Dalla neutralità all’embargo delle armi: l’evoluzione del linguaggio saudita sulla guerra di Israele a Gaza

Palestine Chronicle. Anche se l’Arabia Saudita non ha alcuna parte nella guerra tra Israele e la resistenza palestinese, il facoltoso reame saudita è presente in tutte le analisi geopolitiche relative alla guerra.

Per mesi, prima dell’attacco del 7 ottobre da parte della resistenza palestinese e del conseguente genocidio israeliano nella Striscia di Gaza, tanto Israele quando il governo saudita avevano intrapreso significativi passi nella direzione della normalizzazione delle loro relazioni. 

I sauditi affermavano che le relazioni diplomatiche con Israele erano state sempre condizionate alla soluzione dell’occupazione israeliana della Palestina. Il governo israeliano, però, insisteva sul fatto che tale condizione non fosse mai emersa nei colloqui svolti sotto la mediazione statunitense. 

Con evidente senso di trionfo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante il suo discorso all’assemblea generale dell’ONU del 20 settembre, aveva mostrato una mappa del Medio Oriente. In verde, erano evidenziati i Paesi che avrebbero dovuto teoricamente far parte del “Nuovo Medio Oriente” di Netanyahu, tra cui spiccava l’Arabia Saudita.

“La pace tra Israele e l’Arabia Saudita darà realmente vita a un nuovo Medio Oriente”, aveva affermato Netanyahu, aggiungendo che “una tale pace avrà grandi effetti per porre fine al conflitto arabo-israeliano. Incoraggerà altri stati arabi a normalizzare i loro rapporti con Israele”.

Normalizzazione e genocidio.

All’inizio dell’attacco a Gaza, alcuni rappresentanti statunitensi continuavano a propagandare l’idea che la normalizzazione fosse ancora possibile. Ma quando la campagna di uccisioni di Israele si è trasformata in un palese genocidio, la questione della normalizzazione si è rivelata irrilevante, se non addirittura vergognosa. 

Ciò può essere colto nel cambiamento del discorso politico diffuso da Riyad. 

L’8 ottobre, il giorno dopo l’operazione “Tempesta di Al-Aqsa”, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, principe Faisal bin Farhan Al Saud, ha dichiarato che il suo paese respinge “in ogni circostanza” gli attacchi a civili disarmati. 

Il 14 ottobre l’intensità del linguaggio delle dichiarazioni si è amplificata, anche se le critiche nei confronti di Israele non erano nette quanto i palestinesi avrebbero sperato. 

“Si tratta di una situazione allarmante. Una situazione difficilissima, le cui principali vittime sono i civili e che interessa le popolazioni civili di entrambe le parti”, aveva affermato Faisal.

Il ministro degli Esteri saudita articolava ancora una visione politica, seppure vaga affermando “Basta con le sofferenze imposte ai civili” e invocando una “de-escalation della situazione per riportare rapidamente la pace”.

Cambio di rotta verso Iran e Cina.

Tuttavia, lentamente, la posizione saudita ha iniziato a evolversi. Il 30 ottobre Riyad ha rafforzato il proprio coordinamento politico con l’Iran, attraverso uno scambio diretto tra Faisal bin Farhan e il ministro degli Esteri di Teheran Hossein Amir-Abdollahian.

Il 3 novembre, i Sauditi hanno intrapreso contatti con altri protagonisti non occidentali della politica mondiale, tra cui spicca la Cina, che ha ripetutamente sfidato la posizione degli USA all’interno del Consiglio di sicurezza dell’ONU e la sua ostinazione a respingere un cessate il fuoco immediato e senza condizioni. 

L’11 novembre l’Arabia Saudita ha ospitato ben due conferenze sull’emergenza in atto: quella della Lega Araba e quella dell’Organizzazione della cooperazione islamica (OIC). 

È stato lo stesso ministro degli esteri saudita a impostare la posizione collettiva sin qui più forte dei paesi arabi e musulmani, dichiarando che una delegazione in rappresentanza di tutti questi paesi girerà il mondo allo scopo di promuovere il cessate il fuoco e la solidarietà con il popolo palestinese. 

È significativo che tale delegazione, di cui faceva parte lo stesso Faisal, si sia diretta prima a Pechino e non a Washington, quindi a Mosca, prima di spostarsi a Londra per ulteriori incontri. 

In quel frangente, i sauditi, oltre a essere critici rispetto all’attacco israeliano, lo sono stati anche nei confronti degli alleati di Israele, i quali, secondo lo stesso principe ereditario Mohammed Bin Salman, hanno contribuito “al fallimento degli sforzi del Consiglio di sicurezza e della comunità internazionale per mettere fine alle flagranti violazioni delle norme internazionali da parte di Israele”.

A questo punto, Faisal bin Farhan si è posto in qualità di leader della diplomazia araba grazie a un insieme di dichiarazioni che usano un linguaggio completamente diverso rispetto a quello dell’8 ottobre.

“Stiamo iniziando a vedere uno spostamento delle posizioni, per ora ancora insufficiente, che tuttavia va nella giusta direzione”, ha affermato in occasione di una conferenza stampa dopo il summit. “Stiamo iniziando a notare che paesi che, sinora, erano soliti firmare assegni in bianco a Israele, iniziano a parlare di proteggere i civili e dell’importanza che i combattimenti siano condotti nei limiti del diritto internazionale umanitario e delle pause umanitarie”.

Anche se l’Arabia Saudita ha escluso il ricorso alla propria influenza economica per imporre un embargo ai paesi occidentali che sostengono e finanziano la guerra di Israele a Gaza, il principe ereditario saudita ha fatto alcuni passi avanti in direzione di quella che è stata ritenuta una posizione forte. 

Durante il suo discorso al vertice straordinario dei BRICS di giovedì 21 novembre, Bin Salman ha condannato “i brutali crimini che stanno avvenendo a Gaza contro civili innocenti”, chiedendo alla comunità internazionale di “porre fine a questo disastro umanitario”.

Ha reiterato la denuncia del summit di Riyad in merito all’“aggressione israeliana della Striscia di Gaza”, respingendo qualunque “pretesto teso a giustificarla” e, cosa forse non meno importante, “esortando tutti i paese a interrompere le esportazioni di armi e munizioni verso Israele”.

È interessante rilevare che l’incorporazione di Israele all’interno del Medio Oriente e la normalizzazione dei rapporti tra israelo-sauditi sono stati spesso propagandati come elementi degli sforzi USA per rafforzare la sicurezza dei propri alleati: in particolare per offrire ai paesi arabi la protezione militare israeliana nell’ambito della loro rivalità geopolitica nei confronti dell’Iran. 

Il fatto che Mohammed Bin Salman prenda posizione per un embargo della fornitura di armamenti a Israele è indicativo del cambio di atteggiamento di Riyad verso Tel Aviv e, di conseguenza, di qualunque ipotesi di normalizzazione. 

Poche ore dopo l’intervento di Bin Salman, è stato annunciato un accordo per il cessate fuoco temporaneo tra la resistenza palestinese e Israele. 

(Foto: Palestine Chronicle).

Traduzione per InfoPal di Isabella Cecchi