Gaza, il giorno più lungo.

Gaza, il giorno più lungo

di Michele Giorgio

Il Manifesto del 02/03/2008

Almeno 60 palestinesi e due soldati uccisi nell’inizio dell’attacco di
massa alla Striscia. Pioggia di razzi su Sderot. Abu Mazen: stop ai
negoziati di pace. Ma Israele avverte: non ci fermeremo

Gerusalemme Una carneficina che non ha risparmiato bambini e donne. È
questo il risultato dell’incursione terrestre, promessa nei giorni
scorsi e puntualmente eseguita ieri da reparti speciali dell’esercito
israeliano a Jabaliya e altre località del nord di Gaza con l’appoggio
di mezzi corazzati ed aviazione.
Almeno 56 morti, una dozzina civili – nove dei quali con un’età
compresa fra 12 e 17 anni – e un centinaio di feriti. A cadere sotto
le raffiche di mitra, le cannonate e i missili, non sono stati solo
militanti di Hamas e di altre organizzazioni armate che si sono
opposti all’avanzata israeliana, ma anche tanti civili innocenti.
Negli scontri sono morti anche due soldati. Feriti altri cinque
militari e sei civili israeliani, tra cui due bambini e una donna
nella città di Ashqelon raggiunta nuovamente dai razzi Qassam.
Il futuro che attende Gaza fa tremare i polsi. Il bagno di sangue – il
più grave da quando Israele ha evacuato la Striscia nel 2005 – non è
stato, come sostiene il governo Olmert, solo una risposta al lancio di
razzi palestinesi, ma anche una anticipazione di ciò che accadrà se le
forze armate israeliane procederanno alla rioccupazione di Gaza per
abbattere il potere di Hamas. In quel caso i morti si conteranno a
centinaia, forse a migliaia.
In segno di protesta in serata la leadership dell’Autorità nazionale
palestinese (Anp) ha annunciato la sospensione dei «colloqui di pace»
col governo Israeliano, trattative lanciate nel novembre scorso con la
benedizione statunitense che non hanno finora prodotto alcun
risultato. Per tutta risposta il ministro degli esteri israeliano,
Tzipi Livni, ha dichiarato che «anche se i palestinesi sospendono i
colloqui, ciò non influenzerà in alcun modo le decisioni o le
operazioni messe in atto da Israele per difendere i propri cittadini».
Per il presidente dell’Anp Abu Mazen, «è molto deplorevole che quello
che sta accadendo, è molto più che un Olocausto – ha detto – non penso
che quello che Israele sta facendo sia una rappresaglia per il lancio
di razzi, che noi condanniamo. Questi razzi non possono essere di una
proporzione tale da giustificare questo atto orribile».
Ma cosa dirà il presidente palestinese al Segretario di stato Usa
Condoleezza Rice, pronta a ribadire il «diritto all’autodifesa» di
Israele senza preoccuparsi delle decine di vittime palestinesi, quando
nei prossimi giorni la riceverà a Ramallah per discutere
dell’andamento dei «negoziati di pace» con Israele. Che ciò che accade
a Gaza è «deplorevole»?
Non è necessario essere dei fini analisti per comprendere le ragioni
del declino dell’Olp e di Fatah, storico movimento di liberazione
palestinese, di fronte alla crescita dell’islamismo, che pure non è
esente da responsabilità nella situazione che si è creata. Basta
osservare il comportamento e le dichiarazioni dei componenti del
comitato centrale di Fatah e del Comitato esecutivo dell’Olp.
Ultrasettantenni che si aggrappano disperatamente alle loro poltrone e
impediscono l’emergere di una nuova generazione di dirigenti politici.
E non chiude la falla che sta affondando la barca nemmeno la decisione
di Abu Mazen di rivolgersi alla Lega araba, organismo che con i suoi
silenzi e la sua debolezza rappresenta alla perfezione il fallimento
arabo verso la questione palestinese.
Da quando si è tenuto l’incontro di Annapolis che ha «riaperto la
strada della pace», le forze armate israeliane hanno ucciso circa 300
palestinesi (nello stesso periodo i razzi «Qassam» hanno ucciso uno
studente israeliano a Sderot e provocato diversi feriti, tra cui
alcuni bambini). Di questi, 91 soltanto il mese scorso, di cui 36
civili. Le statistiche dicono che almeno il 30% dei morti palestinesi
erano civili, una percentuale rispettata anche ieri.
Un missile, sganciato pare da un elicottero, è caduto su un’abitazione
uccidendo Jacqueline Abu Shbak, 12 anni, e suo fratello Iyad di 14, ma
anche Bassam Obeid, 45 anni e suo figlio Mohammad. Due sorelle Salwa e
Samah Zedan, rispettivamente di 13 e 17 anni, sono state uccise nella
loro casa alla periferia di Jabaliya.
Sono soltanto alcuni dei nomi dei civili uccisi e l’elenco ieri sera
sembrava destinato ad allungarsi. «Ci sono 12 feriti che non abbiamo
nessuna possibilità di tenere in vita qui a Gaza», ha avvertito Khalid
Radi, il portavoce del ministero della sanità. Gli ospedali sono al
collasso, sotto la pressione dell’enorme flusso di feriti e delle
carenze frutto di mesi di embargo.
Scarseggia tutto: bende, disinfettanti, kit di pronto intervento,
tutto ciò che serve nella chirurgia di guerra. Senza dimenticare il
carburante, non tanto per i generatori di corrente – che hanno ancora
riserve per diversi giorni – quanto per le ambulanze e gli altri mezzi
di soccorso. L’unica cosa che non manca è il sangue. Decine e decine
di palestinesi ieri sono rimasti in fila per ore davanti agli ospedali
per contribuire a salvare la vita dei feriti.
Le scene dell’attacco a Gaza, trasmesse in diretta da al-Jazeera e
altre televisioni arabe, hanno scioccato l’intera popolazione
palestinese. A Ramallah centinaia di persone hanno protestato nel
centro della città
, manifestazioni analoghe si sono svolte in altre
località. A Bir Zeit, gli studenti universitari si sono scontrati con
i soldati israeliani. Oggi a Gerusalemme e nel resto della
Cisgiordania è previsto uno sciopero generale in segno di lutto e di
protesta
.
Soprattutto si parla con insistenza di una «terza Intifada», popolare,
spontanea, distante dall’Anp e da Hamas
. Forse è solo la reazione
emotiva a ciò che sta accadendo a Gaza ma i palestinesi sono stanchi e
delusi, chiedono una soluzione di pace vera, fondata sulle leggi
internazionali, ma davanti a loro vedono solo nuove forme di occupazione.

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