‘Esci dalla tua terra’. Pellegrini di Giustizia.

 

Riceviamo da don Nandino Capovilla di Pax Christi e pubblichiamo. 

Esci dalla tua terra

 

Erano le nostre prime ore sulla terra di Palestina nella straordinaria città di Ramallah. Tanti manifesti con il volto del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish sembravano quasi abbracciarci ed accoglierci. Darwish è stato per molti anni la voce della Palestina libera e da liberare; per questo ripensiamo al nostro pellegrinare per la giustizia riassaporando  una sua poesia:

 

Carta d’identità

“Scrivi: sono un arabo;

La mia carta porta il numero cinquantamila.

Ho otto bambini

e il nono nascerà dopo l’estate.

Ti dispiace forse?

Scrivi: sono un arabo.

Impiegato con i compagni della miseria in una cava,

ho otto bambini

per i quali dalla roccia

ricavo il pane,

i vestiti e il quaderno.

Non chiedo la carità alle vostre porte

né mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.

Ti dispiace forse?

Cosa significa vivere per sopravvivere, cercando di “tirar fuori dalla roccia” il pane, i vestiti e i quaderni per i nostri figli? Riusciamo noi ad immaginarlo?

Riusciamo a fare spazio dentro i nostri pensieri e il nostro cuore alla quotidiana fatica e alla fierezza di un popolo che nonostante tutto non si arrende?

Vorremmo che i bambini palestinesi avessero tanti quaderni da riempire di sogni e progetti e tanti colori per colorare le loro giornate con la speranza di un domani meno duro.

 

Scrivi: sono un arabo.

Dai capelli color carbone e dagli occhi bruni.

La mia descrizione: un akal sulla kufiyya copre il mio capo

E il palmo della mano duro come la roccia,

graffia chi lo vorrebbe toccare.

Il mio indirizzo è: un villaggio disarmato…dimenticato

Dalle vie senza nomi

 

Non ci vergognamo a dirlo: stiamo cercando in questi giorni nei diversi suq, da Nazareth a Gerusalemme, la kufiyya migliore da acquistare, forse sperando che regalandola a nostro figlio, le nuove generazioni conoscano più di noi la storia di questa gente dal “palmo della mano duro come la roccia”. Ci sentiamo “pellegrini di giustizia” ma ogni sera mescoliamo tristezze immense ad abissali pessimismi nell’accatastare ingiustizie viste su ingiustizie ascoltate. E ad ogni mattino si annunciano nuovi volti “dagli occhi bruni” che incontreremo e ci ripeteranno con l’ossessione di Mahmoud:"scrivi: sono un arabo".

Ma quale sarà allora, il tuo indirizzo, fratello arabo, se tutti i tuoi villaggi e tutta la tua patria è stata usurpata dall’occupante?

E le vie della tua città sono senza nomi, oppure è la nostra colpevole indifferenza ad aver dimenticato che la Palestina semplicemente esiste?

Scrivi: sono un arabo;

avete rubato la vigna dei mie nonni

e la terra che coltivavo

insieme ai miei figli.

Senza lasciare a noi nulla

né ai nostri nipoti…

se non queste rocce.

È forse vero che il vostro stato

prenderà anche queste

come si mormorava?

Tutto quello che abbiamo visto in questi giorni certamente non porta a smentire la domanda che pone il poeta: è forse vero che il vostro stato prenderà anche queste? Lo stato di Israele non sta creando i presupposti perché questo possa non accadere. Troppi territori sono stati rubati, troppi palestinesi sono stati privati della propria terra, terra che coltivavano, terra che sosteneva l’economia delle loro famiglie, terra dove ora sorge un muro, terra dove si allargano gli insediamenti dei coloni, terra che non tornerà al legittimo proprietario!

Allora!

Scrivilo in cima alla prima pagina:

“non odio la gente

né aggredisco alcuno,

ma se divento affamato

la carne dell’usurpatore sarà mio cibo.

Attenzione!

Guardatevi

dalla mia collera

e dalla mia fame!

Rabbia, quanta rabbia nei loro occhi, negli occhi del popolo palestinese, una rabbia forte ma mostrata e portata con una dignità che noi europei invidiamo; privati della loro terra, privati delle loro case, famiglie divise da un muro, un muro che allontana la voglia di pace, che aiuta solo ad aumentare la distanza, che aumenta la collera e la rabbia. Ma nonostante questo non vediamo odio. abbiamo incontrato un popolo che chiede solo che gli venga restituita la sua dignità e la sua libertà.

Pellegrini di giustizia 2008, Betlemme 20 agosto 2008

 

 

 

 

 

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