Gli invasori

di Gideon Levy – Memo. La scorsa settimana, un intero paese “non riconosciuto” ed abitato da beduini è stato demolito, lontano dallo sguardo pubblico. Ma gli abitanti non cedono: anzi, hanno già cominciato a ricostruirlo. 

Tra le rovine: gli oggetti domestici rotti, le biciclette dei bambini distrutte e le medicine sparpagliate, tra le mura crollate addosso alle case, gli alberi sradicati e i giocattoli fracassati, ho trovato un cartone color marrone con la scritta in ebraico: “Libri sacri”. 

Ho aperto il cartone: un volume dell'Enciclopedia ebraica e, sotto, “Quel che rimane”, l'opera monumentale dello storico Walid Khalidi sui villaggi palestinesi perduti nel 1948, insieme a un libro sugli Accordi di Oslo.

Coloro che hanno distrutto il villaggio hanno evidentemente avuto pietà di questi libri, impacchettandoli e risparmiando loro i bulldozer.

All'alba del 3 agosto, questi bulldozer, accompagnati da circa 1.500 poliziotti, hanno invaso e demolito un villaggio, non riconosciuto, ma comunque un villaggio.

Una non-storia in Israele, ma il britannico The Guardian l'ha chiamata “pulizia etnica nel Negev”.

Il video, pubblicato sul sito del giornale, mostra le immagini che qui non si sono viste: le macchine che fendono decine di case ed altri edifici, la crudeltà delle centinaia di poliziotti e la tristezza sui volti degli abitanti, che guardano in silenzio e con un'incredibile sottomissione mentre il loro Stato abbatte le loro case. 

Le pecore cercano di sfuggire al sole cocente tra i resti del villaggio. L'ovile è stato distrutto insieme al resto.

I bulldozer hanno però risparmiato il cimitero, dove la prima tomba fu scavata decenni fa, e l'ultima questa settimana.

Israele ha sempre “graziato” le strutture sacre. Moschee e cimiteri furono gli unici a rimanere in piedi nel 1948.

Invasori” è il nome dato dallo Stato agli abitanti locali. E allora, che cosa ci fa qui un cimitero? Anche quello è “illegale”? “Non riconosciuto”? Un “invasore”? E pure i pozzi?

Si potrebbe rimanere impressionati dalla quantità di decisioni legali prese riguardo al destino di questo centro, al-Araqib, situato a nord di Bi’r Saba’ (Be'er Sheva).

Le procedure sono proseguite fino a tarda notte nel tribunale di Kiryat Gat, mentre le truppe si preparavano già all'invasione.

Israele li chiama invasori e ladri di terre; gli abitanti rispondono che esistono atti e documenti, e che la presenza del cimitero e dei pozzi è un'ulteriore prova dell'appartenenza delle terre ai beduini.

Uno dei residenti esibisce un atto risalente al tempo dei turchi ottomani.

Un altro mostra una sentenza che rinvia ogni delibera sul destino della sua abitazione fino all'inizio dell'anno prossimo.

Ma i rappresentanti di Stato sollecitano il tribunale perché la cosa venga sbrigata subito – i lavori di demolizione sono imminenti. 

Questa terra era la loro terra.

Ne furono sfrattati negli anni '50, e vi ritornarono quarant'anni dopo.

‘Invasori o Squatter’.

Ma la battaglia legale era persa prima di cominciare.

Con la legge dalla sua parte, Israele vuole ‘purificare’ il Negev dai beduini e concentrarli in città cadenti.

I ranch di proprietà privata sono solo per gli ebrei e l'evacuazione degli insediamenti abusivi è solo per gli arabi.

L'abbattimento delle abitazioni – senza alcun risarcimento e senza alcun soccorso terapeutico per i bambini senzatetto scioccati dallo sfratto – è solo per i beduini. 

Lo Stato d'Israele contro al-Araqib: la ‘Foresta degli Ambasciatori”’ [il bosco piantato quattro anni e mezzo fa da Israele nei pressi del villaggio, ndr] rappresentante lo Stato d'Israele, il ministero degli Esteri e il Fondo nazionale ebraico era già stato creato intorno al villaggio.

È ragionevole dubitare che le decine di ambasciatori che hanno dato il loro contributo a una simile espropriazione – l'espulsione dei Beduini dalle loro terre, la copertura delle rovine con la vegetazione, l'occultamento della vergogna per mezzo degli alberi, proprio come accadde dopo il 1948 – fossero consapevoli del fatto che Israele li stava trasformando in ambasciatori di malaugurio. 

Una precisazione va quindi fatta al corpo diplomatico: vi ricordate dell'impressionante cerimonia tenuta nel 2005 in vostra presenza? Sappiate che questa vostra foresta puntava soltanto all'occupazione delle terre da parte dello Stato, a spese dei beduini locali.

Progetti di distruzione nella regione, come quella in atto nella Valle del Giordano, solitamente lasciano dietro di sé resti di baracche e ovili in pessime condizioni. Qui è diverso. Ad al-Araqib si fumano le Marlboro e le Kent, si beve acqua minerale in bicchieri di plastica e si parla un perfetto ebraico. Tra le rovine si scorgono librerie ed eleganti divani.

Due veicoli Mercedes appartenenti all'uomo più ricco del paese, Muhammad Jum'a Abu Madian, sono parcheggiati tra le macerie.

Ora, i suoi figli vivono presso alcuni amici: ad Ashdood da Shaul Shai, a Mabu'im da Danny Hananel e nel kibbutz Shoval da Yaakov Ron.

Jum'a è un uomo d'affari e ha centinaia di dipendenti: alla macelleria dei polli di Kedma Street, zona industriale di Ashdood, nella quale è socio, nei suoi grandi spacci alimentari sparsi nel Negev, e in altre attività.

Un israeliano a tutti gli effetti, nato anche lui qui, e anche lui con l'intenzione di continuare a vivere qui.

Ora fa la doccia all'ombra di uno dei suoi camion. Abito e profumo sono riposti in un camion Mercedes 550, che ha importato lui stesso.

“Avevo una casa di 300 metri quadri. Adesso ho una casa di un metro quadro”, afferma.

Gli operai gli stanno già ricostruendo la casa.

Sabato scorso, centinaia di pacifisti israeliani sono venuti a manifestare e ad aiutare nei lavori. 

Colombi ed oche si aggirano per l'ex-villaggio, che ora assomiglia ad una zona disastrata.

“Persino i colombi non vogliono andarsene” commenta lo Shaykh Sayyah Abu Drim.

Con i suoi grandi baffi e con indosso una jallabiyye bianca e una kufiyye, lo Skaykh racconta la storia di al-Araqib con un pathos quasi biblico: come vi nacque, come i suoi antenati pagarono le tasse ai turchi per possedere questa terra, come fiorì l'area durante la sua infanzia, come vi crebbero olivi, fichi, fichi d'India e pompelmi, come la popolazione fu scacciata negli anni '50, come lo Stato cominciò a piantare foreste dappertutto alla fine degli anni '90 e come, all'inizio del nuovo millennio, Israele spruzzò sui campi una misteriosa sostanza dal cielo. 

“Non abbiamo alcuna fiducia nel tribunale, non ne abbiamo in quel gruppo di criminali che chiamano 'polizia', e non ne abbiamo nemmeno nei nostri avvocati”, prosegue Abu Drim.

“Al termine dei lavori di demolizione, i poliziotti hanno applaudito, gridando slogan del tipo: 'Lunga vita a Israele!' Ma che razza di Stato è questo? Uno Stato che puzza”. Poi si corregge: “Non è lo Stato. Si tratta solo dell'Amministrazione delle terre d'Israele (Ati) e della polizia”.

Jum'a, l'imprenditore, riferisce che qualcuno dell'Ati una volta gli ha detto: “Andate da Nasrallah!”

“Molti all'interno dell'Ati di Bi’r Saba’ – spiega l’uomo – sono in conflitto con noi, ma non odieremo per questo tutti gli abitanti di quella città. Siamo affiliati gli uni con gli altri, nella buona e nella cattiva sorte. Se uno di noi parlasse in nome di Nasrallah, finirebbe in prigione. Alla luce di questi atti, proprio chi dovrebbe risolvere i nostri problemi ci spinge da Nasrallah. Guardi quella tenda. Chi l'ha piantata? Il Movimento islamico. Il Movimento che si oppone allo Stato sta costruendo per noi! Ma nonostante questo, dimostreremo a chi nello Stato ci odia, a chi ci sta cacciando, che continueremo a lavorare insieme”. 

Trentacinque edifici, centinaia di olivi, una stima di 5 milioni di shekel (Nis) di danni [un milione di euro, ndr]

Commenta lo Shaykh: “Non so quando il popolo ebraico vedrà le azioni di questo governo. Perché la gente se ne sta in silenzio? I governi precedenti non hanno mai deliberato di demolire un intero paese. Abbattevano una casa qui e una là, ma un intero paese all'aperto? Arrivare a notte fonda con una dichiarazione di guerra e distruzione? E dopo tutto questo, io dovrei dire ai miei figli che gli ebrei hanno tutti ragione, che sono nostri cugini? Noi non faremo alcun male allo Stato, né a noi stessi. Non verseremo il sangue di nessuno, ma ricostruiremo tutto 100 altre volte. Siamo pronti per altre 100 demolizioni, finché non riconosceranno i nostri diritti. Non siamo invasori, non siamo squatter. È lo Stato che ha invaso noi”.

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