Giovane madre palestinese imprigionata e ammalata, senza cure mediche

WAFA. Isra Jaabis, 32 anni, madre di un bambino e residente del quartiere Jabal al-Mukkaber di Gerusalemme Est, ha rivolto un appello all’Alta Corte israeliana contro la sua condanna ad 11 anni imposta nel novembre 2016 dopo essere stata accusata di aver cercato di far esplodere un posto di blocco dell’esercito israeliano fuori Gerusalemme, nell’ottobre 2015.
 
L’Alta Corte ha affermato che invierà la sua decisione all’avvocato di Jaabis al termine delle deliberazioni.
 
Jaabis, che è sposata con un palestinese di Gerico, aveva una bombola di gas nella sua auto quando questa è esplosa, apparentemente accidentalmente, a pochi metri dal check-point a est di Gerusalemme. La sua famiglia ha affermato che la donna stava trasferendo le sue cose da Gerico in un nuovo appartamento a Gerusalemme quando la bombola è esplosa per caso. L’esercito, tuttavia, ha deciso diversamente e ha affermato che Jaabis intendeva far saltare il check-point.
La donna stata gravemente ferita nell’incidente, con ustioni di terzo grado sul 60% del corpo e del viso. Ha anche perso otto dita.
 
Durante la sua detenzione, Jaabis non ha ricevuto cure mediche adeguate, hanno affermato la famiglia e gli attivisti, e quindi le sue condizioni sono peggiorate. Gli attivisti hanno lanciato una campagna per chiedere il suo rilascio per ottenere cure le mediche assolutamente necessarie.
 
Secondo la sua famiglia, la situazione medica della figlia si è deteriorata: soffre di costante dolore e febbre e ha bisogno di cure e riabilitazione fisica e psicologica.
 
Jaabis ha inviato un messaggio urgente dalla sua cella, questa settimana, lamentandosi di dolori in tutto il corpo e di negligenza medica in carcere.
 
Ha affermato che soffre di crampi alle mani e ai piedi, che le impediscono di fare le cose più basiche della vita, facendola sentire umiliata ed imbarazzata perché ha costantemente bisogno di assistenza dalle sue compagne di cella.
 
“Ho urgentemente bisogno di un intervento chirurgico per curare questi crampi in modo da poter svolgere da sola le mie semplici esigenze personali. L’amministrazione [del carcere] rimanda sempre e continua a dirmi che l’operazione sarà il mese prossimo, ma non succede nulla e la mia situazione peggiora giorno dopo giorno”.