'Contro l’occupazione israeliana della Fiera del Libro di Torino'.

Di Alfredo Tradardi – ISM Italia.

Contro l’occupazione israeliana della Fiera del Libro di Torino

 

Una semplice richiesta: che sia ritirato l’invito allo Stato di Israele.

 

Il repertorio di luoghi banali (una versione bassa dei luoghi comuni1), tipico di tutti coloro che si sono iscritti, consapevoli o meno, al filosemitismo2 (o se si preferisce al filosionismo) europeo di destra di centro e di sinistra, sta riempiendo i giornali più diversi, da Liberazione al Corriere della Sera, a La Stampa, con l’unica eccezione de Il Manifesto dove non manca qualche articolo dei “sionisti soft”, ma dove prevale il tentativo di dare spazio a una discussione di maggiore spessore.

Un appello del PACBI, Palestinian Campaign for the Academic & Cultural Boycott of Israel, recita:

“Non c’è nessuna ragione per celebrare “i 60 anni di Israele"!  

Ma vi sono miriadi di ragioni per riflettere, impegnarsi e lavorare per la pace e la giustizia.”

Come ha scritto Aharon Shabtai rifiutando l’invito al Salone del Libro di Parigi: “Io non ritengo che uno Stato che mantiene un’occupazione, commettendo giornalmente crimini contro civili, meriti di essere invitato ad una qualsivoglia settimana culturale. Ciò è anti-culturale; è un atto barbaro mascherato da cultura in maniera cinica. Manifesta un sostegno ad Israele, e forse anche alla Francia che appoggia l’occupazione. Ed io non vi voglio partecipare.”

Il punto fondamentale è  che l’invito dello stato di Israele come ospite d’onore della Fiera del Libro non ha nulla a che vedere con la cultura.

E’ una palese violazione del principio della autonomia della cultura.

E’ solo un atto di servilismo politico per permettere a Israele la propaganda più strumentale.

Segna, inoltre, un passo emblematico in direzione della militarizzazione della cultura.

Ma come, è stato invitato il trio letterario, l’Oz con il Grossman e lo Yehoshua?

Che cosa si vuole di più dalla vita? I tre scrittori pacifisti per antonomasia?

Non la pensano così in Israele, ad esempio, Tom Segev o Yitzhak Laor (torneremo sul tema).

E anche in Italia  qualche dubbio serpeggia anche in ambienti non sospetti.

Elena Loewenthal, ad esempio, ha scritto  il 28 dicembre su Shalom: “in Italia c’è piuttosto la tendenza a non ascoltare bene questi scrittori, o ad ascoltare solo quello che si vuole sentire. Di Amos Oz, per esempio, si fa in fretta a catalogarlo come un pacifista, trascurando invece la sua interessante disamina, e relative smontature, del concetto di pacifista. E’ comodo applaudirli quando pare di sentirli parlar male del governo, ma si applaudono prima che finiscano di parlare e spieghino come stanno le cose fino in fondo. Se si aspettasse di applaudirli una volta che hanno finito il discorso, magari si scoprirebbe che non hanno detto poi così male del governo, o che in fatto di pace e compromesso e questione palestinese non la pensano esattamente come vorrebbero chi li ascolta”.

Per poi concedersi su La Stampa del 10 gennaio a un luogo banale: “In maggio a Torino avremo occasione di ascoltare autori come Oz, Yehoshua, Grossman, che hanno fatto del confronto con l’«altro» – nella fattispecie «il nemico» palestinese – la cifra della loro scrittura. Scrivo per mettermi nei panni degli altri, spiega Grossman in Con gli occhi del nemico. Praticamente tutta la letteratura israeliana contemporanea è guidata dall’esigenza profonda di capire il proprio mondo attraverso e malgrado il conflitto, varcando, almeno sulla pagina, il confine che la guerra stabilisce.”

Yehoshua, è utile ricordare, si definisce il profeta del Muro e di altre porcherie come la distruzione della centrale elettrica nella striscia di Gaza.

Naturalmente abusatissimo,  anche su Liberazione a cura di Stefania Podda, è l’esorcismo, luogo banale per eccellenza.

L’esorcismo massimo è l’accusa di “antisemitismo”3.

E altrettanto abusato è il luogo banale, anzi banalissimo, della cultura come una cosa singolare che vive vergine in un limbo estraneo a ogni umana vicenda.

Dimentichi tutti della propensione dei chierici al tradimento, come dimostra a sufficienza, nel caso italiano, il fatto che furono solo in 12 a rifiutare il giuramento di fedeltà al fascismo, imposto ai professori universitari nel 1931 dalla regia di Giovanni Gentile.

Ne ricordiamo doverosamente i nomi. “Nella minuscola schiera figurano tre giuristi (Francesco ed Edoardo Ruffini, Fabio Luzzatto), un orientalista (Giorgio Levi Della Vida), uno storico dell’antichità (Gaetano De Sanctis), un teologo (Ernesto Buonaiuti), un matematico (Vito Volterra), un chirurgo (Bartolo Nigrisoli), un antropologo (Marco Carrara), uno storico dell’arte (Lionello Venturi), un chimico (Giorgio Errera) e uno studioso di filosofia (Piero Martinetti). "Nessun professore di storia contemporanea, nessun professore di italiano, nessuno di coloro che in passato s’erano vantati di essere socialisti aveva sacrificato lo stipendio alle convinzioni così baldanzosamente esibite in tempi di bonaccia", lamentò l’esule Salvemini. (I professori che dissero no a Mussolini di Simonetta Fiori).

Mentre la palma dei titoli apparsi fino ad oggi appartiene certamente a La Stampa, “La Fiera è fiera di Israele”.

Manca, ahimé, oltre ad ogni millesimo di moralità, anche un minimo senso del ridicolo.

Ma forse è solo un errore del proto e il titolo era “La Fiera è fiera di Israele perché Israele è una fiera più fiera di ogni altra fiera!”

 

Nessuno vuole boicottare “La Fiera del Libro”, detta Librolandia, anche se non ci esalta affatto l’evento-crazia culturale dominante a Torino e dintorni, non è questo il problema.

Nessuno vuole boicottare i libri come qualcuno ci vuol far dire evocando paragoni assai inopportuni, “capisco che al fondamentalismo anche nostrano non ci sia limite, ma soltanto i nazisti avevano mostrato un tale rispetto (e una tale paura) dei libri”, Ernesto Ferrero, direttore della Fiera del Libro, sul Corriere della Sera 13 01 2008 (un altro luogo banale classico). “Esageruma nen!”, signor Ernesto Ferrero.

Paragoni assai inopportuni non solo per quello che lo Stato di Israele sta commettendo a Gaza e in Cisgiordania, dopo quello che è riuscito a commettere in Libano in anni lontani (Sabra e Chatila) e nel 2006, ma anche per quanto è accaduto a casa nostra, nella civilissima città di Torino dove un  sindaco e un assessore sono riusciti a far sparire (al macero?) un sussidiario per le scuole su invito della comunità ebr
aica e dell’ambasciatore israeliano in quel di Roma (ma anche su questo torneremo con i dettagli sufficienti a chiarire la moralità infima di lor signori).

Paragoni assai inopportuni da parte di chi, sempre il signor Ernesto Ferrero,  il 18 gennaio 2007 impedì che al pacifista (?) Yehoshua fossero poste domande politiche perché, Zdanov in sedicesimo, erano permesse solo domande letterarie (sic!).

 

Ne segue una semplice richiesta: che sia ritirato l’invito allo Stato di Israele.

 

Il nostro obiettivo è dimostrare, anche con l’autorevole supporto di Dan Orian4, che  ha lavorato come capo del Dipartimento per la letteratura presso la Divisione per gli affari culturali e scientifici (Dcsa) del ministero degli esteri israeliano, che la guerra israeliana dell’informazione la si fa utilizzando sia gli intellettuali o chierici di regime, sia tentando di coinvolgere quelli non organici come il caso di Aharon Shabtai dimostra.

All’occupazione israeliana della Fiera del Libro di Torino opporremo tutte le iniziative necessarie per dimostrare che non ha nulla a che fare con la cultura e per riflettere sul degrado morale culturale e politico dell’Italia e dell’Europa che questo invito conferma in modo clamoroso.

Anche perché è l’unica via affinchè “venga infine  il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, siano chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti  in Occidente hanno scelto il silenzio,  la viltà e l’opportunismo”.

Alfredo Tradardi

ISM-Italia

Torino, 22 gennaio 2008 

 

p.s. alla dimensione dei luoghi banali, vorremmo dire di più, ma è meglio essere parchi nelle aggettivazioni suggeriva il Gadda continuando ad aggettivare, appartiene anche la proposta di un consigliere regionale piemontese di sinistra (?) al quale va bene l’invito a Israele purché si inviti anche l’ANP (sic!).  

A rispondere a questo sprovveduto ci ha pensato, su Il Manifesto del 22 gennaio, Omar Barghouti:

“Un consigliere regionale del Pdci ha chiesto che alla Fiera sia «aggiunta» la presenza dei palestinesi. Nemmeno questo vi basta?, domanda Michelangelo Cocco.

Non esistono vie di mezzo tra oppressore e oppresso. Cercarle significa appoggiare l’oppressore. Tra il primo e il secondo non c’è alcun equivalente morale. Negli anni ’70 non sarebbe mai stata accettata la proposta di invitare i razzisti afrikaner assieme all’African national congress. Mai. Equiparazioni morali di questo tipo sono inaccettabili.”, è la risposta di Omar Barghouti.

 

(1)    luogo banale = slogan di propaganda destinato ad un pubblico non informato, ripetuto ad oltranza

(2)    Yitzhak Laor, “Le nouveau philosémitisme europée et “le camp de la paix” en Israël”, La fabrique 2007

(3) Edgar Morin, “Il mondo moderno e la questione ebraica”, Raffaello Cortina editore 2007

(4) “L’immaginazione letteraria aiuta le pubbliche relazioni” di Shiri Lev-Ari, Ha’aretz 06/08/2007

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