Delimitare il territorio.

Da http://www.haaretz.com/hasen/spages/808830.html

 

Mercoledì 3 gennaio 2007 

           

Delimitare il territorio

Amira Hass

 

Lo scorso venerdì mattina, alle 6 e mezza, due auto aspettavano che i soldati aprissero il posto di blocco all’ingresso est di Ramallah; è un posto di blocco solo per diplomatici, VIP palestinesi, giornalisti, dipendenti di organizzazioni internazionali, e per coloro la cui presenza è gradita dalle autorità militari. Costringe migliaia di palestinesi che abitano nei villaggi delle vicinanze a percorrere da 30 a 60 chilometri, anziché tre o quattro: così i coloni di Beit El e Psagot, e chi risiede negli insediamenti di Migron e Givat Asaf, può comportarsi da proprietario terriero.

 

Le auto attendevano ma i soldati non sono arrivati, anche se il posto di blocco apre ufficialmente alle 6 di mattina. Il cancello di ferro non era chiuso a chiave; qualcuno avrebbe potuto aprirlo e proseguire verso la torretta di guardia. I guidatori hanno cominciato a suonare il clacson per attrarre l’attenzione dei militari, ma se questi dormivano non si sono svegliati, se erano nella torretta non sono usciti. Mancavano al loro compito, di mantenere la sicurezza nazionale?

 

Certo che no. Come in centinaia di altri ostacoli e posti di blocco, la sicurezza è un pretesto che serve a coerenti scopi strategici. Hanno la funzione di delimitare il terreno, per distinguere fra le “unità territoriali” (nel gergo delle Forze di Difesa israeliane), in cui saranno costretti i palestinesi in base ai piani permanenti che saranno loro imposti, e l’area che Israele intende annettere. La delimitazione territoriale ha avuto luogo anche prima del settembre del 2000: generosi permessi di costruzione per le colonie, divieto di costruire e blocco dello sviluppo per i palestinesi, un espandere della giurisdizione delle colonie. A cambiare sono i mezzi, non i fini.

 

Il dichiarare “facilitazioni” aiuta a deviare il discorso da quelle che sono realmente le mire. Tuttavia, se in alcuni posti di blocco (su circa 80), si aspetterà per 20 minuti anziché per tre ore, si avvertirà un qualche sollievo. Se si rimuovono alcuni dei 400 ostacoli fra i villaggi, gli abitanti potranno raggiungere i loro campi in trattore anziché a piedi. E se, nel terzo stadio promesso, ai palestinesi sarà permesso raggiungere la Valle del Giordano, allora sì che sarà una grande festa.

 

Ma è dubbio che si raggiungerà mai questo stadio. Prima o poi, un palestinese con un fucile in auto sarà fermato a un posto di blocco in cui erano state istituite “facilitazioni”. I portavoce militari brandiranno il fucile come prova che la sicurezza dello stato è in pericolo. Oppure si scoprirà un ragazzo di Nablus che porta un’arma o una cintura esplosiva improvvisata, fatta in casa, e lo “accerchiamento” di sicurezza intorno alla cittadina si stringerà ancora una volta. L’IDF descriverà i responsabili del ragazzo come “alti comandanti”, che a un certo punto saranno uccisi “in uno scontro a fuoco”, o in un assassinio che non sarà denominato in questo modo.

 

Dopo tutto, l’IDF non è il solo a delimitare il terreno: lo fanno pure le organizzazioni palestinesi armate. Ma l’IDF delimita il terreno come parte di un piano strategico che unisce partiti come il Kadima, l’Ysrael Beitenu e i laburisti. I militanti palestinesi ed i loro responsabili delimitano il terreno in assenza di una politica unitaria, come parte delle loro lotte interne: competono per l’ammirazione, per i salari dell’Autorità Palestinese, per i finanziamenti esteri. Fingono che quel che compiono, hanno compiuto e promettono di compiere avvicini il loro popolo alla liberazione.

 

Dai primi giorni della seconda rivolta popolare palestinese contro l’occupazione, i militanti l’hanno espropriata, trasformandola in scontri a fuoco senza speranza contro la forza militare dell’IDF, contando poi i morti israeliani come prova del proprio successo. Fornivano, in qualche misura, il desiderio di vendicare le molte morti civili causate dall’IDF. Ma fornivano altresì ad Israele una scusa per mettere a punto la politica di continuare ad espandere il territorio che aveva delimitato. Il rituale della “lotta armata” l’ha trasformata in un obiettivo che non necessita di alcuna strategia.

 

Il desiderio di non offendere coloro che possono essere uccisi, e la paura dei militanti di sangue caldo, soffocano il dibattito interno sul fallimento causato dall’uso delle armi e sul rinforzo positivo fornito ad Israele. E così, le organizzazioni militanti ed i loro molti rami forniranno di certo, in un tempo abbastanza breve, il prossimo pretesto per cancellare le “facilitazioni”.

 

 

 

(traduzione di Paola Canarutto)

 

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