Gaza, il nuovo ghetto di Varsavia?

Gaza, il nuovo ghetto di Varsavia?

 

Di Fernando Rossi (*)

 

Gaza è oggi la cartina di tornasole per verificare quali stati, partiti e movimenti guardino alla legalità internazionale ed ai diritti dei popoli come questioni etico/morali, ma anche come “tavole della legge” su cui sia possibile costruire una pacifica convivenza tra i popoli, scongiurando la possibilità, tutt’altro che remota, che continuando l’attuale progressivo impazzimento, questo possa diventare esponenziale portando la specie umana alla distruzione delle condizioni biologiche che ne hanno sin qui garantito la sopravvivenza.

 

Israele, sviluppando le similari esperienze vissute dal continente europeo nel secolo scorso, ha deciso la reclusione degli abitanti di Gaza.

 

L’Europa ha legittimato il più grande carcere a cielo aperto del mondo (in cui sopravvivono 1 milione e cinquecentomila persone, quindi molto più grande del tristemente famoso ghetto di Varsavia) partecipando ad uno scandaloso embargo che ogni giorno miete vittime: per malattie originate da ferite, radiazioni e nanopolveri prodotte dai missili e dalle bombe di nuovo tipo sperimentate da Israele, nelle sue precedenti incursioni; per i nuovi attacchi terroristici, come quello della seconda settimana di novembre quando, con l’uccisione di 4 abitanti di Gaza, Israele ha voluto togliere l’illusione che la nuova presidenza americana possa modificare la strategia sionista dei vari governi israeliani; per le insostenibili condizioni igienico sanitarie; per la mancanza di medicine, di farmaci e di ricambi per gli impianti e le attrezzature sanitarie che vanno sempre più usurandosi (incubatori, impianti per la dialisi, per la chemioterapia, ecc.).

 

Israele, controlla acqua ed energia facendola mancare a suo piacimento, ostacola ed impedisce le attività dell’agricoltura e della pesca, mentre le altre attività economiche non riescono ad approvvigionarsi di ricambi e materiali fuori da Gaza.

 

Israele, acme dell’arroganza e della barbarie del nuovo millennio, dopo aver occupato la Palestina, averne ucciso e scacciato milioni di abitanti, appropriandosi delle aziende agricole, dei negozi, e delle case non demolite da bombe e bulldozer (senza alcun esproprio o indennizzo), vuole spezzare il legame tra gli abitanti di Gaza ed i loro attuali rappresentanti, democraticamente eletti.

 

La ragione di questo accanimento contro il movimento di Hamas è che i suoi rappresentanti non sono corruttibili e tengono al centro della propria azione la liberazione e la difesa del diritto del popolo palestinese a vivere ed a tornare a vivere in casa sua; ma l’Europa perché segue Israele nell’abisso morale? Perché rinnega un proprio ruolo nella difesa dei diritti umani? Perché invece di sostenere gli aggressori non ha lavorato per una mediazione ed un impegno finanziario internazionale?

 

Il potere di chi controlla l’informazione globale è talmente forte da presentare come antisemita chi è, giustamente, antisionista (come del resto era la maggioranza delle autorità religiose ebraiche) e da oscurare i fatti della nakba e del genocidio che vuole sradicare i palestinesi dalla loro patria.

 

Israele non ha firmato il trattato di non proliferazione nucleare (l’Iran, sì) ed ha costruito la bomba atomica (voleva usarla durante la guerra all’Iraq, promossa dopo che il Mossad, in collaborazione con alcuni settori della CIA legati all’industria bellica americana, aveva fabbricato false prove sulla presenza di armi di distruzione di massa); ha disatteso 73 risoluzioni dell’ONU (la Yugoslavia, immediatamente bombardata dalla NATO ne aveva violata una sola!).

 

Da decenni la diplomazia e l’impegno degli ambienti politici, dei partiti e dei movimenti che non volevano chiudere gli occhi di fronte alle ingiustizie perpetrate dai governi israeliani, hanno guardato con fiducia all’ipotesi “due popoli due stati”; nel frattempo, dal 1967 ad oggi, “i territori” palestinesi sono stati drasticamente assorbiti e smembrati da Israele, ma stranamente si finge di ignorarlo.

 

Oggi va registrato un crescente gradimento verso l’idea di un unico stato, laico, pluralista, multietnico e multireligioso, in cui possano rientrare i palestinesi deportati e fatti fuggire dalla Palestina; io penso che allo stato dei fatti questo percorso non sia realizzabile senza passare dal reciproco riconoscimento di due entità statuali, ma prendo atto che il solo fatto di enunciarlo e di metterlo in campo, facendogli ricevere il secco no di Israele, aiuterebbe molti a comprendere la natura razzista del sionismo.

 

Io credo invece che perché possa aprirsi un percorso positivo, oltre alla questione dirimente della fine dello scandaloso assedio agli abitanti di Gaza, debbano verificarsi due condizioni: 1) Stati Uniti ed Europa facciano capire ad Israele che non sono più disponibili a dare sostegno politico, economico e militare ai progetti dei sionisti; 2) Si ricomponga l’unità palestinese tra i movimenti di Hamas ed Al Fatah (sperando che i suoi capi superino la paurosa sbandata morale di questi anni, in cui si sono lasciati guidare dal canto delle sirene israeliane ed europee).

 

A quel punto, visto che fu la Società delle Nazioni a santificare l’iniziale occupazione dei territori palestinesi da parte degli ebrei, e visto che il martirio dei palestinesi continua da 60 anni determinando conflitti e tensioni in tutto il medio oriente, io penso che l’unica soluzione possibile sia che ONU, Europa, Stati Uniti e Russia, avviino un’opera di mediazione che parta dal ritiro di Israele entro i confini del 67; dal reciproco riconoscimento e da un accordo di cessazione di ogni ostilità; da un parziale indennizzo per i palestinesi privati per anni dell’usufrutto delle loro proprietà ed attività; da un indennizzo totale per quei palestinesi che rinunceranno al rientro.

(*) Ex senatore della Repubblica e attuale componente del coordinamento nazionale di Per il bene comune. Ha fatto parte della delegazione parlamentare internazionale giunta a Gaza a bordo di Dignity, del Free Gaza mov. La delegazione, promossa dal Free Gaza e dall’European Campaign to end the siege on Gaza, è rimasta nella Striscia di Gaza dall’8 all’11 novembre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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