E’ giunto il momento di aprire le porte ad una nuova generazione di attivisti.

Intervista con M. Barghuti: “E’ giunto il momento di aprire le porte ad una nuova generazione di attivisti”

30 Ott 2006 21:52

Intervista con Marwan Barghuti : “E’ giunto il momento di aprire le porte ad una giovane generazione di attivisti”

pubblicata su:http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&task=view&id=591&Itemid=1

D: Come si figura le relazioni future di lavoro tra il Presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) affiliato al Movimento di al Fatah e il partito di governo Hamas alla luce della politica unilaterale israeliana e del boicottaggio internazionale ai danni del governo Hamas?

MB: Credo che la costruzione di istituzioni democratiche palestinesi consolidino la lotta palestinese e conducano alla solidificazione dei rapporti tra i diversi leader politici. Le elezioni presidenziali, locali e legislative sono una conquista, fonte di orgoglio per i Palestinesi e un punto che fa onore ai militanti di Fatah perché è stato il loro movimento che per primo ha fondato questa struttura democratica. Ora la coalizione nazionale è rappresentata dall’Autorità Palestinese (ANP) attraverso il presidente e il governo – i.e., tra il movimento di Fatah e Hamas, e comprende tutti i membri del Consiglio Legislativo palestinese (PLC). Secondo le mie previsioni, la possibilità di un ritorno ai tavoli di negoziazione e al così detto processo di pace è diminuita considerevolmente, se non del tutto. Questo è quanto è accaduto, specialmente a partire da Camp David e dalla dichiarazione di Ehud Barak che “non esiste alcun partner palestinese” (n.d.t., per la pace). Ariel Sharon ha adottato questa dichiarazione e l’ha fatta diventare il suo mantra, imbarcandosi nella liquidazione dell’Autorità Palestinese, incluso il Presidente Yasser Arafat. Sembra esserci un consenso generale in Israele riguardo la strategia delle soluzioni unilaterali che ignorano completamente i Palestinesi. Il ricorso di Israele a una tale strategia proviene dalla sua riluttanza ad accettare soluzioni che possano offrire ai palestinesi il livello minimo dei loro diritti inalienabili. I passi unilaterali non porteranno stabilità, sicurezza o pace. La pace può essere raggiunta soltanto attraverso la fine dell’occupazione e il completo ritiro israeliano dalle aree palestinesi occupate nel 1967; la fondazione di uno stato palestinese indipendente, con Gerusalemme sua capitale; e la garanzia dell’applicazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi.

D: Hamas sarà in grado di conciliare la logica della continuazione della resistenza armata con la logica dell’Autorità Palestinese e del processo politico?

MB: Questa domanda dovrebbe essere posta ad Hamas. Nondimeno, Hamas si trova in maggioranza nel PLC (n.d.t., Consiglio Legislativo Palestinese) e ha formato un governo di maggioranza; ha il diritto di scegliere la sua politica e di rappresentarla come meglio ritiene. Significa che Hamas ha la responsabilità di preservare gli interessi nazionali raggiunti dal popolo palestinese sia a livello locale che regionale e internazionale. Bisogna sottolineare anche che l’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina resta il solo legittimo rappresentante del popolo palestinese ed il più alto referente politico. Il fatto che l’OLP adesso si trova ad attraversare un processo di stagnazione e di erosione e necessiti di riforme radicali e generali, non invalida la sua legittimità. Spero che entrambi sia Hamas che la Jihad Islamica entrino a far parte dell’organizzazione dal momento che giocano un ruolo importante in campo palestinese. Sto sperando che venga trovato un meccanismo che sia strumento di ricostruzione e ristrutturazione dell’OLP a livello istituzionale, che i poteri dell’Autorità Nazionale vengano distribuiti tra il presidente eletto e il governo eletto, e Hamas dovrebbe considerare in maniera molto seria questa prospettiva. E’ deplorevole che in televisione si veda una lotta per il potere nel momento in cui i poteri reali in Palestina stanno cadendo nelle mani dell’occupazione e nel mentre che il popolo palestinese insieme all’Autorità Nazionale, al presidente e al Consiglio Legislativo si trovano ancora sotto occupazione. Il fatto è che Fatah era stato in grado di conciliare la politica, la diplomazia, i negoziati e il controllo dell’ANP da un lato, e la resistenza, l’intifadah dall’altro, legittimata internazionalmente come le leggi e le risoluzioni che riguardano la Palestina. Hamas sarà capace di fare lo stesso? Lo sapremo nel futuro immediato. Dal mio punto di vista Hamas deve conservare l’opzione della resistenza e rigettare concessioni gratuite, sebbene si troverà in grosse difficoltà nel combinare insieme l’Autorità Palestinese a la resistenza.

D: Che pensa dei segnali di novità nella posizione di Hamas quando parla, per la prima volta, circa la possibilità di coesistenza con gli israeliani all’interno di due stati sulla base di una tregua di lungo termine? C’è consenso tra tutte le forze e le fazioni palestinesi sul fatto che l’obiettivo per il popolo palestinese in questa congiuntura storica sia quella di costituire uno stato indipendente, completamente sovrano all’interno dei confini del 1967 (n.d.t., prima del Giugno 1967), con Gerusalemme capitale e l’esercizio del diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Questo è quanto venne raggiunto con la Dichiarazione del Cairo, la quale è una indiretta accettazione della soluzione di due stati. In un messaggio alle Nazioni Unite, il nuovo Ministro degli esteri palestinese, Mahmoud Zahar, secondo quanto riportato, ha parlato della soluzione dei due-stati e i leader di Hamas hanno reagito positivamente ai principi di pace come erano stati proposti dagli Stati arabi. Penso che Hamas e il suo governo stia cercando una reciprocità e un prezzo per i loro accordi su qualunque mossa politica. Hanno ragione a insistere sulla reciprocità genuina; non è né accettabile, né logico fare concessioni gratuite.

D: Cosa pensa dell’eventualità del suo rilascio alla luce delle voci secondo cui potrebbe essere incluso in uno scambio di prigionieri tra Israele e Hizbollah?

M.B.: Prima di tutto mi lasci spiegare che la mia principale preoccupazione resta la libertà del popolo palestinese e io spero (e credo) che il momento sarà a portata di mano quando otterremo libertà, indipendenza e il diritto al ritorno. La liberazione di Gaza è solo l’inizio della fine di questa lunga occupazione. Sono certo che coloro che sono riusciti a cacciare gli occupanti fuori dalla Striscia di Gaza sono in grado allo stesso modo di farlo nella Cisgiordania e a Gerusalemme est. L’occupazione sta vivendo la sua fase finale e i tentativi di Israele di salvarla sono destinati a fallire. E’ difficile davvero sperare nella libertà personale se il popolo palestinese non ha ottenuto per primo la libertà. Negli ultimi dieci anni ci sono stati molti accordi per lo scambio di prigionieri e confido che il nostro popolo non abbandonerà i propri prigionieri. Allo stesso modo non posso immaginare un leader palestinese o governo che stipuli un accordo che non tratti sul rilascio di tutti i prigionieri – il quale numero sta crescendo di giorno in giorno – lasciandoli in ostaggio nelle mani degli occupanti. Fin dalla mia detenzione, molte voci sono circolare circa il mio rilascio. Qualche volta si è parlato di uno scambio con Azzam Azzam, la spia israeliana incarcerata in Egitto, o con [Johnatan] Pollard, o in cambio della ricerca di Ron Arad. Altre volte si è parlato di uno scambio con Hizbollah o come parte di una iniziativa per sostenere e supportare Abu Mazen. La verità è che sono ancora in galera e che io e altri decine di migliaia di donne e uomini siamo detenuti, molti dei quali sono stati incarcerati quando erano giovani e stanno ancora languendo nelle prigioni israeliane.

D: La mancanza di Arafat ha portato, tra le altre cose, a una crisi della leadership di Fatah. La nuova generazione di leader sono capaci di riempire questo vuoto e di risolvere l’attuale crisi?

M.B.: Il martirio di Arafat ha causato un grande vuoto sia tra le fila di Fatah che a livello nazionale. Era un simbolo e un leader insostituibile e avevo sperato che accettasse di guidare la VI conferenza del Movimento di al Fatah prima della sua prematura scomparsa. Abbiamo cercato molto, io e altri leader e membri del movimento, di convincerlo a farlo, dal momento che non si era tenuta nessuna conferenza da due decenni. Secondo me, questa è stata la causa della stagnazione e dei fallimenti di Fatah. L’esito delle ultime elezioni legislative è stato solo uno dei risultati della mancata conferenza, da aggiungersi all’assenza di coesione e di organizzazione all’interno del movimento, e alla mancanza di rinnovamento a livello della leadership. Questo ha portato molti leader capaci e di spicco e molti aderenti sia in patria che nella Diaspora (n.d.t., i profughi palestinesi fuori dalla Palestina) a scegliere di non far parte della leadership. Stiamo preparando una conferenza che consoliderà l’unità del movimento e la sua posizione di guida nella lotta nazionale palestinese. E’ arrivato il momento di aprire le porte alle giovani generazioni di attivisti che possano aver fiducia nella struttura di comando del movimento.

D: La crisi di Fatah ha portato il movimento a perdere il suo posto nel governo dell’AP. Può Fatah convivere con questo situazione senza precedenti di trovarsi all’opposizione?

M.B.: Fatah era e resta l’avanguardia delle grandi iniziative, dalla rivolta armata alla fase delle elezioni libere e democratiche. Il movimento sarà un modello responsabile di opposizione e salvaguarderà l’esperienza democratica. Chi crede che il destino di Fatah sia legato al numero di seggi in parlamento e al numero dei ministri di governo si sbaglia. La priorità di Fatah resterà la realizzazione degli obiettivi nazionali e il mantenimento dell’opzione di resistenza come via per ottenere i suoi obiettivi.

D: Il corso rappresentato da Marwan Barghuti all’interno di Fatah è ancora vivo? E secondo lei che cosa deve fare Fatah per uscire dalla crisi?

M.B: Sono onorato di rappresentare Fatah e la sua illustre storia di lotta. Fatah ha dato numerosi martiri, prigionieri e combattenti. Nei decenni ha guidato e continua a occupare il suo posto come movimento di resistenza che lotta per liberare la patria e per assicurare il ritorno dei profughi. Crediamo nella necessità di consolidare il sistema democratico tra Fatah e il popolo palestinese e nell’importanza delle relazioni tra le generazioni di palestinesi in patria e nella Diaspora.

D: L’arrivo di Hamas all’Autorità Nazionale ha dato spazio alla teoria della islamizzazione della società palestinese attraverso l’opzione democratica.

MB: Credo che Hamas è pienamente consapevole delle priorità del popolo palestinese nel suo complesso, ossia il raggiungimento della libertà e dell’indipendenza, assicurare il ritorno dei profughi e preservare il carattere democratico della società palestinese. Lavoreremo per preservare i principi democratici e pluralistici all’interno dell’ordine politico. E lavoreremo per preservare i legami sociali, economici e politici e per proteggere combattere per le libertà individuali e i diritti di tutti i membri della società. Siamo orgogliosi che la nostra legislazione dia potere alle donne con rappresentanti nei consigli locali e nel Consiglio Legislativo, un evento senza precedenti nel mondo arabo. Nonostante sia lontano dalle nostre aspettative, presenteremo un emendamento alla legge per una possibilità di ottenere il 30% di seggi per le donne nel Consiglio Legislativo.

D: Hamas è capace di costruire uno stato? Oppure, attraverso la sua presenza nell’Autorità palestinese, costruirà una base sociale ampia per uno stato islamico in Palestina?

MB: Come ho già ricordato Hamas è pienamente a conoscenza delle priorità del nostro popolo. Hamas e il suo governo deve restare fedele e impegnare tutto il suo potenziale per lavorare al conseguimento di questo fine. La preoccupazione per i problemi interni – per quanto vitali – non deve portare il governo e chiunque altro a perdere di vista l’obiettivo primario del nostro popolo, che è la liberazione e la costruzione di uno stato, e per il quale Fatah è stato fondato e rappresentato attraverso l’Autorità palestinese. Questo è il compito che i palestinesi tutti come popolo devono affrontare con tutte le loro forze, così come i partiti e le istituzioni. Incombe nel governo palestinese il dovere di preservare i legami e di capitalizzarli e accrescerli.

D: L’opzione di una separazione economica con Israele costituisce una soluzione a favore della continuazione della costruzione della pace e della creazione di uno stato palestinese indipendente? Oppure porterebbe a una insostenibile crisi economica, secondo le stime di molti palestinesi?

MB: La strategia economica palestinese, si suppone conduca alla liberazione dell’economia attraverso l’indipendenza dalla parte israeliana. Comunque, questo richiede una sovranità palestinese su tutti i punti di transito, i confini, l’aeroporto e il porto. Inoltre richiede l’apertura dei mercati arabi ai prodotti palestinesi e a un futuro sviluppo del sistema di lavoro. Ma ci sono ancora molte difficoltà rispetto all’attivazione di questo importante obiettivo nazionale. E’ difficile costruire un sistema economico libero sotto occupazione e con tutte le restrizioni che comporta. Il governo palestinese ha incoraggiato i prodotti palestinesi e scoraggiato i prodotti e la produzione israeliani.

D: Come ha già detto, i palestinesi, l’ANP e il governo di Hamas saranno in grado di uscire dalla presente crisi?

MB: Non c’è dubbio che i palestinesi stanno affrontando un assedio che sta diventando sempre più stretto giorno dopo giorno. Stanno scivolando nel caos della insicurezza interna a tutti i livelli e stanno lottando con molteplici programmi e strategie. Inoltre presto dovranno affrontare una sfida pericolosa con i tentativi del governo israeliano di imporre una soluzione. E ancora devono trovare le vie e i metodi per pesare, per ravvivare le loro relazioni con la comunità internazionale e per averne il sostegno e conservare quanto acquisito in passato. La via d’uscita dalla crisi, per come la vedo io, è quella di ingaggiare immediatamente una strategia di dialogo ad altissimo livello tra la leadership di Fatah e Hamas per raggiungere un memorandum di comprensione o un accordo strategico tra i due movimenti. Il passo successivo potrebbe essere rappresentato da un accordo e da una fase di dialogo con tutte le forze e fazioni per sentire le loro opinioni. Conseguentemente, una conferenza nazionale dovrebbe essere indetta, con la partecipazione dei leader palestinesi sia in patria che nella Diaspora. Questo documento avrà la qualità di rappresentare tutte le figure (n.d.t., politiche) senza eccezioni, e di includere l’incorporamento di Hamas e della Jihad islamica all’interno dell’OLP. In seguito, quello che serve è la ricostruzione dell’OLP e la ristrutturazione dei suoi consigli. In aggiunta, deve essere creato un meccanismo chiaro di negoziazione tra la presidenza e il governo, così come devono essere definite nel dettaglio le relazioni tra le varie fazioni della resistenza, che includerebbe la creazione di un fronte di resistenza unito. Infine, dovrebbe essere formato un nuovo governo, con la partecipazione di tutte le forze con la condizione che questo debba essere formato entro un periodo non superiore a tre mesi.

[traduzione a cura di Patrizia Viglino]

 Da http://www.informationguerrilla.org/2006/10/30/intervista-con-m-barghuti-e-giunto-il-momento-di-aprire-le-porte-ad-una-nuova-generazione-di-attivisti/

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