Dietro il collasso di Gaza.

Da http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=1764&lg=it

Dietro il collasso di Gaza 

 

Chris Toensing, 18 dicembre 2006

Tradotto da Gianluca Bifolchi

Gli ultimi convulsi eventi in Palestina, e alle sue frontiere, costituiscono un deprimente quadro che riflette l’insieme del conflitto.

Ismail Haniyeh, il primo ministro costretto da un blocco finanziario israeliano-arabo-occidentale a cercare denaro per il suo governo presso paesi come l’Iran e il Sudan, si vide negare il ritorno a Gaza, la sede del governo, fino a che negoziati israelo-egiziani-Usa decisero che avrebbe dovuto lasciare il suo bagaglio di contante donato in Egitto. Che i movimenti di un Palestinese debbano essere controllati dall’esterno a questo modo non è ovviamente una novità, ed Israele riservò ad Arafat lo stesso trattamento, in vita e in morte. Ma ci fu una complicazione ulteriore nel ritardato rientro alla frontiera di Haniyeh il 14 Dicembre: l’entourage del primo ministro si imbattè in una grandinata di pallottole da parte di armati probabilmente legati a Fatah, il principale rivale del movimento di Hamas al quale egli appartiene. Haniyeh la scampò, ma non una delle sue guardie del corpo.

Lo scenario di questo imbroglio è il rifiuto da parte di Israele, Stati Uniti e gran parte di Fatah, di accettare i risultati delle elezioni palestinesi del Gennaio 2006, vinte con chiaro margine da Hamas. Israele bloccò subito il trasferimento delle entrate doganali che deve all’Autorità palestinese in base ad un trattato. Gli USA hanno organizzato un embrago arabo-occidentale degli aiuti all’Autorità Palestinese a guida Hamas, che rimarrà in vigore a meno che Hamas riconosca Israele, rinunci alla violenza, ed accetti tutti gli accordi siglati tra Israele e i Palestinesi sotto Arafat.

Si potrebbero definire queste azioni ipocrite. Avendo trascorso l’anno 2005 ad esaltare persso gli Arabi le virtù della democrazia elettorale, l’amministrazione Bush successivamente boicottò il vincitore delle prime elezioni arabe dopo decenni nei quali le redini del potere cambiarono effettivamente di mano. Certamente, il blocco delle entrate doganali e degli aiuti, puntando come fa ad affamare il popolo palestinese per metterlo contro Hamas, è immorale.

Ma il mezzo segreto dietro la sordida scena dell’attraversamento della frontiera di Gaza è che l’embargo sta fallendo. Per alcuni mesi, allarmata dalla crisi umanitaria nei Territori palestinesi, l’Unione Europea ha inviato aiuti indiretti che, sebbene non gestiti da ministeri controllati da Hamas, hanno alleggerito il fardello sulle spalle della popolazione e, pertanto, la pressione popolare sul partito di Haniyeh. Né è solo Hamas che sta piangendo miseria. Secondo gli osservatori di frontiera europei, i colleghi del primo ministro hanno già portato a Gaza 80 milioni di dollari di contante, molti di essi raccolti nella Penisola Arabica, fino al momento in cui lui fu fermato. Hamas ha superato l’embargo senza chinarsi alle richieste di USA e Israele e, così, ha conservato il suo prestigio come la forza politica che rappresenta lo spirito della resistenza all’occupazione israeliana. Come indipendente di sinistra Mustafa Barghouti ha detto al Washington Post: "Se si tenessero domani nuove elezioni, sono praticamente certo che il risultato non sarebbe molto diverso". Perché? Mouin Rabbani del Gruppo Internazionale di Crisi la mette così: "Ai Palestinesi è stato chiesto di scegliere tra la loro dignità nazionale e il loro prossimo pasto – e fino ad ora loro hanno scelto la prima opzione". Persino i cinque mesi di offensiva militare israeliana a Gaza, a seguito della cattura di una caporale dell’esercito, sembrano non aver eroso il sostegno ad Hamas.

Entrano in scena gli ultimi personaggi, il Presidente Mahmoud Abbas e gli altri in Fatah che continuano a vagheggiare la resurrezione del "processo di pace" degli anni 90, nonostante la chiara mancanza di interesse di Israele. Per mesi, Abbas si è molto impegnato a corteggiare Hamas per la formazione di un governo di "unità nazionale", ma le sue condizioni continuano a tenersi lontane da un documento di riconciliazione nazionale siglato a Giugno per muoversi verso le condizioni USA-Israeliane per ammorbidire l’assedio su Gaza e la West Bank. Per questa ragione, e a causa dell’embargo che ha amplificato le voci meno inclini al compromesso dentro Hamas, il movimento islamista ha declinato. Il 16 Dicembre, Abbas ha alzato la posta, minacciando di indire nuove elezioni parlamentari e presidenziali se Hamas non cambia atteggiamento.

USA e Gran Bretagna hanno appoggiato questa manovra, la cui legittimità i media americani continuano a definire "poco chiara". Ma secondo Nathan Brown, uno studioso delle costituzioni arabe, le legge fondamentale palestinese è "estremamente chiara ed definitiva", nel senso che il termine di una legislazione sono quattro anni pieni. Punto. Il presidente palestinese, scrive Brown "non ha migliori poteri per anticipare le elezioni che il presidente George Bush nell’indire nuove elezioni per il Congresso quando non gli piacciono i risultati".

Combinate questo fatto con la complicità di Fatah nei tentativi di Washington di rovesciare Hamas — ad esempio passando denaro, già in Ottobre, agli oppositori elettorali putativi degli islamisti — e un più chiaro contorno dei continui scontri tra Hamas e Fatah a Gaza comincia ad emergere. Gli USA potrebbero gradire una escalation degli scontri; quando il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha visitato ultimamente Washington, Bush gli avrebbe fatto pressioni per permettere che le Brigate Badr, un’unità armata di stanza in Giordania, potessero rientrare nella West Bank.

Le due maggiori fazioni palestinesi digeriranno l’idea di una guerra civile? O piuttosto Hamas uscirà dal proscenio per tornare ad attaccare Israele, sperando che Abbas assuma il ruolo del poliziotto di Americani e Israeliani giocato da Arafat durante gli anni 90? Il politburo di Hamas promette il secondo scenario, se al suo partito non è concesso di stare al governo. Così Israele e gli USA, che ritrassero l’attuale situazione critica, tracceranno anche lo schema della prossima puntata.

Chris Toensing è il direttore di Middle East Report, una pubblicazione del Middle East Research and Information Project  a Washington, D.C.

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