Chi vuole che Abu Mazen diventi come Bokassa? Dal Manifesto.

Chi vuole che Abu Mazen diventi come Bokassa?

da www.ilmanifesto.it del 30 maggio.

di Tommaso Di Francesco
«Non penso che i palestinesi siano d’accordo con il loro governo». L’espressione è di Massimo D’Alema dalla sede dell’Unione europea dove, tra l’altro, ha portato il sostegno dell’Italia alle sanzioni della Commissione Ue al governo palestinese di Hamas, che però saranno «addolcite» perché bisogna «evitare il disastro nei Terrirori occupati», ma senza assolutamente «aiutare Hamas»: i soccorsi arriveranno alla popolazione, passando per il presidente Abu Mazen. L’aveva deciso la presidenza Ue, ora si aggiunge il neoministro degli esteri italiano. Meno male che era «filopalestinese»!
Quando quattro mesi fa Hamas vinse le elezioni palestinesi, perfino Piero Fassino riconobbe che quello smacco storico derivava dalla scesa in campo di «generazioni che hanno conosciuto la frustrazione di accordi mai realizzati, in particolare quelli di Oslo» con la grave responsabilità della comunità internazionale «nell’aver fatto marcire il processo di pace». Fu la sconfitta del nazionalismo politico a scapito di quello religioso, derivata da due fatti: la corruzione dell’Anp – interlocutore unico proprio degli aiuti finanziari occidentali; la violenza dell’occupazione israeliana che ha cancellato il diritto ad uno Stato palestinese. A quattro mesi dall’affermazione di Hamas, D’Alema spiega che i palestinesi «non sono d’accordo» con il loro governo che hanno da poco contribuito ad eleggere con un voto che il leader della società civile Mustafa Barghuti – antagonista di Hamas – insiste a definire «democratico» e per questo invita la comunità internazionale a «vergognarsi» per l’embargo. A questo punto certo non è da escludere nemmeno il «disaccordo», visto che l’embargo è un ricatto concreto che ha ridotto i palestinesi alla fame. Ma resta largamente diffuso il duro giudizio sull’Anp e sul disastro degli accordi di pace, tra i palestinesi rimasti senza speranze dopo la morte di Arafat e di fronte all’unilateralismo di Sharon – tanto apprezzato anche dalla sinistra italiana – e ora a quello di Olmert. Adesso il governo di Hamas, anche per il «filopalestinese» D’Alema non è un interlocutore e merita le sanzioni perché «non riconosce Israele». Non una parola sull’ultima intervista del premier palestinese Haniye ad Haaretz di pochi giorni fa con la promessa di una tregua (un riconoscimento di fatto dell’esistenza d’Israele) se Tel Aviv torna ai confini del 1967, secondo le risoluzioni dell’Onu; non una parola su chi in Israele considera importanti queste offerte di dialogo, come l’ex capo del Mossad, Ephraim Halevy. E soprattutto nessuna iniziativa sul fatto che Israele non riconosce lo Stato di Palestina. Infatti il governo Olmert con il suo unilateralismo – smantellamento solo delle colonie a Gaza, mantenimento di quelle più importanti in Cisgiordania, continuazione della costruzione del Muro, proseguimento dell’occupazione militare dei Territori palestinesi, Gerusalemme est che resta in mano all’esercito e all’amministrazione israeliana, milioni di profughi palestinesi senza diritto al ritorno – non riconosce la possibilità che nasca lo Stato di Palestina. Non tratta e unilateralmente nega il punto di vista di un popolo sul futuro del suo proprio Stato, prefigurandone separatamente confini, territorio e perfino demografia.
L’effetto collaterale – D’Alema è abituato a non vederli – è dei più iniqui. L’Ue manda aiuti assegnandoli non al legittimo governo palestinese ma al presidente Abu Mazen, Olmert parte per avere l’approvazione sul ritiro unilaterale da Bush e consegna i fondi delle dogane palestinesi che Israele sottrae sempre alle casse dell’Anp direttamente ad Abu Mazen, mentre sotto l’abitazione del presidente palestinese si uccidono e arrestano i leader di Hamas, fino alla decisione del governo israeliano di dare armi alla guardia presidenziale di Abu Mazen. Una domanda: quanto durerà Abu Mazen, snaturandone il ruolo fino a farlo diventare presidente-premier? E poi, non c’è il rischio di preparare la strada ad un califfato di ferro, qualora Hamas dovesse conquistare anche la presidenza palestinese?
Ha scritto l’editorialista Uzi Benziman su Haaretz che questo strumentale sostegno dell’Occidente ricorda molto quello del governo francese ai presidenti della repubblica centroafricana nel XX° secolo. Chi vuole che Abu Mazen diventi come Bokassa?

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