Caso Ghali, Stop al genocidio!

Di Lorenzo Poli.“Come fate a dire che qui è tutto normale, per tracciare un confine con linee immaginarie bombardate un ospedale, per un pezzo di terra o per un pezzo di pane. Non c’è mai pace“. – Questo lo spezzone di “Casa mia” di Ghali che fa riferimento senza ombra di dubbio alla distruzione dell’ospedale di Al-Shifa da parte dell’esercito israeliano, bombardato peraltro con la scusa della presenza nei sotterranei di una fatidica “base segreta militare di Hamas”, notizia senza fonti diffusa su tutti i media mainstream occidentale rivelatasi infondata.

Durante tutte le serate di Sanremo 2024, Ghali ha lanciato il messaggio esplicito “Stop al genocidio”. Mentre altri hanno lanciato slogan riguardanti la pace o il “cessate il fuoco”, come Dargen D’Amico, lui è stato l’unico ad utilizzare il termine “genocidio” con il fine di mettere a fuoco realmente ciò che sta succedendo. Ghali è arrivato al quarto posto a Sanremo, ma le sue parole non sono passate inosservate e questo ovviamente ha aperto un caso mediatico.

L’ultima sera di Sanremo, sabato 10 febbraio, l’artista ha ribadito il suo fermo “stop al genocidio” e l’ambasciatore israeliano Alon Bar lo ha accusato su X di “diffondere odio e provocazione in modo superficiale e irresponsabile” sfruttando il palco di Sanremo.

Il giorno dopo, a Domenica In Speciale Sanremo, l’amministratore delegato della Rai, Roberto Sergio, ha fatto pervenire a Mara Venier un comunicato stampa in solidarietà alla comunità ebraica e al popolo d’Israele “in merito a un’affermazione su Israele e Palestina fatta da un artista durante il Festival”. Venier ha letto in diretta il comunicato di Sergio, il quale ha sottolineato che “ogni giorno i nostri telegiornali e i nostri programmi raccontano la tragedia degli ostaggi nelle mani di Hamas, oltre a ricordare la strage di bambini, donne e uomini del 7 ottobre”.

Infatti, è proprio questo il problema: ricordate solo quello, come se prima e dopo quel 7 ottobre non ci fosse stato nulla, come se non ci fosse un genocidio in atto e 70 anni di regime di apartheid razzista e coloniale che Israele applica verso il popolo palestinese e che persino Amnesty International ha fortemente denunciato. Il problema della nostra informazione mainstream è che si basa sul doppio standard occidentale.

In seguito, giunto il suo turno a Domenica In, Ghali è stato chiamato a difendersi da queste accuse, rispondendo semplicemente: “Ti dico la verità, non so cosa rispondere. Mi dispiace tanto che abbia risposto in questo modo. C’erano tante cose da dire in realtà, invece ha scelto dire che non avrei dovuto usare questo palco per dire “stop al genocidio”. E per cosa lo devo usare? Io ero un musicista ancor prima di salire su questo palco e ho sempre parlato di questo da quando sono bambino. Sono uno di quelli nati grazie ad Internet quindi Internet può documentare che da quando sono bambino, da quando ho fatto le mie prime canzoni, avevo 13 o 14 anni, parlo di cosa sta succedendo. Perché non è dal 7 ottobre che succede, questa cosa va avanti già da un po’. La gente ha sempre più paura e il fatto che lui dica così non va bene perché continua questa politica del terrore e la gente ha sempre più paura di dire “stop alla guerra” e “stop al genocidio”. Stiamo vivendo in un momento in cui le persone sentono che vanno a perdere qualcosa se dicono “viva la pace”. Cioè, è assurdo e non deve succedere questo!” – e poi aggiunge – “l’Italia è un Paese che porta valori completamente opposti. Ci sono dei bambini di mezzo. Io ero un ragazzo che sognava e sono arrivato qua. Quei bambini che stanno morendo: chissà quante star, chissà quanti dottori, quanti insegnanti, quanti geni sono lì in mezzo. Perché?”.

Non possiamo non sostenere con convinzione quanto dichiarato da Ghali, provando vergogna invece per le parole della dirigenza Rai che ha trovato il tempo per esprimere la propria solidarietà al governo sionista senza nemmeno accennare al disastro genocida sferzato dall’esercito israeliano con l’operazione “Spade di ferro” nei confronti del popolo palestinese.

Non è assolutamente vero che quelle di Sergio sono “ovviamente parole che condividiamo tutti”, come ha detto Mara Venier, anzi noi ribadiamo fermamente “non in nostro nome”. Siamo alla negazione totale di un genocidio in corso con 15.000 bambini uccisi a Gaza da Israele in 4 mesi: dati che nemmeno sono stati citati da Roberto Sergio. È questo il vero “orrore nell’orrore”: il giornalismo servile che, spacciandosi per cerchiobottista ed imparziale, pretende di distorcere la realtà dei fatti con la comunicazione. Dire “Stop al genocidio” vuol dire raccontare quello che sta accadendo realmente in questo momento senza astrazioni retoriche ed ipocrite.