Delegazione ‘Hope’ incontra Commissione Europea.

Ciao a tutte/i,
ieri sono stata a Bruxelles e quello che segue è il resoconto dell'incontro. Ho fatto anche un paio di foto, ma temo di aver perso il cavo di collegamento fra la macchinetta e il pc, quindi prima di spedirle…dovrò trovare il modo di trasferire le immagini (che peraltro mi sono state chieste anche da una parlamentare scozzese e dalla lord inglese). Purtroppo, per ragioni logistiche, mi sono persa il primo incontro previsto, ma nel secondo…non ho potuto trattenermi!
Ciao,
Monia

Da Gaza a Bruxelles

Un invito del tutto inaspettato. Un invito a Bruxelles per spiegare quello che ho visto, quello che ho capito a Gaza. Un invito per un appello alle istituzioni europee.

Oggi pomeriggio, Arafat (Presidente di The European Campaign to End the Siege on Gaza), Mazen (un suo stretto collaboratore, che ha preso parte alla Carovana della Speranza), Sandra White (parlamentare scozzese), la baronessa Jenny Tonge (della House of Lord di Londra) ed io siamo stati ricevuti presso l'Ufficio della Commisione Europea a Bruxelles da Tomas Duplà del Moral, Direttore del comparto Medio Oriente, Sud Mediterraneo.

Lo scopo dell'incontro era quello di spiegare la situazione palestinese, sollecitando un interessamento fattivo da parte dell'Europa. Ad aprire è stata la baronessa Tonge, la quale ha chiesto innanzitutto quale fosse la posizione europea di fronte al discorso del Cairo di Obama.

La risposta non si è fatta attendere ed ha evidenziato la portata di un approccio totalmente diverso rispetto al passato. “Personalmente, ha detto Duplà, lo trovo magnifico perchè di portata dirompente rispetto alle precedenti dichiarazioni statunitensi. Tuttavia, mi permetto di dire che, forse, la linea rispetto ad Israele è stata un po' morbida laddove, pur insistendo sulla necessità di bloccare i nuovi insediamenti, si danno per “condonati” tutti quelli creati in passato. Rispetto alle reazioni della comunità internazionale, il nostro interlocutore ha evidenziato qualche commento stonato da parte di estremisti islamici che comunque non hanno gradito l'intervento di Obama, mentre è stata sottolineata l'ottima reazione di Hamas.

Nel prosieguo, la nostra delegazione ha evidenziato come, nei fatti, l'atteggiamento europeo rispetto alla questione palestinese si sia basato su tante parole, ma pochissime azioni. La replica di Duplas ha messo a nudo la volontà politica di molti membri dell'Unione Europea, che non fanno nulla in contrasto con Israele, quasi come se ancora oggi si dovesse scontare una sorta di colpa originaria rispetto agli Israeliani. La Commissione Europea ha comunque scritto più volte ad Israele sulle violazioni attuate, ma al momento sono giunte solo due risposte che la stessa Commissione ha definito insoddisfacenti, perchè basate su una dichiarazione di principio che suona come un “cercheremo di fare del nostro meglio”.

A questo punto, giustamente, Arafat ha fatto presente che l'UE non è una charity, bensì un'istituzione politica dotata di poteri: per questo sarebbe opportuna una sua mobilitazione. Quello che serve a Gaza, e più generalmente in Palestina, non sono fondi, ma azioni politiche. Ci è stato risposto che l'Europa non è un soggetto passivo, e ancora prima dell'operazione “Piombo Fuso”, la Commissione si era resa conto che la situazione era insostenibile. Particolare preoccupazione desta la zona di Gaza e altre massicce violazioni che avvengono in Cisgiordania; contestualmente vi è molta apprensione per i fondi che vengono destinati appunto a quest'ultima. In ogni caso, l'Europa ha cercato di attivarsi politicamente: a tal proposito il 15 giugno si terrà un incontro ufficiale per aggiornare i rapporti con Israele. In tale occasione verrà chiesto ufficialmente di aprire i valichi di Gaza, dal momento che nella Striscia c'è davvero necessità di tutto.

Partendo dall'affermazione che il Governo Britannico intende interloquire con Hamas, Jenny Tongue ha chiesto quale sia l'atteggiamento verso questo partito. Duplà ha dovuto ammettere che Israele sta cercando di fare di tutto per non avere alcuna controparte palestinese: Abu Mazen non è sufficientemente rappresentativo, mentre Hamas è fuori gioco a causa della sua presenza nella black list. “Nel 2010 ci saranno nuove elezioni in Palestina, ci spiega il Direttore, e ci stiamo sinceramente preoccupando di come si svolgeranno, con particolare riguardo a Gaza o a Gerusalemme. Sarà interessante capire anche quali saranno i meccanismi della legge elettorale che dovrà essere definita. Sinceramente, dal punto di vista europeo, non credo che ora vi sia il sufficiente grado di flessibilità per poter dialogare con Hamas.”

Da parte mia, dopo aver toccato con mano la disperazione della popolazione di Gaza e visto con i miei occhi quanto il governo di Hamas sta facendo per la propria gente, non ho resistito a porre con forza una questione che già avevo evidenziato a Gaza City all'incontro con alcuni parlamentari.

Hamas ha vinto le elezioni, e gli osservatori internazionali ci hanno detto che la procedura è stata più democratica di quanto non avvenga solitamente in Italia o negli USA. A partire da lì, la prima reazione israeliana è stata quella di strangolare il territorio con un feroce e totale embargo, mentre l'intera comunità internazionale non ha riconosciuto l'esito delle urne. Proprio il Ministro degli Esteri italiano, all'epoca nella Commissione Europea, ha contribuito ad inserire Hamas nelle organizzazioni che l'UE considera terroristiche. Ma perchè non chiarire chi sta agendo come “terrorista”? Un popolo che in risposta ad una violazione della tregua da parte di Israele risponde con alcuni razzi Qassam, o un esercito che usa armi proibite (DIME, fosforo bianco) prevalentemente contro civili, bambini, donne, anziani (persino contro animali), colpendo tutto: dalle case (abitate o disabitate, per loro non fa differenza) agli ospedali, dalle fabbriche ai magazzini, dagli ospedali ai cimiteri? Chi sono i “terroristi”? Quelli che cercano di resistere rispetto ad una pulizia etnica in atto da 60 anni a questa parte o coloro che sistematicamente si appropriano con le armi di terre che non gli appartengono, che detengono quasi 11.000 prigionieri ( spesso sotto tortura o privati di ogni dignità umana e altrettanto frequentemente senza sapere di cosa sono accusati)? Io a Gaza ci sono stata ed ho visto cosa ha fatto l'esercito israeliano: ho testimonianze, foto e video rispetto alla massiccia violazione di ogni più elementare diritto umano; similmente ci sono montagne di documenti sulla trasgressione del diritto internazionale, a partire dalle risoluzioni ONU. Se l'UE ha deciso politicamente di definire Hamas come “terrorista”, perchè non prende atto che non aveva “prove alla mano” mentre è il governo israeliano che agisce quotidianamente da terrorista? La risposta è stata quanto mai insoddisfacente: “Capisco, ma dobbiamo attenerci al diritto internazionale, e se un movimento viene inserito nella black list, è impossibile rapportarsi a questo in qualsivoglia contesto”.

La nostra delegazione ha ribaltato il punto di vista, evidenziando il fatto che Israele è nella top list degli aiuti (finanziari e non solo) degli USA, mentre invece se si dovesse tenere conto del suo atteggiamento, dovrebbe essere isolata. Il commento di Duplà è stato a sostegno dell'attività dell'UE: “Stiamo facendo di tutto per sostenere la dottrina dei due popoli/due stati”, e per questo le dichiarazioni del Presidente Usa sono molto utili. Tutte le vostre argomentazioni sono molto interessanti, ma la possibilità di intervenire su Israele ad esempio con sanzioni o provvedimenti è lontana a venire. Nonostante questo vi garantiamo che cercheremo di lavorare per la soluzione dei problemi”.

Rispetto ad una specifica domanda sulla riconciliazione fra Fatah e Hamas e su un possibile ruolo dell'UE a tal proposito, il Direttore ha risposto sorridendo che l'Europa non è una potenza coloniale e che non può esercitare alcuna pressione sulle due fazioni.

Infine, abbiamo rivolto a Duplà la domanda che, dopo aver visitato Gaza, maggiormente ci stava a cuore: cosa può fare l'Unione Europea per la fine del blocco a Gaza? “Ci sono meccanismi di sostegno economico che eroghiamo mensilmente, ma sappiamo che quanto facciamo è troppo poco rispetto alle reali drammatiche necessità della popolazione. Cercheremo di fare pressione su Israele per l'apertura dei valichi: è urgente e non più rinviabile.”

So che dovrei limitarmi a riportare il colloquio, ma mi “scappa” un commento. Particolarmente grata ad Arafat e ad Hannoun per questa importante occasione, sono contenta che la Commissione Europea abbia voluto informarsi rispetto alla Carovana della Speranza e alla situazione a Gaza. Tuttavia, ancora una volta il politichese è prevalso sul buon senso: “faremo del nostro meglio”, “è una questione politica”, “dipende dalla decisione degli stati membri”, “sono i paesi europei a decidere”. Ecco le argomentazioni più frequenti, con il risultato che 1 milione e mezzo di persone vivono in una prigione a cielo aperto e sono ridotte agli stenti. Fintanto che l'Unione Europea sarà fatta dai poteri forti, dalle lobbies bancarie e finanziarie, sarà l'Europa dei popoli a soccombere, e con essa anche le popolazioni, come quella Palestinese, ostaggio di politiche attuate in palese violazione del diritto internazionale.

www.perilbenecomune.net

 

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