Dal Manifesto: "Governo di Hamas? Allora niente medicine".

Da www.ilmanifesto.it di mercoledì 3 maggio.

Governo di Hamas? Allora niente medicine
La sanità palestinese al collasso per il blocco israeliano dei fondi dell’Anp e per lo stop agli aiuti da parte di Usa e, in parte, Ue. La denuncia di Ambrogio Manenti (Oms)

do Michele Giorgio
Gerusalemme
Ismail Haniyeh ripete che la fase più acuta della crisi finanziaria dell’Anp è risolta e che, grazie alle donazioni arabe e dell’Iran, il suo governo sarà in grado di pagare i salari arretrati a tutti i dipendenti pubblici. L’ottimismo del premier palestinese tuttavia non basta a ridimensionare la gravità della crisi che si vive nei Territori occupati da quando Israele ha bloccato il versamento all’Anp dei fondi palestinesi derivanti dalla raccolta dell’Iva e dei dazi doganali (oltre 50 milioni di dollari al mese) e Stati Uniti e Unione europea hanno sospeso gli aiuti diretti all’Anp in reazione all’ascesa al potere del movimento islamico Hamas. A rischio immediato di collasso sono diversi servizi essenziali, a cominciare dalla sanità, e a pagarne le conseguenze sarà soltanto la popolazione civile. Ne abbiamo parlato con il dottor Ambrogio Manenti, esperto di sanità pubblica e responsabile dei progetti dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in Cisgiordania e Gaza. Lo abbiamo incontrato nel suo ufficio a Gerusalemme est.
Dottor Manenti, l’Oms ha lanciato più di un allarme sui rischi di un collasso della sanità palestinese…
Dobbiamo tener presente che tutte le agenzie dell’Onu che operano in Cisgiordania e Gaza hanno come controparte l’Anp. Da quando è cambiata la posizione dei principali donatori internazionali, tra cui gli Stati Uniti, il Canada e alcuni paesi europei, che non considerano Hamas un interlocutore possibile, il nostro lavoro si è fatto più complesso. Gli Usa, addirittura, ritengono qualsiasi funzionario o impiegato dell’Anp una controparte inaccettabile. In pratica persino un medico o un’infermiera di una struttura pubblica non sono più idonei per un progetto finanziato con fondi americani. Il Canada sostiene più o meno la stessa posizione. L’Ue da parte sua se da un lato si è allineata alle decisioni del Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu e Ue) riguardo le condizioni che Hamas deve soddisfare per poter operare (in primo luogo riconoscere Israele e gli accordi già firmati e terminare la lotta armata), dall’altro ha scelto un approccio più flessibile ma ancora in via di definizione. L’Europa in sostanza potrebbe accettare nostri rapporti con gli operatori sanitari ma non con il ministro o funzionari palestinesi con uno status politico. C’è da dire che noi formalmente non abbiamo impedimenti nell’avviare queste relazioni perché l’Onu, a differenza di Usa e Ue, non definisce Hamas una organizzazione terroristica. Tuttavia essendo dipendenti dai donatori internazionali ed inoltre, come Onu, siamo parte del Quartetto, abbiamo vincoli politici e pratici che ci impongono una linea diversa da quella che avevamo.
Diversa in cosa?
Consiste nell’evitare fino a quando è possibile un rapporto diretto con rappresentanti di Hamas. Sino a quando è possibile perché è imprenscindibile avere rapporti almeno con il livello tecnico all’interno dei ministeri palestinesi. L’Oms, ad esempio, ha già contravvenuto a questa limitazione in occasione di una visita di una delegazione ufficiale agli allevamenti di polli di Gaza infettati dall’influenza aviaria quando abbiamo incontrato il ministro della sanità, visto che è il presidente del comitato che si occupa dell’aviaria. Questo precedente dimostra che l’indicazione di evitare questi incontri è impraticabile.
Se domani arrivasse qui al suo ufficio una telefonata del ministro della sanità palestinese…
Gli parlerei ovviamente. Non è mai accaduto che mi abbia telefonato ma l’ho già visto due volte. E’ inevitabile per il nostro ruolo avere dei rapporti professionale con il ministro della sanità e con i rappresentanti del suo ministero.
Che impatto sta avendo il boicottaggio dell’Anp sulla gestione della sanita’ palestinese?
La prima conseguenza ovviamente è stata per il bilancio del ministero della sanità che per il 40% deriva dai fondi palestinesi bloccati da Israele, il 30% dalle donazioni internazionali e un altro 30% dalle tasse raccolte nei Territori. Mancano due terzi del budget e il ministero della sanità comincia a non funzionare per due motivi principali: il mancato pagamento dei salari ai dipendenti, compreso il personale medico e paramedico, e la penuria di medicine tra cui farmaci essenziali e vaccini. Presto medici e infermieri cominceranno ad abbandonare i loro posti per cercare alternative in grado di garantire la loro sopravvivenza e questo porterà prima ad un declino e poi al collasso il sistema sanitario pubblico. A noi già vengono fatte richieste, che non avevamo mai ricevuto in passato, che sono tipiche di una drammatica emergenza, come il rifornimento di farmaci e di materiale di laboratorio.
In queste condizioni quali sono i rischi immediati per la popolazione civile?
Sono molto seri. I malati cronici, come quelli con problemi renali o i diabetici, e coloro che sono affetti da altre patologie gravi non riceveranno cure adeguate. Nel medio periodo ciò si tradurrà in un aumento dei decessi. Inoltre la mancanza di fondi non consentirà la copertura delle cure all’estero per tanti palestinesi ammalati gravi che sino a qualche tempo veniva garantita dall’Anp. La mancanza di reddito per tante famiglie porterà ad un peggioramento della qualità della vita e inevitabilmente delle condizioni ambientali ed igieniche, con il rischio di un aumento delle malattie infettive. Sarebbe un deciso passo indietro per i Territori palestinesi dove in questi ultimi anni il profilo sanitario della popolazione si è avvicinato molto a quello europeo, con la prevalenza tra le cause di morte delle malattie cardiovascolari e delle neoplasie su quelle infettive. Un quadro che potrebbe capovolgersi presto.

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