Dove siete per le feste?

Dove siete per le feste?

Gideon Lévy – Haaretz, 4 gennaio 2007

www.haaretz.co.il/hasite/pages/ShArtPE.jhtml?itemNo=809069

 

Buone feste: la festa del Sacrifici e del Nuovo Anno sono tristi in un villaggio imprigionato di Cisgiordania.

«L’alleggerimento del check point» è al massimo: urrah! E’ possibile recarsi a Qalqilya! Ed è anche possibile andare, in un modo o nell’altro, a Nablus, di cui si vedono le case da qualche finestra del villaggio. Non con un’auto privata, è vero – un lusso simile, non ce lo sogniamo nemmeno qui – ma con molti taxi e a piedi, di check point in check point. Molti check point – sembra incredibile – sono anche momentaneamente abbandonati. Ah! L’occupazione illuminata!

La pioggia non cessava di cadere sulla Cisgiordania occupata, domenica. Un cielo buio e un freddo penetrante costituivano uno scenario senza pari per questi giorni di festa. Era il secondo giorno della più santa delle feste musulmane, la festa del Sacrificio, e era l’ultimo giorni di questo maledetto anno 2006 che ha falciato le vite di non meno di 683 Palestinesi, molti di più dell’anno precedente, quindi maledetto ed anche sanguinoso. Solo i nuovi vestiti da festa dei bambini che camminavano nel fango e nella pioggia, tra i check point, saltando di pozzanghera in pozzanghera, da un taxi all’altro, recandosi dal nonno e dalla nonna con dei doni, davano un po’ d’aria di festa.

Un ragazzo, Akram Arman, è partito anche lui in compagnia delle sue due sorelline per recarsi dalla loro zia a Nablus. Maglione e pantaloni nuovi per tutti e tre, ma il soldato del check point di Beit Iba che blocca l’entrata a Nablue non era, lui, dell’umore di far festa: «Carte d’identità!». Non avendo 16 anni, le due ragazzine non hanno ancora carte d’identità: «Allora portate i certificati di nascita» ha ordinato il soldato e i ragazzi, con vergogna e paura, sono tornati da dove erano venuti, a casa, nel loro villaggio, per cercare i loro certificati di nascita. Immaginate: i vostri figli vanno a far visita alla loro zia a Kfar Saba per il nuovo anno ebraico e li si rispedisce rozzamente a casa perché hanno dimenticato i certificati di nascita. Buona festa,  ragazzi della famiglia Arman!

E’ grazioso il loro villaggio, il villaggio di Jit, su un’alta collina, ad ovest di Nablus. Le colline di fronte sono disseminate di case di Kedumim, la colonia che si estende di collina in collina, come un cancro. Là un quartiere di caravan, qui un’antenna che punta verso lontano: il nuovo sionismo celebra le sue piccole vittorie temporanee. Jit conta 2.500 abitanti, di cui la metà vive del lavoro della loro terra. Loro terra? Solo quel che ne resta. Sulla strada che porta ad una parte considerevole delle loro terre, ad ovest, bisogna passare per molti check point. A volte si può, e a volte no. Il cittadino Jemal Bakr, professore d’inglese nella scuola del villaggio vicino, Sera, deve percorrere quotidianamente una quarantina di chilometri per recarsi alla sua scuola che si vede dalla finestra di casa sua: tendi la mano e la tocchi. Invece di prendere la strada diretta fino a Sera che è sulla collina di fronte, è costretto ad andare a Nablus passando per il check point di Beit Iba, e da lì a Sera: a volte un’ora e mezza, a volte un giorno e mezzo, dipende dai check point. Ora va, a testa alta, al villaggio di Tal, per una visita a sua sorella. E’ un’impresa, anche lì. Il professore d’inglese non vede la sorella dalla festa precedente. Nemmeno per andare da lei può prendere la sua auto: solo a piedi e in taxi. La sorte del padre di questo professore è ancora peggiore: non può andare dal figlio. Sono 4 anni che Mahmud Abu Bakr, vecchio uomo di 76 anni, con un apparecchio acustico, non riesce ad andare da lui. La sua casa, situata sul pendio della collina, una casa isolata, ai piedi del villaggio di Jit ma ancora sul suo territorio, si trova su una strada dove l’esercito israeliano vieta ogni spostamento palestinese. Sul sentiero nero che serpeggia scendendo dal villaggio – la via più breve per Nablus – a volte viene piazzato un «check point sorpresa» e a volte la «sorpresa», è una jeep che scende a tutta velocità dalla base dell’esercito situata sulla montagna, quando un abitante ribelle osa andare sulla strada, a piedi o in auto.

Abu Bakr, che ha conosciuto la sorte dei profughi da Haifa, ha rinunciato alla sua casa sul fianco della collina ed ha affittato una camera all’interno di Jit. Un militante dei diritti umani del villaggio, Zakariya Sadah, tiene – è vero – in tasca una lettera del 2004, del capitano Shiran Asher, donna ufficiale incaricata dei contatti con la popolazione al Comando Centrale, che scriveva che «non c’è impedimento a circolare sulla strada» e che se c’è un problema, l’abitante deve rivolgersi all’Ufficio di Coordinamento e di Collegamento di Nablus per risolverlo, ma questa lettera è consumata tante sono le volte che è stata presentata a dei soldati e, sulla strada, non si può circolare. Un vecchio uomo mezzo sordo che si appoggia al suo bastone non può certo abitare una casa dove ci sono, quasi sempre, dei problemi. La settimana passata, giust’appunto, il vecchio ha provato a visitare la sua casa ed è stato vergognosamente cacciato. Gli è permesso viverci, ma vietato andarci.

I figli del vecchio sono disseminati nei villaggi intorno, due di loro vivono a Jaffa. Suo nipote è venuto  dritto da casa sua, via Yehuda Hayamit [a Jaffa], per fargli visita in occasione della festa: è un giovane Israeliano, frequenta la scuola Neve Shaanan della città, venuto a vedere una realtà di vita diversa. Sono anni che la famiglia non si riunisce tutta per un pranzo di festa.

Anche Samar Sadah ha rinunciato, quest’anno, alle cerimonie della festa e alle tradizionali visite di famiglia. Gentile giovane uomo di 29 anni, padre di tre figli, che si guadagna da vivere come magazziniere nella zona industriale di Barkan, non ha il coraggio necessario per le visite festive, con le angherie e le umiliazioni ai check point. Samar è restato a casa, quest’anno. Alcune settimane fa, gli uomini che lavorano nell’oliveto di famiglia sulla discesa della strada, gli hanno chiesto di venire sul terreno per mostrargli i confini, «presentargli la terra» come dice in buon ebraico, all’approssimarsi della raccolta. Era un sabato pomeriggio, e Samar è andato con il suo vicino e i suoi bambini fino al terreno, a qualche centinaia di metri dal villaggio. Il tragitto fino all’oliveto è stato senza intralci, come la consegna delle istruzioni agli operai, ma la strada del ritorno, preferirebbe dimenticarla. Una jeep Hummer è scesa dalla montagna.

«Non sai che è vietato passare qui?» ha chiesto il soldato.

«Perché è vietato?»

«Portami un permesso.»

«Sono andato sulla mia terra. Un quarto d’ora in tutto e per tutto. Cos’ho fatto? Quale permesso?»

«Mettiti di lato»

Per 20 minuti sono rimasti lì. «Dite tutti di non sapere che ci vuole un permesso per spostarsi su questa strada» ha ringhiato il soldato. «Il soldato si è innervosito», racconta Samar, «Si è messo a gridare e a dirmi ‘Vieni giù’, al check point di Jit». Là, il soldato ha consegnato le carte d’identità di Samar e del suo vicino ai soldati del check point, indicando 4 con le dita. 4 dita vuol dire 4 ore. 4 ore vuol dire 4 ore trattenuto al check point, punizione per insolenza o per aver imboccato senza autorizzazione una strada non autorizzata che porta agli oliveti di famiglia. Samar, il suo vicino e i due bambini sono così stati condannati da una procedura sbrigativa ad aspettare per 4 ore umilianti in auto. «Cosa non abbiamo detto, implorato, cosa non abbiamo fatto perché ci liberi dopo un’ora. Un’ora, va bene, ma 4 ore?» La sera ha cominciato a scendere e il freddo a gelare le ossa, i bambini piangevano. Vietato uscire anche solo un istante dall’auto. A Casa, a Jit, il datore di lavoro israeliano di Samar lo aspettava, venuto da Raanana  a far visita al suo impiegato, ma Samar era trattenuto. «Sono inchiodato qui con i vostri soldati», si è scusato Samar chiamandolo col suo telefonino. Il militante dei diritti umani, Zakariya Sadah, è corso sul posto, tentando di far valere le sue relazioni, invano.

Dopo un’ora e mezzo, i soldati hanno permesso di liberare i bambini e che un vicino sceso al check point in auto li conducesse a casa. L’imprenditore di Raanana, sceso anche lui al check point, non è riuscito a convincere i soldati a mitigare la pena. Alle 8 di sera, nemmeno un minuto prima del termine della sentenza di 4 ore di attesa, Samar e il vicino sono stati liberati. Il soldato, dice Samar, ha anche chiesto una sigaretta, ma Samar ha rifiutato.

– «La prossima volta, se passi sulla strada, ti tratterremo 10 ore».

– «Vedi, fratello, io non desidero che tu mi fermi nemmeno 10 minuti. Era stato detto che durante il raccolto, era permesso spostarsi, ma con voi, anche quando si dice che è permesso, è vietato».

Samar accende la stufa a petrolio che diffonde un po’ di calore nella stanza, poi  offre dolciumi per la festa.

«Noi siamo prigionieri qui. I miei figli non escono dal villaggio da 4 anni. Da 4 mesi io non vado a Nablus. Cosa andrei a fare a Nablus? Un soldato mi direbbe ‘Portami un permesso’. Ho una carta magnetica per Barkan, ma basta un soldato un po’ nervoso con gli Arabi, nervoso per una ragione che mi sfugge, che mi dirà ‘Resta lì, di lato’. Dunque perché andare? Preferisco stare a casa, non uscire e non subire tutto ciò».

La festa in casa: sabato Samar è andato in moschea, poi ha reso visita agli anziani e ai malati del villaggio, e poi è rientrato a casa. Sua moglie è originaria del villaggio di Roujeib, oltre Nablus, e desiderava andare a visitare i suoi genitori, ma Samar ha rifiutato. «Le ho detto: cosa vuoi? Partire ora, con questo freddo, con i bambini, per essere fermata ai check point? Non c’è nessuna chance di passare senza essere fermati. E’ meglio restare a casa. Lei gli ha telefonato e gli ha detto che non sarebbe andata. E’ così che da noi, un giorno di festa è un giorno ordinario. Non diverso dagli altri giorni. Niente che lo distingua.

«Vuoi fare una gita? Vuoi andare al mare? Nemmeno se lo vuole il Cielo, tu andrai al mare. I miei figli non sanno cos’è il mare, né cos’è una gita». In questi ultimi anni, Samar ha visto il mare solo una volta: era un giorno che era andato a Tel Aviv per un processo su questioni di lavoro, ed egli aveva corso pian piano fino alla riva del mare, a Jaffa. «Mi piacciono molto le gite. Una gita ti mette di buon umore, non deprime. Che bello essere liberi. Ma la nostra vita è fatta di permessi. Vai sulla tua terra: ti ci vuole un permesso; vai al lavoro: ti ci vuole un permesso; una vita di permessi. E per fortuna non c’è un check point alla porta di casa. L’impresa dove lavoro ha fatto una gita nel nord. Lontano nel nord. Nonostante tutto quel che hanno detto il padrone e sua moglie, perché ci fosse dato un permesso per poter partecipare, non se n’è fatto niente.»

Sono 5 lavoratori palestinesi in un deposito di materiali di costruzione a Barkan, tra cui Nasser, il fratello di Samar, seduto con noi nel salone. La maggior parte dei lavoratori è israeliana, di Raanana e di Petah Tikva.

«Credetemi, noi possiamo vivere insieme. Credete che sia contento, il soldato, di trovarsi ora al check point? Per nessuno è divertente restare sotto la pioggia a fare qualcosa di cattivo. Restare sotto la pioggia e chiedere i documenti alla gente, non è vita».

«Chiedete a mio figlio di 5 anni, cos’è una bomba, cosa sono dei soldati, cos’è la paura. Un bambino dovrebbe sapere come giocare e amare la sua scuola. Dimenticare tutto ciò. Giochi, giocattoli e basta. Vivere con spirito aperto sulla vita e non bloccato, bloccato dalla paura. Se spaventate un bambino, questo gli resta nella testa per tutta la vita e vi costruisce sopra delle cose cattive.»

«Cosa succederà l’anno prossimo?» Pongo la domanda a Samar, qualche ora prima del veglione di capodanno  da noi. «Non andrà bene. Si dice che nel 2007, ci sarà una grande guerra.» Sei abitanti del villaggio sono in prigione in Israele e si pensa anche a loro durante la festa. Samar e suo fratello Nasser provano a contarli, a nominarli: «Abed e Nabil e Mustafa e Omar e un altro Abed e anche Ahmed, che è in soggiorno illegale ma in realtà, noi siamo tutti in una prigione, una grande prigione».

 

 

 

 

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