Campagna per il Diritto di ingresso e rientro nei Territori Occupati.

La Campagna sta raccogliendo i casi di diniego di entrata ed è possibile scaricare il formulario (dal sito sotto indicato) da riempire ed inviare via fax o via email nel caso si sia a conoscenza di tali casi. Il numero di fax è lo 00 972 2 295 4903, l’indirizzo email info@righttoenter.ps
  

Care tutte e tutti,

 

di seguito vi mando un breve dossier sulla importantissima quanto urgente campagna lanciata in Palestina dal network di ONG palestinesi PNGO in collaborazione con l’IPCRI – Centro Israelo Palestinese per la ricerca e l’informazione, relativa alla politica israeliana di diniego dei visti di entrata di palestinesi con passaporti stranieri, stranieri di origini palestinesi, stranieri coniugati con palestinesi, stranieri cooperante, studenti, imprenditori, lavoratori, che negli ultimi tempi ha subito una brusca crescita.

 

La Campagna per il Diritto di Ingresso e Rientro nei Territori Occupati Palestinesi è stata lanciata a Settembre a Gerusalemme e credo sia urgente una nostra azione di sostegno.

 

Il 19 ottobre la Campagna attraverso un comunicato stampa ha annunciato un primo importante passo fatto. Il Dipartimento di Stato USA ha infatti  formalmente presentato una protesta presso la ambasciata israeliana di Washington relativa alle restrizioni di accesso operate sui cittadini statunitensi (Numerosi i casi di cittadini USA di origine palestinese) che vogliono entrare nei territori palestinesi. E’ ora che gli stati membri dell’Unione Europea, tra cui l’Italia facciano altrimenti.

 

Lunedì 23 Ottobre è stata inoltre lanciata   la Commissione Israeliana per i Diritti dei Residenti (ICRR) proprio per seguire più specificatamente la questione dei ricongiungimenti familiari.

 

 

Di seguito troverete un dossier in italiano, e anche una lettera tipo da spedire al nostro governo, così come una di protesta in inglese da spedire al governo israeliano.

 

Intanto sto cercando di fare una lista dei cooperanti italiani espulsi grazie alla collaborazione di Giulia Franchi e delle ONG italiane presenti in Palestina, per vedere di fare pressioni qui al Parlamento Europeo, già che molti dei cooperanti espulsi seguono progetti finanziati proprio dalla UE , sarebbe indispensabile fare pressioni anche sul governo italiano e sulle Ong perchè si mobilitino nei loro stessi interessi. 

 

Venerdì 27 ottobre sono in partenza per la Palestina ed Israele , sono riuscita ad organizzare   una delegazione di 14 europarlamentari di tutti i gruppi politici , tra i numerosi incontri che faremo ci sarà anche l’incontro con i rappresentanti della Campagna.

 

La Campagna sta inoltre raccogliendo i casi di diniego di entrata ed è possibile scaricare il formulario (dal sito sotto indicato) da riempire ed inviare via fax o via email nel caso si sia a conoscenza di tali casi. Il numero di fax è lo 00 972 2 295 4903, l’indirizzo email info@righttoenter.ps

 

 

Per chi volesse ulteriori informazioni può consultare il sito della Campagna www.righttoenter.ps

 

Il formulario ve lo allego anche nella mail.

 

Vi pregherei di comunicarci mettendo in copia alla vostra mail il nostro indirizzo quando mandiate schede di raccolta dei casi di diniego.

 

 

 

Un abbraccio,

 

Luisa Morgantini

 

 

CAMPAGNA PER IL DIRITTO DI INGRESSO E RIENTRO NEI TERRITORI OCCUPATI PALESTINESI (Campaign for the Right of Entry/Re-Entry to the Occupied Palestinian Territory)

 

Recentemente ad un numero sempre maggiore di stranieri, di stranieri di origine palestinese e palestinesi in possesso di passaporti stranieri è stato negato l’acceso di entrata ai territori palestinesi nei confini di accessop obbligato israeliani. Tra loro cooperanti internazionali, uomini d’affari, coniugi e figli di palestinesi residenti nei territori occupati della Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est.

 

Il Network di ONG palestinesi PNGO insieme all’IPCRI- Centro Israelo Palestinese per la ricerca e l’informazione -hanno quindi deciso di lanciare una Campagna per il Diritto di Ingresso e Rientro nei territori occupati palestinesi. (Campaign for the Right of Entry/Re-Entry to the Occupied Palestinian Territory).

 

Il 6 Settembre l’IPCRI e il PNGO hanno lanciato un appello per la fine immediata della politica discriminatoria israeliana congela-visti lanciando la campagna alla presenza di 70 giornalisti, attivisti e membri dei corpi diplomatici presenti in Israele e Palestina. Sono stati invitati anche i funzionari di governo israeliani per un confronto ma nessuno si é presentato. Lo scopo della conferenza stampa era quello di far impegnare i funzionari israeliani sulla questione alla presenza di rappresentanti stranieri. Un portavoce del consolato USA ha enfatizzato che il consolato era al corrente della politica di congelamento dei visti di entrata e che la questione era stata sollevata ai massimi livelli.

 

Questa politica nega l’ingresso a nazionalità straniere (inclusi palestinesi con passaporti stranieri o stranieri di origine palestinese) che vogliono stare nei territori. Gli israeliani si avvalgono del pretesto in base al quale gli stranieri sarebbero obbligati ad acquistare un permesso per visitatori previamente, ma molto raramente questi permessi sono stati rilasciati. E’ diventato difficile entrare in Palestina anche per coloro che vi vogliono stare per pochissimo tempo.

 

 Molte persone con passaporti stranieri sono stati tagliati fuori dalle proprie famiglie, amici, proprietà e lavoro. I più duramente colpiti sono le nazionalità straniere sposate a coloro in possesso di una carta d’identità palestinese, che devono attenersi a un visto turistico di 3 mesi per legalizzare la loro permanenza, perché Israele non rilascia residenze permanenti a coloro che desiderano vivere nella Cisgiordania o a Gaza.

 

Sin dall’inizio della seconda Intifada, nel settembre del 2000, Israele ha smesso di accettare richieste palestinesi per la ricongiunzione familiare in Cisgiordania e Gaza come metodo di controllo della demografia palestinese. Secondo B’Tselem, Israele ha praticato questa metodologia di controllo a fasi alterne dal 1967 e ora ha un sovraccarico pari ad almeno 120.000 richieste che si rifiuta di prendere in esame. Israele, e non l’Autorità Palestinese, è ed è sempre stata in controllo del registro della popolazione palestinese.

 

La rappresentante della Campagna Anita Abdullah ha parlato della natura politica del metodo del congelamento e del bisogno di trovare una soluzione politica che combatta la metodologia in sé, non solo casi individuali di discriminazione. 

 

Antigona Shkar di B’Tselem ha presentato testimonianze video di un rapporto fatto insieme a HaMoked, pubblicato ad agosto, intitolato “Il Limbo perpetuo: Israele congela i ricongiungimenti familiari palestinesi nei territori occupati”

 

 

La politica di congelamento dei visti di entrata di Israele 

 

Il prominente commerciante palestinese Zahi Khouri (Presidente della National Beverage Company) ha parlato delle ramificazioni della politica di congelamenti sulle comunità imprenditrici palestinesi e ha fatto un appello alle missioni estere presenti in Israele affinché pongano fine a questa politica di chiusura.

 

Il rappresentante della Campagna Basil Ayish ha chiesto un’azione mirata ai funzionari delle rappresentanze straniere così come al governo israeliano. “Chiediamo che Israele fermi immediatamente la separazione delle famiglie palestinesi; chiediamo che Israele fermi la discriminazione di coloro che vogliono entrare in Israele-Territori Occupati, e ci aspettiamo che le ambasciate proteggano e difendano i diritti dei loro cittadini a viaggiare liberamente nei porti israeliani”.

 

La Campagna richiede:

 

·        la protezione del diritto dei palestinesi in possesso di una carta d’identità a risiedere insieme ai propri coniugi, figli, genitori, custodi che non sono in possesso di tale carta d’identità nei territori palestinesi occupati.

·        Garantire permanentemente i diritti di "visita" ai coniugi e membri della famiglia dei palestinesi in possesso di carte d’identità nei territori palestinesi occupati

·        Garantire i diritti di visita agli stranieri, (inclusi palestinesi con passaporti stranieri o stranieri di origine palestinese) includendo i professionisti, testimoni oculari stranieri e attivisti per la pace che solidarizzano con la popolazione palestinese, nei territori occupati senza discriminazioni contro la loro origine etnica o affiliazione religiosa

·        L’immediata cessazione delle interferenze israeliane nello sviluppo dell’economia, educazione, e sistema sanitario palestinese, e della società civile attraverso il diniego da parte degli occupanti a far entrare coloro che intendono contribuire allo sviluppo palestinese.

 

 

La campagna per il diritto di ingresso e rientro nei territorioccupati palestinesi si appella alla comunità internazionale ed a tutti i governi i cui cittadini sono vittime della attuale politica israeliana di diniego dell’entrata nei territori occupati palestinesi di assumersi le proprie responsabilità, specialmente coloro sotto la Quarta Convenzione di Ginevra in quanto é pertinente alla "protezione di una popolazione occupata" sotto regolamentazione militare e:

 

  • Chiede che Israele cessi immediatamente di separare le famiglie palestinesi 

  • Chiede che Israele smetta le discriminazioni contro coloro che vogliono entrare in Palestina/Israele 

  • Chiede che Israele smetta di creare profondi disagi alla capacità della popolazione palestinese di mantenere e sviluppare le propria società proibendo l’accesso alle necessarie risorse umane – siano esse madri, padri, investitori, educatori, professionisti medici o altri.

  • Chiede che vengano subito ripresi i procedimenti israeliani per l’esame delle domande di richiesta di residenza per le famiglie palestinesi.

 

L’appello lanciato sottolinea inoltre come questa politica, non dichiarata, messa in atto dal governo israeliano, costituisce l’ennesima azione unilaterale del governo israeliano che violando il diritto umanitario e la legalità internazionale minaccia qualsiasi processo di pace oltre che la stabilità e prosperità dell’intera regione.

La drammatica ironia di questa politica sta proprio nel fatto che la politica israeliana nega l’accesso dei palestinesi alle loro strutture familiari e risorse umane, mentre la comunità internazionale, Israele inclusa, richiede ai palestinesi di creare una società più democratica, moderna, trasparente, affidabile e produttiva nella regione.

 

Ad oggi Israele considera più di 60.000 residenti palestinesi nei territori occupati residenti illegali secondo quanto riportato dal Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center (JLAC).   Molte di queste persone sono detenute e deportate se colte nei checkpoint israeliani.

 

Nei passati mesi Israele ha, senza preavviso, negato il rientro di persone che hanno risieduto per anni legalmente nei territori occupati palestinesi soli o con i loro coniugi e bambini sulla base di visti turistici o di altro tipo che erano stati rinnovati a intervalli frequenti con la partenza e il rientro nel paese, come richiesto da Israele. Queste persone sono ora bloccate in Giordania o tornate nei paesi di cittadinanza, separati dalle loro famiglie, lavoro e proprietà. Altri sono preoccupati di partire per paura di dover affrontare la stessa sorte.  

 

I rappresentanti dei servizi consolari dei paesi, i cui cittadini sono stati arbitrariamente e selettivamente mandati indietro con un diniego di ingresso, nonostante la comprensione, sembrano non volenterosi o impossibilitati a confrontarsi e cambiare questa politica.

 

Contrariamente a una Trattato d’Amicizia, Commercio e Navigazione del 1954 tra Israele e gli USA per permettere ai cittadini di entrambe le parti di entrare nei rispettivi territori, di viaggiare liberamente, di risiedere nei luoghi da loro scelti ecc. Israele, mira gli americani di origine palestinese, riservando loro un trattamento speciale e rendendo ristrette le loro possibilità di viaggio nei e dentro i territori israeliani e occupati. “I cittadini Americani di origine palestinese possono essere considerati dalle autorità israeliane come residenti della Cisgiordania o di Gaza, specialmente se gli é stata rilasciata una carta di identità palestinese o se, come minori, sono stati registrati in entrambe le carte d’identità palestinesi dei genitori”. "A queste persone è richiesto di ottenere un passaporto palestinese valido prima che gli sia permessa l’entrata”.  (US Consular Information Sheet)  

 

A migliaia di cittadini giordani sono stati negati sistematicamente i visti d’ingresso dall’anno 2000 da parte dell’ambasciata israeliana per poter visitare i territori occupati, mentre i turisti israeliani continuano ad avere garantito il visto turistico per la Giordania.

 

Israele ha sospeso le procedure di ricongiunzione familiare per i palestinesi residenti nei territori occupati palestinesi sposati con cittadini di altri paesi poco dopo lo scoppio della seconda Intifada verso la fine del 2000. Le procedure sono state ristrette e intermittenti. Come citato sopra, ci sono, ad oggi, oltre 60.000 richieste formali di ricongiungimento familiare nella “lista di attesa” ufficiale del Ministero degli Affari Civili palestinese.

 

 

I ministri e funzionari israeliani dietro le politiche di restringimento del numero di palestinesi nei territori occupati palestinesi usano frequentemente la “sicurezza” come alibi per le politiche e leggi che negano il ricongiungimento familiare. In realtà, cercano di ridurre quello che percepiscono come “minaccia demografica” nei territori occupati inclusa Gerusalemme Est..

 

Una legge israeliana dichiarata nel 1983 sul ricongiungimento familiare cita: “per ridurre, il più possibile, l’approvazione delle richieste di ricongiungimento familiare “perché sono” motivo di immigrazione nell’area”    (As cited by B’Tselem, and Israeli Human Rights NGO)

 

Una recente legge israeliana (Luglio 2003) nega la cittadinanza, la residenza permanente, e/o lo status di residente temporaneo in Israele e Gerusalemme Est ai coniugi di israeliani dei territori palestinesi e ai loro figli se sono nati nei territori occupati. La legge, chiamata  Nationality and Entry into Israel Law, riguarda decine di migliaia di palestinesi in Israele e nei territori occupati.

 

Nel 1995, il Ministro degli Interni israeliano ha cambiato la sua interpretazione della Legge di ritorno riguardante i diritti di un “nuovo immigrato” israeliano, che si applica anche al coniuge di un ebreo, ai figli e nipoti di un ebreo  (section 4A of the Law of Return), in modo tale che non sia più applicabile ai coniugi non ebrei di cittadini israeliani. (Adalah).

 

 

In accordo con quanto sostenuto dalla Campagna Israele sta implementando la politica di diniego di ingresso e rientro ad agli stranieri (inclusi palestinesi con passaporti stranieri o stranieri con origini palestinesi) nei territori palestinesi per poter raggiungere i seguenti obiettivi politici: isolare i palestinesi, continuare il controllo sulla demografia a favore della popolazione ebraica e punire i palestinesi personalmente e a livello di sviluppo per via dei risultati elettorali di gennaio. Le motivazioni relative alla sicurezza utilizzati da Israele vengono considerati un comodo alibi.

 

In molti casi; questa politica vuol dire deportazioni. Molti di quelli a cui é stato negato il diritto di entrata sono, di fatto, residenti negli OPT (per motivi familiari o professionali). Loro hanno raggiunto questo status di residenza legalmente (in alcuni casi anche per decenni ) ripiegando su un sistema che Israele ha permesso per poter evitare di rilasciare lo status di residenza permanente o temporaneo negli OPT. Queste persone sono impossibilitate a richiedere un permesso per rientrare attraverso i consolati israeliani nei vari paesi.

 

 

Fino a giugno del 2006, questo sistema ha permesso agli stranieri nazionali di entrare con un visto turistico di tre mesi. Ci sono stati dinieghi di visto anche allora (il caso dei giordani é sempre stato specialmente severo), ma non sono state mai applicate sistematicamente come ora ai possidenti di passaporti stranieri non arabi.

Quando si avvicinava la data di scadenza del visto; questi possidenti di visto  temporanei uscivano dai territori occupati per poi poter rientrare estendendolo nuovamente. Quando Israele ha iniziato ad incrementare questa politica alle frontiere (una prima fase di allerta relativa a questa politica era stata annunciata da Ma’ariv il 22 giugno del 2006), molte delle persone che seguivano il meccanismo dell’uscita e rientrata per prolungare il visto sono state colte alla sprovvista.

 

 

Agli stranieri a cui viene negata l’entrata (sia che entrino per la prima volta  o che rientrino) é stato comunicato che dovevano ottenere un permesso. Nonostante questo, quando contattano i consolati israeliani nei propri paesi (in Giordania, é praticamente impossibile persino entrare dentro al consolato), le persone hanno presto scoperto che non c’era niente che poteva essere loro rilasciato. Stranieri di vari paesi a cui è stato negato l’ingresso hanno presentato reclami ai consolati dei propri paesi in Israele, ma questi consolati, nonostante l’impegno, non sono riusciti a fare niente.

 

 

E’ possibile per gli stranieri che lavorano con una organizzazione internazionale registrata con il Ministero israeliano degli Affari Sociali ottenere un visto del tipo B se l’organizzazione ne fa richiesta almeno due mesi prima. E’ possibile per gli stranieri i cui visti non sono ancora scaduti ( chi risiede negli OPT legalmente in base a un visto) richiedere un rinnovo "fino a quattro volte"attraverso il Ministero palestinese degli affari civili (il Ministero agisce come condotto per questo tipo di richieste alle autorità israeliane). Oltre questo, non vi é altro. Molti coniugi i cui bambini, mogli o mariti sono ora bloccati fuori dal paese hanno cercato di ottenere un permesso attraverso il Ministero palestinesi degli affari civili o l’Ufficio distrettuale di coordinamento o Beit El senza risposta alcuna.

 

 

In termini numerici, la Campagna per il diritto all’ingresso e al rientro nei territori occupati palestinesi ha documentato dozzine di casi, ma questa è solo la punta dell’iceberg. Il contatto della campagna con il compito di raccolta della documentazione é Anita Abdullah. B’Tselem stima che ci siano 16.000 stranieri che vivono con le loro famiglie "illegalmente" negli OPT, e per questo subiscono restrizioni sui loro viaggi e spostamenti.

B’Tselem stima che sin dall’inizio dell’Intifadah del Settembre del 2000, le autorità israeliane si siano rifiutate di processare 120.000 richieste di ricongiungimento familiare.

 

 

La politica di diniego dei visti é strettamente correlata ai ricongiungimenti familiari, perché entrare e rientrare con un visto temporaneo è stato il meccanismo utilizzato dalle persone a cui era stato negato il ricongiungimento familiare imposto dalle procedure limitate e ristrette israeliane. In molti casi, il coniuge a cui è stata negata l’entrata é di solito la prima risorsa della famiglia il cui lavoro è nei territori occupati palestinesi. Quindi il peso economico è molto grande.

 

Inoltre, i commercianti che hanno bisogno di risiedere in Palestina a causa del loro lavoro o delle opportunità di investimento è stato negato l’ingresso e la residenza richiesta.

 

La stessa cosa vale per gli insegnanti, ricercatori e studenti delle università e scuole.

 

In breve, i palestinesi sono stati privati di expertise straniero di qualsiasi tipo a meno che non provenga da un pacchetto di aiuti internazionale.

 

 

LETTERA TIPO DA SPEDIRE AL GOVERNO ITALIANO

 

 

Alla c.a di …….

 

Egregio ……….

 

 

con la presente vorremmo porre alla sua attenzione il drammatico aumento dei casi di diniego dei visti di ingresso e rientro nei territori palestinesi messa in atto dello Stato israeliano a danno degli stranieri, tra cui numerosi italiani, di stranieri di origine palestinese e di palestinesi in possesso di un passaporto straniero.

 

Negl’ultimi mesi moltissimi sono stati i casi di diniego di entrata di cittadini italiani da parte di Israele, per lo più cooperanti e volontari delle ONG e delle realtà italiane di solidarietà e volontariato internazionale che nei territori palestinesi lavorano ed operano da moltissimi anni su progetti di cooperazione allo sviluppo finanziati dal nostro Ministero degli Affari Esteri, dai nostri Enti Locali e anche dall’Unione Europea.

 

Centinaia i casi di palestinesi in possesso di passaporti stranieri o stranieri di origine palestinese, che da anni risiedono e lavorano nei territori della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est e che improvvisamente senza nessun preavviso si sono visti negare il visto di ingresso nel proprio paese. Imprenditori, insegnanti, coniugi e relativi figli forzati a vivere lontano dai propri affetti, dal proprio lavoro dalle proprie proprietà.

 

Una politica congela-visti di questo genere, oltre a violare la legalità ed il diritto umanitario internazionale, minaccia qualsiasi ripresa dei processi di pace in Israele  e Palestina oltre che minare la stabilità dell’intera regione.

 

Chiediamo quindi al governo italiano, di agire con urgenza su questo tema affinché la politica di diniego di ingresso e rientro nei territori palestinesi operata arbitrariamente da Israele si fermi immediatamente contribuendo a fare un ulteriore passo verso l’apertura di un negoziato politico di pace, per il ripristino immediato della legalità internazionale così come del rispetto dei diritti umani basici, che l’Italia attraverso la firma di numerosi trattati e convenzioni si è impegnata a tutelare.

 

 

 

Chiediamo al governo italiano di far luce sulle espulsioni arbitrarie subite dai cooperanti italiani che nei territori palestinesi lavorano con progetti di sviluppo finanziati dal MAE e dall’UE, essendone l’Italia uno Stato Membro.

 

Chiediamo inoltre al Ministero degli Affari Esteri di provvedere a raccogliere i casi di espulsione dei cittadini italiani e chiedere spiegazioni allo Stato Israeliano, perché ad oggi non risulta nessun caso di espulsione di cittadini israeliani dalle frontiere italiane.

 

Chiediamo infine al governo italiano di accogliere l’appello lanciato alla comunità internazionale dalla rete delle ONG palestinesi PNGO e dal Centro Israelo – Palestinese per la Ricerca e l’Informazione – IPCRI attraverso la campagna per il Diritto di Ingresso e Rientro nei Territori Occupati Palestinesi.

 

Certi di una vostra azione,

 

Cordiali Saluti,

 

 

………………..

Massimo D’Alema – Ministro degli Affari Esteri

Fax 06 36912006

Email segreteria.massimodalema@esteri.it

 

Presidente del Cosiglio Romano Prodi

Fax 06 67793250

Email segreteria.presidente@governo.it

 

LETTERA TIPO DA SPEDIRE AL GOVERNO ISRAELIANO

 

 

To the attention of ……

 

 

Dear ……..

 

with the present I would like to express all my deep concern and indignation for the worrying increasing of your arbitrary policy of denying entry and re-entry to the Occupied Palestinian Territories to foreign people and foreign Palestinian nationals.

 

This policy can’t be a step toward any future peace process of stability in the Region, and we urge you, as part of the International Community, to respect the International Legality and the International Humanitarian Law that you undersigned but continue to breach.

 

Regards,

 

…………

 

 Ehud Olmert, Acting prime Minister

02 675 3286

026753740

eulmert@knesset.gov.il

pm_eng@pmo.gov.il

pm@gov.il

Fax 00 972 2 6705475

 

Israeli Minister of Foreign Affairs

www.mfa.gov.il/mfa

feedback@mfa.gov.il

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