Cisgiordania, Olmert cambia i piani.

Da www.ilmanifesto.it del 5 settembre.

Cisgiordania, Olmert cambia i piani.

«Ciò che qualche mese fa credevo giusto fare nella questione palestinese oggi è cambiato» ha annunciato il premier israeliano alla commissione esteri e difesa. Soprattutto, dice, «voglio avviare un dialogo con Abu Mazen». Intanto si indicono gare d’appalto per nuove case nelle colonie di Maale Adumin e Beitar Elit
Michele Giorgio
Gerusalemme
«Convergenza», «riallineamento», «disimpegno». Queste parole Ehud Olmert non le pronuncerà più per un lungo periodo. Come molti avevano previsto dopo l’insuccesso dell’offensiva israeliana in Libano frenata dalla resistenza opposta da Hezbollah, il premier israeliano è ora costretto a mettere da parte il suo progetto di ritiro unilaterale di coloni e soldati dalla Cisgiordania, sul modello di quello da Gaza di un anno fa, che lo scorso marzo era stato il punto centrale del suo programma elettorale. Ieri mattina davanti alla commissione parlamentare esteri e difesa, il premier ha ammesso che «Ciò che qualche mese fa credevo fosse giusto fare nella questione palestinese oggi è cambiato» e, soprattutto, ha detto di essere pronto a trattare con Abu Mazen. «Voglio avviare un dialogo», ha assicurato, «per noi non c’è questione più urgente di quella palestinese». Questo insolito sottolineare l’«urgenza» della questione palestinese appare un modo per respingere gli assalti interni e, soprattutto, internazionali di coloro che spingono per riprendere il negoziato con la Siria sul futuro delle Alture del Golan, occupate da Israele nel 1967 e di cui Damasco chiede la restituzione per firmare un accordo di pace con lo Stato ebraico. Olmert infatti ha aggiunto che «nel caso di una guerra contro la Siria non ci porremmo i limiti che ci siamo imposti nella recente guerra in Libano» ed ha escluso che ora ci siano le condizioni per trattare con la Siria.
Olmert aveva fatto del «riallineamento» uno dei cardini del programma del suo governo tra le proteste del Likud che non condivideva il progetto di smantellare decine di insediamenti ebraici isolati e rafforzare quelli più grandi tra gli oltre 150 costruiti da Israele in Cisgiordania in aperta violazione della legalità internazionale e della Road Map sostenuto dal Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu). Il ministero per l’edilizia israeliano ha comunque indetto una gara d’appalto per la costruzione di 348 case a Maale Adumin, dove già vivono 35mila persone, e di altre 342 a Beitar Eilit dove risiedono 25mila ebrei ortodossi con un basso reddito e uno dei più alti tassi di crescita demografica d’Israele. Il suo territorio municipale è stato ampliato l’anno scorso in modo da avvicinarne i confini a Gerusalemme. Israele cerca anche di assorbire Maaleh Adunim.
L’espansione colonica, la più importante decisa quest’anno, è stata duramente criticata dall’Anp. «E’ una dimostrazione che il governo israeliano prosegue la sua politica di colonizzazione e tenta di imporre una soluzione attraverso la forza», ha dichiarato il negoziatore capo palestinese Saeb Erekat. In casa palestinese la rinuncia, sebbene non definitiva, di Olmert all’unilateralismo è stata accolta con una certa soddisfazione. Tuttavia se ciò avrà come conseguenza diretta la ripresa del negoziato bilaterale – dichiarato morto nel 2001 dall’ex premier Ariel Sharon – è ancora presto per dirlo. L’ufficio di Abu Mazen in ogni caso ieri era in fermento e convinto di un prossimo incontro tra il presidente palestinese e Olmert.
Intanto sarebbero giunte ad un punto decisivo le trattative segrete tra Israele e i palestinesi per il rilascio del caporale Ghilad Shalit, fatto prigioniero lo scorso 25 giugno durante un blitz compiuto da un commando palestinese. Lo ha scritto ieri Al-Quds di Gerusalemme est, secondo il quale l’accordo sarebbe pronto: in cambio della liberazione di Shalit, Israele si sarebbe impegnato a rilasciare in tre fasi 800 detenuti politici palestinesi. Olmert ha smentito che sia in corso una trattativa e ha ribadito che Israele vuole la liberazione incondizionata di Shalit.

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