David Miliband: Gaza rappresenta l’estremo fallimento della politica

Guardian. La mia visita a Gaza con Save the Children mi ha dato un senso di vita che va oltre le statistiche. La comunità internazionale deve fare di più.

Il governo si occupa solo delle statistiche. Ma la vita riguarda le persone, e la disgiunzione tra questi due aspetti spiega molto del cinismo e della disaffezione alla politica. Ciò vale per la politica interna, ma anche per quella internazionale, dove la confusione e l’affaticamento indotti dalla distanza aumentano per la natura apparentemente irrisolvibile di molti dei problemi.

Le persone che soffrono sono quelle che maggiormente hanno bisogno dell’attenzione del mondo. Questo è particolarmente vero per il milione e mezzo di persone che affolla la Striscia di Gaza, chiusa tra Israele, l’Egitto e il Mar Mediterraneo.

Le statistiche dicono che l’80% della popolazione vive di aiuti alimentari ONU. Il tasso di disoccupazione giovanile è del 65%. Il sito dell’ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite ha un database dettagliato dove si possono vedere quanti autocarri, contenenti diversi tipi di provviste, hanno avuto il permesso di entrare dalle autorità israeliane.

La situazione della gente – o piuttosto la battaglia sulla loro situazione –  è periodicamente nei notiziari, di recente in agosto, quando la violenza ha spezzato l’altrimenti abbastanza efficace tregua. Ma Gaza è diventata la terra dimenticata dal tempo – e dalla più ampia comunità internazionale.

Per questa ragione ho accettato l’offerta di Save the Children di visitare la Striscia di Gaza. Non avevo potuto visitarla mentre ero al governo per ragioni di sicurezza. Ora volevo percepire il senso di vita, non le statistiche. L’obiettivo della visita non era di incontrare politici o decision makers, ma di intravedere, anche se per poco, la vita delle persone.

E lì c’è la vita vera. Ragazzi in magliette di calciatori occidentali – principalmente Lionel Messi del Barcelona. Ristoranti con vista sul Mediterraneo. Ragazze avvolte in veli bianchi, ovunque si guardi, che tornano da scuola. Barbieri, negozi di vestiti, banchi di frutta. E un bel po’ di traffico – con automobili nuove fatte entrare di contrabbando attraverso i tunnel sottostanti la Philadelphi Route, che corre lungo il confine egiziano.

Ma anche se la vita è vera, è traumatica e limitata. Abbiamo visto edifici – non solo l’ex quartiere generale di Hamas – ancora ridotti in macerie. Ci sono case crivellate di buchi di proiettili. La fornitura di energia viene tagliata anche per 8 ore al giorno. Non ci sono abbastanza scuole né insegnanti, quindi le classi sono di 50 o 60 bambini, e il giorno scolastico è ridotto a poche ore per permettere due o perfino tre turni.

Le conseguenze della guerra sono ovunque, a maggior ragione per le persone colte dal fuoco incrociato. Abbiamo incontrato la nipote ed il figlio di un contadino, bloccati nella “zona cuscinetto” tra il confine israeliano e Gaza. Lei aveva perso un occhio e lui una mano per le granate israeliane durante la guerra del 2008-09.

Save the Children, ovviamente, si preoccupa soprattutto del 53% della popolazione di Gaza che ha meno di 18 anni. Le statistiche dicono che il 10% dei bambini sono “rachitici” – così denutriti prima di arrivare a 2 anni che non si svilupperanno appieno.

Abbiamo visto quello che Save the Children sta cercando di fare in merito, un centro di nutrizione che serve madri e bambini a Gaza City. I bisogni sono basilari: promozione dell’allattamento al seno, promozione sanitaria per i bambini attraverso le provviste, attenzione medica per le madri. Ma non tutti quelli bisognosi di aiuto vengono a riceverlo, perciò Save the Children sovvenziona lavoratori esterni perché si rechino dalle famiglie e le incoraggino ad utilizzare i servizi.

C’è del lavoro  notevole per creare opportunità e per prevenire la catastrofe. Il Qattan Centre for the Child è una biblioteca finanziata privatamente, centro giovanile, teatrale e informatico, la cui presenza onorerebbe qualsiasi comunità britannica. Il direttore mi ha detto che è stato dedicato alla filosofia del “costruire persone, non edifici”. Il centro è una vera e propria oasi.

La situazione di Gaza rappresenta l’estremo fallimento della politica. Quasi tre anni fa, dopo la guerra di Gaza, la comunità internazionale era preoccupata di aprire Gaza. Tre anni dopo, siamo ad uno stallo – che corrisponde al più ampio stallo nella più ampia ricerca per uno stato palestinese che possa esistere a fianco di Israele.

La responsabilità primaria è di Israele. La richiesta internazionale nella risoluzione ONU sulla pace a Gaza, di cui la Gran Bretagna è artefice, al governo israeliano affinché aprisse le linee di approvvigionamento è stata tenuta presente solo in parte. Ecco perché i tunnel fanno affari d’oro – che Hamas poi tassa per finanziare le sue attività. Quindi vi è un vero effetto boomerang. In cambio, il governo israeliano replica che la richiesta parallela nella risoluzione perché venga arrestato il flusso di armi verso Gaza non è stata recepita. Anche questo è vero.

Eppure la pressione internazionale è tiepida. Il focus si è spostato. Ma i bisogni e le persone sono ancora lì.

Questo non è un colpo politico da parte di un singolo partito sul governo britannico. Il Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale è il secondo maggior donatore dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency). Il primo ministro si è già pronunciato a favore di Gaza nel corso del suo mandato. C’è spazio per un’autentica manovra trasversale ai partiti per assicurarsi che i bambini e gli adulti di Gaza non siano dimenticati.

Ad esasperare maggiormente la situazione, lo status quo è in realtà irrazionale. Non rientra nell’interesse politico di nessuno. Israele non ci guadagna in sicurezza, né Hamas o Fatah in popolarità.

Una giovane madre al centro di nutrizione mi ha detto che stava per terminare il suo diploma in ragioneria – ma che non c’era lavoro. Yusuf, 9 anni, che lavorava ad uno dei computer del Qattan centre, mi ha detto che voleva diventare un pilota. Queste persone non sono una minaccia alla pace in Medio Oriente. Sono invece la sua speranza. Ma per questo hanno bisogno di un possibilità di modellare il proprio futuro.

Traduzione per InfoPal a cura di Giulia Sola 

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