Comunicato della Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel.

Comunicato della Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel (PACBI)

In seguito al recente annuncio dell’inaugurazione di un centro culturale all’interno
di Ariel, la colonia ebraica quarta per grandezza nel territorio palestinese
occupato, 150 importanti accademici, scrittori e figure di intellettuali israeliani
hanno dichiarato che  “non prenderanno parte ad alcuna attività culturale che si
svolga al di là della Linea Verde, non parteciperanno ad alcun dibattito o seminario
o conferenza in qualsiasi ambito accademico all’interno degli insediamenti” (“150
academics, artists back actors' boycott of settlement arts center,” Haaretz, 31
August 2010).
Alcuni di loro sono arrivati al punto di ripetere un dato di fatto, che cioè tutte
le colonie israeliane costruite su terra palestinese occupata rappresentano una
violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e che ciò costituisce un crimine di
guerra.

Questa presa di posizione assunta da decine di accademici e artisti israeliani ha
suscitato un vespaio di polemiche nella sfera pubblica israeliana, attirandosi il
rimprovero trasversale dell’intero quadro politico e specialmente dell’establishment
accademico e culturale. Tutti i maggiori teatri si sono affrettati a dichiarare il
loro rifiuto di boicottare Ariel motivandolo con il pretesto di dover essere al
servizio “di tutti gli israeliani”. Gli amministratori delle università hanno fatto
eco a queste dichiarazioni o hanno scelto il silenzio, continuando a fare affari
come sempre con Ariel e gli altri insediamenti. I termini della querelle tuttavia,
pongono una serie di problemi ai sostenitori dei diritti dei palestinesi. Nello
stesso momento in cui diamo il benvenuto ad azioni di protesta dirette contro
qualsiasi manifestazione del regime israeliano di colonialismo e apartheid,  noi
crediamo che questi atti debbano essere moralmente coerenti
e saldamente ancorati al diritto internazionale e ai diritti umani universali.

Innanzitutto pensiamo che focalizzare l’attenzione esclusivamente sulle istituzioni
degli insediamenti porti ad ignorare e a mettere in ombra la complicità di tutte le
istituzioni accademiche e culturali nel sostenere il sistema di controllo coloniale
e di apartheid sotto il quale il popolo palestinese soffre. PACBI ritiene che sia
assolutamente evidente la collusione tra l’establishment accademico e culturale
israeliano e i principali organi oppressivi dello stato israeliano. Focalizzare
l’attenzione unicamente su istituzioni chiaramente complici, quali i centri
culturali di una colonia della Cisgiordania, serve solo a proteggere dall’obbrobrio
le principali istituzioni israeliane e, in ultima analisi, dal crescente movimento
di boicottaggio globale che in modo consistente prende di mira tutte le istituzioni
complici.

Inoltre, la scelta di un approccio che mira ad un ben noto insediamento coloniale
nel cuore della Cisgiordania occupata, distoglie l’attenzione da altre istituzioni
costruite su terre occupate. Si dovrebbe chiedere ai sostenitori di questo
boicottaggio particolarmente selettivo: è accettabile invece tenere una conferenza o
fare uno spettacolo nella Hebrew University, il cui campus situato sul Monte Scopus
occupa terra palestinese nella Gerusalemme Est?
 
Se ciò che guida questo movimento è l’opposizione all’occupazione militare
israeliana, allora come mai è stato ignorato, tanto per fare un esempio, il
deprecabile soffocamento di istituzioni culturali nella Gerusalemme occupata?  Nel
2009, la Lega Araba con il supporto dell’UNESCO ha dichiarato Gerusalemme “capitale
culturale araba” per quell’anno. Le celebrazioni che durante l’anno dovevano tenersi
in vari punti della città per evidenziare il ruolo storico e culturale di
Gerusalemme all’interno della società palestinese ed oltre, sono state bloccate e
talvolta fisicamente aggredite dalle forze di sicurezza israeliane, nel perenne
sforzo di soffocare qualsiasi espressione dell’identità palestinese all’interno
della città occupata. Con delle scene degne dei romanzi di Kafka, delle attività
organizzate in ogni parte di Gerusalemme Est sono state senza esitazione cancellate,
per cui artisti, scrittori e intellettuali
palestinesi hanno dovuto far ricorso a tecniche underground, clandestine, per
celebrare  il patrimonio culturale e popolare della città.

Se dietro al recente appello di boicottaggio diretto contro Ariel c’è il ruolo degli
artisti e degli intellettuali in quanto voci della ragione morale, noi chiediamo:
dov’erano queste voci nel momento in cui istituzioni accademiche e culturali
venivano senza alcuna giustificazione distrutte durante la guerra israeliana di
aggressione contro Gaza del 2008-2009?

Non è passato inosservato in Israele il fatto che il movimento di boicottaggio,
disinvestimento e sanzioni (BDS) stia acquistando sempre più peso a livello
internazionale come maniera efficace di resistere all’oppressione coloniale
israeliana. In questo contesto, ci si può perdonare l’affermazione che tutti questi
recenti tentativi di restringere il mirino del boicottaggio contro Israele non siano
altro che il tentativo deliberato di evitare un danno più grande. Risulta quindi
ancora più urgente ribadire la coerenza morale delle ragioni e dei principi della
campagna di boicottaggio palestinese contro Israele.  

I principi del movimento del BDS nascono dalle richieste dell’Appello palestinese al
BDS, firmato da più di 150 organizzazioni della società civile palestinese nel
luglio 2005, e, relativamente al campo accademico e culturale, dall’Appello
palestinese al boicottaggio accademico e culturale di Israele, lanciato un anno
prima nel luglio 2004. Questi due appelli al BDS ed al PACBI insieme rappresentano i
documenti strategici più autorevoli e con il più ampio consenso che siano emersi in
Palestina da decenni; tutte le parti politiche, le organizzazioni sindacali,
studentesche, e delle donne, i gruppi dei rifugiati all’interno del mondo arabo li
hanno sottoscritti e li sostengono.  Entrambi gli appelli sottolineano la prevalente
opinione palestinese che la più efficace forma di solidarietà internazionale con il
popolo palestinese siano l’azione diretta e la continua pressione mirata a porre
fine al regime coloniale e di apartheid israeliano,
così come il regime di apartheid del Sudafrica fu abolito, attraverso l’isolamento
internazionale di Israele condotto per mezzo del boicottaggio e delle sanzioni,
forzando Israele ad obbedire alle leggi internazionali e a rispettare i diritti dei
Palestinesi.

Chiediamo a coloro che proclamano di avere a cuore la coerente applicazione del
diritto internazionale e il primato dei diritti umani, di riconoscere l’insieme
delle complicità accademiche e culturali invece di andar dietro solo al dettaglio di
un caso isolato come Ariel, e di agire di conseguenza. 
 
Questo documento della Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (PACBI) è stato pubblicato per la prima volta nel numero di sett. 2010 del Bollettino del BRICUP, &n
bsp;
British Committee for Universities for Palestine (BRICUP) newsletter. E’stato ripreso e pubblicato sul sito www.electronicintifada.org il 7.09.2010.
CLICCA QUI per leggerlo direttamente sul sito

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