Confronto imminente Usa-Israele sulla politica estera mediorientale.

Online Journal

16 aprile 2009 

(WMR) – Secondo fonti del Dipartimento di Stato americano, sarebbe in corso di preparazione un grande confronto fra gli Stati Uniti e lo stato ebraico palestinese, nel quale verrà discussa una serie di questioni di politica estera, dalla Palestina all’Iran. Il nuovo governo israeliano di allenza bi-partitica (tra Likud e Yisrael Beitenu) preme perché venga accettata la sua agenda, che andrebbe contro le politiche USA adottate da lungo tempo in Medio Oriente.

Il presidente di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman, il nuovo ministro degli Esteri israeliano, è visto come da una fonte del Dipartimento di Stato  come un “fascista dell’Europa dell’Est che pratica il razzismo”.

Il Dipartimento di Stato USA sarebbe infatti convinto che quella chiamata la “lobby israeliana” (Israel Lobby) a Washington si tramuterà presto in un’ancor più problematica “lobby Likud/Lieberman”, che spingerà perché il Congresso e l’amministrazione Obama agiscano a favore della guerra e del colonialismo. Questa lobby nuova e aggressiva eserciterebbe il controllo su uomini chiave della politica statunitense, per far giungere la sua influenza fino allo staff operativo della Casa Bianca.

Tuttavia, esisterebbero diversi potenziali punti di rottura tra Obama e il nuovo governo di Netanyahu. Tra questi vi sarebbero i rapporti tra Usa e Hamas, il governo legittimamente eletto in Palestina. Il mandato del presidente palestinese Mahmud ‘Abbas è giunto al termine, e il potere effettivo spetta al movimento militante isolato a Gaza. Ciò imporrebbe agli Stati Uniti di dialogare direttamente con esso.

Hamas si sarebbe inoltre distinto in tempi recenti per aver favorito lo strumento democratico in Medio Oriente al di sopra delle tradizionali conquiste forzate del potere, da parte di prìncipi, generali, figure religiose o semplici criminali. L’organizzazione guidata da Mishaal e Haniyah avrebbe persino rimproverato Hezbollah per essersi quasi sempre opposto all’assegnazione del potere in Libano tramite elezioni, e gli avrebbe suggerito d’inserire tra i suoi princìpi quello della democrazia. E un cambiamento, secondo le fonti del Dipartimento, sarebbe effettivamente avvenuto, visto l’attuale impegno di Hezbollah nel processo democratico.

La popolarità di Hamas, cresciuta in seguito alla guerra genocida contro Gaza, ha allarmato i governi egiziano, saudita e, in minor misura, giordano col suo entusiasmo, dovuto al fatto di aver ottenuto il potere grazie a libere elezioni, e non a colpi di stato. Pare che, se in Egitto si tenessero elezioni giuste e democratiche, i Fratelli Musulmani, da cui è nato Hamas in Palestina, avrebbero in pugno la vittoria, e per la dittatura di Hosni Mubarak sarebbe la fine. La stessa situazione si ritroverebbe in Arabia Saudita, dove la famiglia reale, i Saud, sono in tensione per la popolarità di Hamas e lo vedono come un minaccia potenziale alla loro legittimità.

Il personale del Dipartimento di Stato è consapevole, dalle osservazioni sul campo, che il movimento al-Fatah di ‘Abbas è considerato dalla maggior parte della popolazione come un movimento corrotto e malavitoso, mentre Hamas è visto come pulito, fama di pulizia morale, fote e attraente.

Un altro argomento sul quale i due stati israeliano e americano dovranno presto dibattere riguarda le 200 armi nucleari attualmente in mano a Israele. Con gli Stati Uniti impegnati a dialogare sulla stessa questione con Iran e Arabia Saudita – che chiedono un regime internazionale che rifornisca tutti gli impianti di materiale fissile e controlli che queste tecnologie non vengano convertite nello sviluppo di armamenti – , c’è anche la possibilità che venga avanzata la proposta di denuclearizzare il Medio Oriente. Se gli Usa dovessero condividere quest’ultimo piano, Israele non avrebbe che da smantellare il suo arsenale nucleare. Considerato ciò che il Dipartimento di Stato definisce il “Complesso suicida di Masada” di Israele, tale piano sarebbe quasi impossibile, visto il recente slittamento della politica israeliana verso un governo di destra, dai connotati maggiormente teocratici. Secondo le già citate fonti, “non si può accennare al programma nucleare iraniano senza insieme accennare al programma di armamenti nucleari israeliano”.

I funzionari dell’intelligence Usa sarebbero anche pronti a rifiutare qualsiasi altra collaborazione con Mossad e gli altri servizi segreti d’Israele. Le nuove squadre al lavoro alla Direzione dell’Intelligence nazionale e alla CIA sono profondamente coscienti che gli israeliani hanno, come uno di loro ha affermato, “una lunga storia di diffusione di disinformazione ingannevole” ai dirigenti dell’intelligence statunitense, aggiungendo che, mentre alcune fonti straniere hanno inavvertitamente fornito cattive informative, Israele è stato deliberatamente disonesto”.

I funzionari della difesa hanno inoltre ricordato che l’esercito israeliano non potrà muovere guerra all’Iran senza la collusione degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti controllano lo spazio aereo sia sull’Iraq sia sul Golfo Persico e qualsiasi attacco aereo israeliano richiederebbe l’approvazione statunitense.

Sotto la presente amministrazione, questo scenario è improbabile.

“Netanyahu potrà attaccare lo stato iraniano – ha dichiarato un funzionario – solo se avrà la sicurezza che quest’ultimo risponderà colpendo le forze militari USA nella regione, cosa che costringerebbe le nostre truppe a rispondere a loro volta. Israele, da parte sua, non può condurre a campagna aerea consistente contro l’Iran”.

Il vice presidente Joe Biden ha comunque scoraggiato recentemente lo stato sionista dal condurre qualsiasi azione militare nell’area.

 

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