Mohammed,  spiega che intorno alle 9 di mattina, mentre tutta la famiglia era seduta nella tenda – a parte un figlio, fuori con le pecore – hanno improvvisamente notato un grande gruppo di coloni, che scendevano da Asael verso l’accampamento. A viso scoperto, questi si sono avvicinati, maneggiando grossi manganelli.  Mohammed racconta che i coloni hanno iniziato a distruggere la tenda, e poi a danzare fra i brandelli”. Dovrebbe esser questo il tempo di ritornare allegramente a scuola.

Certamente non per i piccoli di At Twani. 

BoccheScucite

 

Tutti a scuola! Ma non c’è rientro per gli 82 bambini uccisi quest’anno…

 L’educazione palestinese è condizionata e stravolta profondamente  dall’occupazione militare e dagli scontri tra Hamas e Fatah. Più di un milione di studenti palestinesi sarebbero dovuti ritornare a scuola alla fine del mese scorso, per rivedere i loro amici e rientrare in classe. Ma gli studenti palestinesi affrontano rischi e difficoltà uniche che non si possono immaginare facilmente.

La Relief and Works Agency delle Nazioni Unite, che segue i rifugiati, riporta che “82 bambini non ritorneranno a scuola. Sono stati uccisi quest’anno, vittime della violenza che permea la vita quotidiana dei bambini. E’ mostruoso: 76 sono stati uccisi nel conflitto con Israele e 6 dalla violenza interna palestinese.”

Il sistema scolastico palestinese si prende cura del 70% degli studenti nella West Bank e a Gaza, l’UNRWA ne serve il 24%, e le scuole private il 6%. Ma l’85% delle scuole UNRWA a Gaza e il 20% delle scuole dell’autorità palestinese nella West Bank, sono costretti a fare due turni di scuola al giorno, riducendo il tempo di apprendimento. Anche se più dell’80% dei bambini va a scuola regolarmente, un numero sempre più elevato sta a casa perché le famiglie non possono affrontare le spese per le divise, i libri e il trasporto. Traumatizzati da una violenza costante, i bambini sono sempre disattenti e non riescono a concentrarsi nello studio.

Basti ricordare che i  bambini e gli insegnanti devono affrontare un’odissea tutte le mattine per sperare di raggiungere la scuola:  i più di 500 check-point israeliani sono spesso ostacoli insormontabili. Le truppe israeliane fanno a volte incursioni nelle scuole come anche nei parchi gioco. E se gli studenti rispondono con lanci di pietre, i soldati israeliani lanciano lacrimogeni, bombe sonore, e ‘pallottole di gomma’ che uccidono e mutilano.

A Gaza, molti bambini ed insegnanti non possono andare a scuola perché manca la benzina a causa dell’embargo israeliano. Israele non ha consentito i rifornimenti alle scuole della Striscia e gli abitanti sono costretti a comperarli dal contrabbando egiziano.

Anche le ostilità tra Fatah e Hamas minacciano la vita dei piccoli studenti. Il 24 agosto, il primo giorno di scuola, l’unione degli insegnanti di Fatah è scesa in sciopero. Hamas si è vendicata licenziando gli insegnanti assenti (60-65%) e rimpiazzandoli con nuovi laureati. Gli insegnanti che scioperano hanno paura delle punizione di Hamas mentre quelli che vanno al lavoro prevedono ritorsioni da Fatah.

Nonostante Israele abbia bloccato le importazioni di materiale edile per ben 90 milioni di dollari (63 milioni di euro) del programma di costruzione di scuole, l’UNRWA ha aperto nuove scuole e ha dato ad ogni studente un sussidio di 25 dollari.

E le restrizioni non finiscono mai: Israele ha autorizzato solamente 58 studenti su 600 ad iscriversi ad università straniere. Sebbene un numero imprecisato è stato autorizzato ad uscire dal valico di Rafah che l’Egitto ha recentemente aperto, molti studenti non lo richiedono per paura di venir intrappolati. Tutti gli impiegati delle nove università  palestinesi stanno facendo uno sciopero a singhiozzo, richiedendo un aumento di stipendio. Per Ghassan Khatib, vice presidente dell’università  Birzeit “i salari sono così bassi che pregiudicano la qualità dell’educazione. Gli insegnanti stanno abbandonando la professione”.

Se i professori abbandonano, i genitori palestinesi sono sfiniti e psicologicamente provati. Fin dalla fondazione di Israele 60 anni fa, le famiglie palestinesi hanno puntato sull’educazione per un futuro migliore per i loro figli. Ma oggi quel sogno diventato progetto educativo tra i più allargati a tutti sembra non alimentarsi più…

Michael Jansen, The Irish Time, 11 settembre 2008

                             A Na’alin si spara, si muore, si resiste

 “Sparare, in qualsiasi caso, ad un uomo inerme,  incappucciato e arrestato, è un crimine di guerra.

Un comandante che dà ad un suo soldato un ordine criminale come questo dev’essere immediatamente espulso dall’esercito.

Ma il responsabile all’addestramento militare ha deciso invece che questo ufficiale è proprio adatto a comandare e istruire i futuri soldati. E questo disonora tutti gli ufficiali del nostro esercito”.

Con questo annuncio a pagamento su Haaretz (15 agosto), Gush Shalom ha denunciato il ripetuto sopruso che si allarga a sempre nuovi provvedimenti criminali presi dall’esercito. “Ecco la giustizia israeliana -commenta Gideon Levy su Haaretz il 28 agosto: il Ten. Col. Omri Burberg, il comandante di battaglione che ha impartito l’ordine, assolutamente illegale, di sparare a un palestinese legato e imbavagliato, non solo è a piede libero ma si valuta se assegnargli una promozione nell’addestramento superiore delle Forze di Difesa di Israele. Intanto Jamal Amira, il padre di Salam, l’operatrice di telecamera dilettante che ha filmato lo sparo, ha trascorso 26 giorni in un carcere israeliano…

Jamal Amira è stato arrestato subito dopo la diffusione, da parte di B’Tselem, del video fatto da sua figlia, con l’orribile sparo al palestinese legato: perfino in Italia i media sono stati costretti a mandare quelle immagini che nemmeno la ‘lobby’ di Claudio Pagliara era riuscita a censurare.

A Na’alin, il villaggio coinvolto dal 2005  in una lotta nonviolenta, risoluta e coraggiosa, per difendere quel che resta dei suoi terreni su cui Israele cerca di costruire il muro, questa settimana si è celebrata la liberazione di Amira. Ma lui stesso ha voluto ricordare prima altre due vittime nella lotta per la propria terra: Ahmed Mussa, di 10 anni, e Yussef Amira, di 22.

Così anche noi ricordiamo tutte le vittime della resistenza nonviolenta, i feriti palestinesi e quelli internazionali, persone inermi che durante le azioni nonviolente contro il muro sono state colpite dal fuoco israeliano. Proprio come Andrea, che giusto un anno fa con Pax Christi era in Palestina per la raccolta delle olive e attende ancora di poter denunciare l’esercito che nella più assoluta impunità gli ha puntato alla fronte e ha sparato.

BoccheScucite
 

SMASCHERATE QUEL “PIANO DI PACE”!

 sull’ennesima “generosa offerta” di Israele  

Nel cuore dell’estate è arrivato un patetico tentativo del premier Ehud Olmert, ormai debolissimo, di ripresentare un «piano di pace» israeliano che circola ormai dal 2000 e che lascerebbe ad Israele il controllo di tutta Gerusalemme, inclusa gran parte della zona araba occupata nel 1967, scrivendo la parola fine sul «diritto al ritorno» per i profughi, senza prevedere alcuna assunzione di responsabilità, anche solo parziale, dello Stato ebraico nella tragedia del 1948. Il logico rifiuto da parte dell’AnP si trasformerà nella solita accusa di rifiuto di una «proposta generosa», come accadde ad Arafat quando nel 2000 a Camp David non accettò le offerte altrettanto «generose» dell’allora premier israeliano Barak.

Secondo il piano Olmert nello scambio di terreni verrebbero date ai palestinesi addirittura alcune zone desertiche del Negev. Nessun riferimento al destino delle decine di migliaia di palestinesi che oggi vivono tra il muro e la linea verde, e -per confermare che non sarebbe un accordo definitivo- Israele si impegna ad evacuare i coloni solo dopo che i palestinesi saranno riusciti a fare “alcune riforme interne” (leggi: adeguamento alle volontà dell’occupante) e avranno ripristinato il “controllo” su Gaza (leggi: una guerra civile interna sanguinosa e definitiva).

 

Un piano per seppellire definitivamente la Palestina 

di Mustafa Barghouti      

 

Chiunque abbia seguito i discorsi di Annapolis non sarà sorpreso dalle caratteristiche dell’attuale progetto di Olmert. Egli cerca di scolpire nella pietra la strategia doppia e coordinata perseguita da Israele sin da Oslo: dividere e procrastinare le questioni dello status definitivo fino a quando non siano diventate superflue dalle realtà di tempo e di fatto, invocando intanto la sicurezza come pretesto per il rifiuto di rispettare gli impegni. Ogni menzione della sicurezza si riferisce esclusivamente a quella israeliana; l’idea è di formalizzare lo strano principio per cui chi è sotto occupazione ha la responsabilità di garantire la sicurezza dell’occupante!

La proposta di Olmert è un accordo simbolico, da rimandare ad oltranza. Potrebbe essere attuato immediatamente senza costare alcunché ad Israele, nemmeno uno stop all’ampliarsi delle colonie. L’Autorità Palestinese (AP), intanto, dovrebbe provare due cose: di essere un espertissimo poliziotto per procura, per conto dell’occupante, e di poter riprendere il controllo di Gaza. Ma se non può dimostrarlo, l’accordo resta simbolico. In questo modo, Israele prende due piccioni con una fava: rinvia un’altra volta le questioni chiave, guadagnando tempo per costruire ulteriori colonie, e può dare la colpa ai palestinesi per il mancato onore all’accordo e l’attuazione della pace alla quale il suo governo sostiene di ambire.

Forse l’aspetto più pericoloso del progetto di Olmert è il tentativo di far dipendere un’attuazione parziale dei diritti nazionali palestinesi dalle performance securitarie dell’AP. Per questo è condannato a fallire fin dall’inizio: pone l’AP contro il suo stesso popolo e la sua causa nazionale, rendendo evidente, in modo sfacciato, che chi domina realmente è solo Israele. Eppure otterrà lo stesso l’obiettivo primario di quest’ultimo: approfondire le divisioni interne palestinesi, consolidandole.

Il progetto sostiene che l’AP ha acconsentito a posticipare la questione dello status di Gerusalemme. Davvero? E fino a quando? Dato l’intensificarsi della costruzione di colonie e la continua ebraicizzazione di Gerusalemme, posticipare può avere un solo significato: rinunciare ad ogni rivendicazione palestinese sulla città. Ma nessun palestinese, nessun arabo onesto può assolutamente acconsentire ad un accordo che non faccia sì che la Gerusalemme araba sia la capitale dello Stato palestinese. Dobbiamo ricordare che ogni tentativo di posporre la questione della città è un tentativo di rescinderla dall’insieme dei diritti palestinesi, ponendo le basi per eliminarla del tutto.

Il progetto di Olmert pone il massimo di energie nel legittimare l’annessione delle principali colonie in Cisgiordania: costituiscono solo il sette per cento della regione, sostiene Olmert, ma il conto è quanto mai fuorviante. Significa ratificare il muro dell’apartheid, condannato dalla Corte Internazionale di Giustizia, come confine ufficiale di Israele. Vuol dire altresì annettere l’80% delle risorse idriche palestinesi. E in cambio di che? Di una chiazza di deserto arido vicino al confine di Gaza… e se, e solo se la situazione nella Striscia cambierà, con l’affermarsi del controllo dell’AP. Non solo acconsentire allo scambio di territori ratifica l’annessione di terreni sull’altro lato del muro e del muro stesso: ratifica anche l’intero sistema di apartheid israeliano.

Quanto ai coloni, resteranno negli insediamenti – tutti – fino a che l’AP non dimostri “buona volontà”, sbarazzandosi di chiunque sia sgradito a Israele. Nel frattempo, l’espandersi di Ma’ale Adumim, Ariel, Gush Etzion, e di tutte le colonie intorno a Gerusalemme prenderà velocità, in apparenza per far posto ai coloni che acconsentono a trasferirvisi. Come spiegare il silenzio, da parte dei sostenitori del processo di Annapolis, circa il fatto che la costruzione delle colonie da quell’incontro è aumentata di 20 volte, e l’insistere perché i negoziati continuino, malgrado questo ampliarsi febbrile?

Quel che Olmert fino ad ora ha tenuto segreto è che Israele continuerà a controllare i confini, la Valle del Giordano e quanto resta delle risorse acquifere sotterranee, con il pretesto di misure di sicurezza. Tutto questo ammonta chiaramente a ben di più che al sette per cento del territorio. In quel sette per cento non si menzionano affatto la valle del fiume Giordano, il Mar Morto, i villaggi di Latrun ecc.

Il piano israeliano, sostenuto dagli USA, è di portare ogni accordo raggiunto alla benedizione dell’ONU, cancellando in questo modo tutte le precedenti risoluzioni internazionali e le leggi a sostegno dei diritti nazionali palestinesi. Il prezzo a cui Israele mira consiste, oltre che nel rimuovere Gerusalemme dall’equazione, nel porre fine, una volta per tutte, alle rivendicazioni dei profughi.

In sostanza, il piano che Olmert ha posto sui tavoli di negoziazione non è altro che un progetto per seppellire i principi nazionali palestinesi, minando una volta per tutte i legittimi diritti del nostro popolo.

Segna la fine della tragicommedia di Oslo, e il trionfo di tutti coloro per i quali ‘realismo’ significa ‘resa’. È un tentativo di eludere, eliminandole, quattro questioni dello status definitivo: Gerusalemme ed i profughi, colonie ed annessione di vaste zone della Cisgiordania, posponendo tutto il resto fino a quando le realtà sul terreno non rendano parimenti superflua ogni richiesta palestinese. In breve, è un tentativo di trasformare ogni idea di uno Stato indipendente in cantoni isolati, amministrati da un’autorità non sovrana, prigioniera in un regime di apartheid.

È tempo che i palestinesi fermino questo disintegrarsi del processo di pace. È tempo che facciano di più che proferire debolissime “riserve” calcolate su questa o quella idea di Olmert. Devono rifiutare tutte le soluzioni parziali e ad interim, smascherando la politica israeliana: imporre realtà di fatto con  negoziati che si cerca a tutti i costi di non  far riuscire.

La vera risposta ad Olmert e all’establishment razzista che domina in Israele è di ristabilire l’unità nazionale, creando una leadership unificata e forgiando una strategia collettiva per gestire la lotta contro l’occupazione, non per conformarvisi. Tale strategia deve combinare forme di resistenza di massa e di base contro l’occupazione ed il sistema di apartheid con politiche sociali ed economiche che sostengano la gente e vadano incontro alle loro preoccupazioni. Deve anche costruire un forte movimento di solidarietà internazionale con la nostra causa, ravvivando il legame nazionale comune, fra i palestinesi qui e quelli all’estero.

 

Da Al-Ahram settimanale, 28 agosto – 3 settembre 2008

L’autore è segretario generale dell’Iniziativa Nazionale Palestinese.

Traduzione: Paola Canarutto

 

 

Se un redattore di Haaretz parla di “apartheid”.

E non si pente!

 

Danny Rubinstein, redattore e membro del consiglio d’amministrazione di Haaretz, non ha ritrattato: Israele è uno “Stato di apartheid”: così aveva affermato in una Conferenza delle Nazioni Unite. Alcuni si aspettavano che Rubinstein spiegasse il contesto delle sue parole, ma quando gli è stata offerta l’occasione di spiegarsi di fronte alla comunità ebraica locale, ha testardamente confermato le sue dichiarazioni rincarando la dose: “Non chiedo scusa per quel che ho detto”, ha dichiarato il redattore di Haaretz,  “Nella mia cerchia, molti utilizzano il termine apartheid. Il mio giornale lo usa sempre più spesso. Non c’è niente di nuovo.” Rubinstein ha riferito di aver iniziato ad usare questa parola dopo che l’ex presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, ha pubblicato il libro “Palestine: Peace not Apartheid”.“Anche Ariel Sharon ha usato il termine ‘occupazione’, che non era mai stato adoperato prima! Io ho l’obbligo professionale di dire quello che penso, e non cambio quel che dico o che penso in base al posto in cui mi trovo

 

 

Rischio secessione o… espulsione?

 

L’ex ambasciatore israeliano negli States ha detto che esiste un rischio secessione della Galilea da Israele, vista l’aria generalizzata di secessione in un contesto come quello georgiano (o quello kosovaro), in cui gli israeliani hanno appoggiato direttamente le operazioni militari che hanno aperto la possibilità della secessione stessa. I paradossi sono davvero tanti (ma Israele non stupisce, è l’avanguardia mondiale dei paradossi). Tra l’altro ogni scusa sembra buona per ribadire la necessità di portare avanti una bella “pulizia” di arabi palestinesi cittadini d’Israele, come emerge nelle parole dell’ingegnere etnico in questione: "è decisivo ristabilire la maggioranza ebraica nel nord", quello cioè a cui mirano le politiche israeliane da tanto tempo. (Nicola Perugini)

 

  

Bella differenza…

 

E’ in una prigione militare:

E’ Udi Nir, 18 anni,

si rifiuta di servire un esercito

che viola i diritti umani fondamentali

nei Territori Occupati

 

E’ a piede libero:

E’ il soldato che ha sparato

e ucciso il piccolo Ahmad Mussa 10 anni,

nei campi di Ni’lin

 

 Haaretz, 22 agosto, 2008

 

 

 

Parlamento Europeo: Risoluzione contro Israele

per proteggere 11.000 prigionieri palestinesi

 

Una importante Risoluzione che chiede il rilascio dei parlamentari palestinesi detenuti, incluso Marwan Barghouti, e invoca il rispetto dei diritti umani per tutti i prigionieri è stata adottata il 4 settembre a Bruxelles. “La risoluzione del PE sui prigionieri palestinesi evidenzia concretamente le violazioni di Israele al diritto internazionale e rappresenta un importante passo in avanti per il rispetto dei diritti umani e la legalità anche perchè è il risultato del lavoro congiunto di eurodeputati che appartengono a differenti gruppi politici” – ha dichiarato Luisa Morgantini, Vice Presidente del Parlamento Europeo.

Con chiarezza si chiede a Israele di rispettare i diritti di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, invocando il rispetto di trattamenti in linea con i diritti umani per tutti i prigionieri – circa 11.000, tra questi 385 bambini. Si pretende allora “di garantire che siano rispettati standard minimi per le detenzioni, di assicurare un processo a tutti i detenuti, di porre fine agli ordini di detenzione amministrativa e di attuare misure adeguate per i diritti di visita dei minori e dei prigionieri”, domandando anche con urgenza un rilascio consistente di detenuti, così come la liberazione dei 48 membri del Consiglio Legislativo Palestinese imprigionati, incluso Marwan Barghouti.  

 

 

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