HAMAS: CHI SIAMO E PER COSA COMBATTIAMO

HAMAS: CHI SIAMO E PER COSA COMBATTIAMO
intervista a Moshir Al Masri, portavoce di Hamas a Gaza.

Di Silvia Cattori, 20 gennaio 2006.  Fonte : *voltairenet.org

Tradotto dall’arabo in francese da Marcel Charbonnier e Ahmed Manai, e dal francese da Miguel Martinez, tutti membri di Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Traduzione in Copyleft.

Moshir Al Masri risponde in maniera quanto mai limpida ad una serie di domande che oltre a mettere in luce la drammatica situazione del popolo palestinese, le malefatte e le angherie dell’ANP e dell’Autorità palestinese, espone la linea politica e la strategica di Hamas. Indispensabile dunque per capire il vero significato delle decisive elezioni svoltesi il 25 gennaio. Ci pare particolarmente importante diffonderlo, anche in previsione dell’intensificazione della campagna di satanizzazione di questo movimento e di un intero popolo. Ci auguriamo che tutti quanti hanno a cuore la causa palestinese lo facciano circolare nella rete.

Silvia Cattori : Dopo l’assassinio di Sheikh Yassin, il leader spirituale di Hamas,nel 2004, le autorità israeliane hanno giustificato la sua liquidazione sostenendo che si trattava del Bin Laden palestinese. Hanno diffuso l’idea che il movimento islamico Hamas fosse collegato ad Al Qaida. All’estero, quando i giornalisti parlano di Hamas, è in genere per presentare i suoi membri come  « terroristi », e non come resistenti. Vi si rimprovera di aver rifiutato il processo di Oslo, e qui i fatti vi hanno dato ragione. E’ largamente diffusa l’idea che « Hamas non accetta l’esistenza d’Israele, che nessun ebreo potrà restare in Palestina e che ogni ebreo è un bersaglio che deve essere eliminato ». Cosa rispondete a chi vi accusa di voler  « gettare gli ebrei al mare »  e di rifiutare  « il diritto di esistere di Israele »? Potete precisare la vostra posizione politica su questi punti?

Moshir Al Masri :
Innanzitutto, permettetemi di ringraziare tutti i giornalisti stranieri che condividono le sofferenze e la tristezza del popolo palestinese, che hanno una coscienza umana, che comprendono l’ingiustizia che pesa sul nostro popolo e lo difendono. Grazie a tutti i giornalisti, uomini e donne, che compiono la loro missione professionale in maniera obiettiva e fedele, senza pregiudizi filo-israeliani.

Per quanto riguarda il rifiuto dell’esistenza d’Israele e il rifiuto della permanenza degli ebrei in Palestina, permetteteci di distinguere tra gli ebrei in quanto tali, cioè in quanto seguaci di una religione, che noi rispettiamo e con cui abbiamo condiviso una storia onorevole attraverso la storia islamica, e l’attuale occupazione sul nostro territorio. Il problema infatti non è un problema con gli ebrei. Noi porgiamo il benvenuto agli ebrei che vogliono vivere con noi; questo è un atteggiamento permanente che constatiamo lungo tutta la storia dell’Islam, già compresa l’epoca del nostro Profeta, Muhammad. No, il problema è che c’è un’occupazione che grava sul nostro territorio. Di conseguenza, la nostra resistenza è legale, in virtù di tutte le leggi e i regolamenti internazionali. D’altronde, la quasi totalità delle rivoluzioni nel mondo hanno avuto il fine di cacciare un occupante dal loro territorio. Questo fu il caso nel cuore dell’Europa e in America e di conseguenza, noi abbiamo il diritto di difenderci e di cacciare l’occupante dal nostro suolo. Ci sono accuse contro il movimento di Hamas, secondo cui questo movimento cercherebbe di  « gettare gli ebrei al mare  ». Queste sono affermazioni false e infondate. Noi rispettiamo il giudaismo come religione e gli ebrei come esseri umani. Invece, noi non rispettiamo un’occupazione che ci caccia dalle nostre terre e che pratica contro di noi ogni forma di aggressione, adoperando le armi più atroci, utilizzate contro il nostro popolo palestinese. Ne deriva che non si può accettare la presenza di questa occupazione. Permettetemi di darvene un esempio: se un uomo possiede una casa e qualcuno viene a occupare quella casa, e se poi il ladro accetta di al massimo di concedere una piccola parte di quella casa al suo legittimo proprietario, nel corso di quelli che lui stesso chiama  « negoziati », dicendogli : « tutto il resto mi appartiene», qualcuno potrebbe accettare una simile situazione? E’ accettabile essere cacciati dalla propria casa e poi riconoscere che la casa appartiene a colui che gliel’ha rubata? E poi andare sul mercato e negoziare con il ladro per tentare di recuperare una piccola stanza e sopportare i suoi tentennamenti? E quanto più, se il ladro uccide i vostri figli, spezza le vostre culture e distrugge le basi stesse con cui ti guadagni da vivere? No. Nessuna religione accetta questo. Nessuna persona dotata di ragione.

S.C. – Alla fine del 2002, quando ho incontrato il dott. al-Rantisi voi non eravate ancora costretti a vivere nascosti. Dopo il 2003, le cose si sono fatte molto più dure: Hamas è stato messo sulla lista nera delle organizzazioni
«terroristiche» ; c’è stato l’assassinio del dott. al-Rantisi e di centinaia di altri quadri importanti. Come prendete il fatto che nessuna istanza, nessuno stato occidentale, prenda in considerazione la gravità delle violazioni di legalità compiute da Israele, e vi tratti come  un nemico? Che nel caso d’Israele, che si fa beffe dei principi della giustizia e della vita umana, che ha violato oltre 65 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, il diritto internazionale non viene applicato?

Moshir Al Masri : Per quanto riguarda la classificazione di Hamas tra i movimenti  «terroristi», risponderò che certamente tale qualifica non è né fondata né ammissibile: Hamas pratica una resistenza onorevole ed equilibrata. Dire di Hamas che si tratterebbe di un movimento  «terrorista» è inaccettabile. Noi non siamo «terroristi», noi non predichiamo l’omicidio, non rubiamo la roba d’altri e noi non siamo gli occupanti, che io sappia, per venire qualificati così?!? Noi ci difendiamo contro le incursioni, contro gli arresti, contro gli omicidi mirati, contro l’utilizzo da parte di Israele delle armi più crudeli per colpire senza pietà e arbitrariamente i civili. Noi abbiamo il diritto di difenderci. Ma è evidente che gli Stati Uniti prendono apertamente la parte d’Israele. E poi c’è anche questa debolezza dell’Europa rispetto alla posizione americana. Noi non possiamo fare a meno di constatare che ne deriva una connivenza europea con Israele, fondata sull’allineamento filo-israeliano dell’amministrazione americana. Noi facciamo appello ai cittadini di tutto il mondo affinché riesaminino la natura del conflitto palestino-sionista e a comprendere, davanti alla tregua che noi abbiamo osservato e che gli israeliani hanno violato, che il problema non è dalla parte del popolo palestinese, non è dalla parte della sua legittima Resistenza, ma piuttosto dalla parte dell’aggressione di cui il nostro popolo è vittima.

S.C. – Al minimo atto di resistenza non violenta o violenta, Israele vi manda i suoi bombardieri. Voi non potete ignorare che vi provocano per farvi passare dalla parte del torto e quindi giustificare l’uso della forza agli occhi del mondo. Contro il dominio d’Israele, cui gli stati internazionali danno carta bianca per massacrarvi, non è un suicidio voler rispondere con le armi?

Moshir Al Masri
: Per quanto riguarda ciò che è costume chiamare «l’equilibrio delle forze», permettetemi di insistere sul fatto che ogni paese occupato, da quando lotta contro un’occupazione militare, non gode certamente di un rapporto di forze favorevole. Altrimenti, se le forze fossero equilibrate, l’esercito occupante non potrebbe mantenere la propria occupazione del paese in questione e del suo popolo per un minuto in più. Chiaramente, le forze sono totalmente squilibrate, e noi siamo deboli. Ma siamo deboli nella misura in cui ci mancano le armi, e non certamente nella nostra determinazione e volontà di tenere testa alle armi ultramoderne e sofisticate israeliane. Noi abbiamo la volontà delle montagne. Abbiamo il diritto dalla parte nostra, e noi siamo pronti a sacrificare tutto, dico tutto, per recuperare il nostro diritto usurpato e violato. Di conseguenza, è verosimile che riusciremo a creare questo equilibrio di forze a poco a poco. Tra l’inizio e la fine, l’Intifada ha cambiato tattica militare, passando da un tipo di azione a un altro, per essere in grado di portare colpi al nemico e di fermare la sua permanente aggressione contro il nostro popolo.  

S.C. – Quale è stata la politica di Yaser Arafat verso Hamas? E qual è oggi quella di Abu Mazen?

Moshir Al Masri: La politica verso il movimento Hamas dello scomparso presidente Abu Ammar [Yaser Arafat] — che Dio lo accolga nella Sua misericordia ! — è stata una politica fluttuante, che cambiava da un momento all’altro. Una cosa è certa: nel 1996, l’Autorità palestinese ha condotto una politica di arroganza e arbitrarietà verso Hamas ; ha gettato in carcere i suoi militanti e dirigenti, fino a imporre gli arresti domiciliari a Shaykh Ahmad Yasin. Siamo stati pazienti, abbiamo superato le nostre ferite. Non per debolezza, ma per rispetto per il sangue palestinese e per conservare l’unità nazionale. Al contrario, ci sono stati periodi in cui il rapporto tra Hamas e il presidente Abu Ammar era un rapporto solido: c’è stata un’interazione. Questo rapporto, si vede, non era monocolore: al contrario, ha assunto numerosi colori diversi, dei più vari. Per quanto riguarda, stavolta, i nostri rapporti con il presidente  Abu Mazen [Mahmud Abbas]: fino a oggi, il presidente Abu Mazen si è dimostrato un uomo debole. Noi ci siamo trovati d’accordo con lui su molti punti, ma le decisioni prese non sono state tradotte concretamente sul campo, e fino ad ora, è impossibile fare una vera valutazione della sua politica. Da una parte perché l’esperienza non è abbastanza lunga da permettere tale valutazione, ma soprattutto, d’altra parte, perché Abu Mazen non ha mai realmente applicato alcun progetto sull’arena politica palestinese, per quanto possiamo giudicare.

S.C. – Oltre 650.000 palestinesi sono passati per le carceri israeliane, e molti di loro hanno subito torture traumatizzanti. In Israele, ci sono al momento 9.200 prigionieri palestinesi. Come sapete, gli agenti dello Shabak adoperano tecniche sofisticate per degradarli, umiliarli, trasformarli in collaborazionisti. Ci si può meravigliare del fatto che l’Autorità palestinese non ha chiesto con maggiore insistenza la liberazione dei prigionieri, come premessa a ogni negoziato! Centinaia di militanti di Hamas e del Jihad sono stati arrestati nel corso degli ultimi mesi in Cisgiordania. Questi arresti e questi assassini avrebbero potuto avere un successo così massiccio, senza la collaborazione dei servizi di sicurezza palestinesi con lo  Shin Beth?

Moshir Al Masri: Per quanto riguarda gli arresti e gli omicidi  «mirati», bisogna sapere che non avrebbero mai potuto aver luogo senza la collaborazione dei servizi di sicurezza palestinesi con lo Shin Bet. Noi affermiamo che vi è stato un patto, per cui l’Autorità palestinese si è legata le mani davanti al nemico palestinese e che secondo i termini di questo patto, vi è stato un coordinamento nel campo della sicurezza che ha posto il campo palestinese in un impasse terribile e con dissensi interni. Gli assassinii, la caccia all’uomo, gli arresti domiciliari ai militanti ai danni dei  dirigenti di Hamas sono stati possibili solo in virtù di questa collaborazione tra i responsabili della sicurezza israeliani e quelli palestinesi. Per quanto riguarda gli omicidi mirati e gli arresti, è evidente che esiste tutta una rete di traditori, che vanno e vengono liberamente in Palestina. Sono loro che giocano un ruolo essenziale e diretto nelle operazioni israeliane di eliminazione. Lo stesso vale per le incursioni e le perquisizioni. Purtroppo, l’Autorità palestinese non è stata all’altezza delle sue responsabilità, in questo campo, e noi non abbiamo voluto assumerci i compiti di ordine pubblico, per non creare dissensi nel campo palestinese, e anche perché non si potesse dire che noi avremmo uno stato nello stato. Noi non dirigiamo le nostre armi che contro quelli che ci aggrediscono, e spetta alla giustizia palestinese prendere le proprie responsabilità e risolvere ogni problema interno. E’ evidente che l’Autorità palestinese si è legata le mani da sola firmando accordi che ci proibiscono di perseguire i traditori che praticano l’omicidio dei nostri concittadini e indicando alle forze di occupazione i luoghi in cui si nascondono i [resistenti] palestinesi ricercati, che essi cercano per arrestare o ancora più spesso, per assassinarli.

S.C. – Sembra che l’Autorità palestinese, dopo aver messo il proprio popolo in una situazione impossibile —invitandolo a cessare la lotta armata prima ancora della liberazione nazionale— e dopo aver firmato con Israele dei trattati  «tra due parti», abbia fatto sparire il termine  «nemico israeliano» dal proprio vocabolario. Recentemente, anche il «Diritto di ritorno» è stato rimosso dal vocabolario dei dirigenti palestinesi, che adesso parlano di una «soluzione al problemi dei profughi» ma non di un diritto. Durante questo periodo, il denaro si è riversato a fiumi nelle casse di Abu Mazen. E’ un caso? Questo denaro non è forse destinato a comprare tutta una élite politica e una classe media suscettibile di rinunciare alla lotta nazionale di liberazione? Qual è oggi la posizione di Hamas nei confronti dell’Autorità palestinese?

Moshir Al Masri: Per quanto riguarda la modifica della terminologia e dell’uso, o del divieto, dell’espressione «nemico israeliano», l’Autorità palestinese ha operato di concerto con il nemico israeliano, in virtù di un accordo di sicurezza concluso tra di loro, per fare sparire molti concetti e cercare di cancellarli dallo spirito di diverse generazioni di palestinesi. Ma la benedetta Intifada di al-Aqsà ha riportato queste definizioni e questi concetti all’ordine del giorno, in una maniera ancora più forte di prima, e questo grazie soprattutto alle azioni dell’occupante, fatte dei più orribili crimini e massacri perpetrati contro i figli del nostro popolo. Sì, esiste una notevole debolezza nell’azione dell’Autorità palestinese, e sotto molti punti di vista. E come se fosse per caso, sono questi responsabili che vogliono cambiare il vocabolario. Ma le definizioni del popolo non sono quelle dei rappresentanti dell’autorità. Lo stesso vale per il Diritto al ritorno dei profughi palestinesi. Quando un responsabile palestinese parla di  «risolvere il problema dei profughi», ci si può vedere una concessione esorbitante, proveniente da quella parte. Noi parliamo qui dei milioni dei figli del nostro popolo che sono esiliati, scacciati, sparpagliati nella quasi totalità dei paesi del mondo e che hanno il diritto di ritornare a casa loro, alle loro terre, alla loro patria da cui sono stati cacciati con la forza. Questi sono i termini che usano il popolo e i combattenti. Quello che dicono certi rappresentanti palestinesi non è rappresentativo dell’insieme dei palestinesi.

S.C. – La Conferenza per il «Diritto al ritorno» che si è riunita a Nazareth nel dicembre del 2005, ha messo in guardia coloro che vogliono imporre il riconoscimento dello Stato d’Israele in quanto stato ebraico e rimuovere il Diritto al ritorno. Questo diritto resta per voi «un diritto inalienabile» che niente potrà rimettere in discussione?

Moshir Al Masri: Per quanto riguarda l’imposizione di un riconoscimento arabo e palestinese dello stato d’Israele in quanto stato ebraico e il riconoscimento del fatto compiuto, io penso che tale riconoscimento dello stato d’Israele sia estremamente pericoloso, perché significa l’abbandono del diritto palestinese, e questo significa che la politica del fatto compiuto si è imposta definitivamente al mondo arabo-musulmano. Noi accogliamo a braccia aperte gli ebrei in quanto tali, ma non accogliamo a braccia aperte  un’occupazione che schiaccia la nostra terra e il nostro popolo. Come ho già detto, noi non possiamo accettare di essere cacciati da casa nostra, dalle nostre case, dalle nostre terre, dopo di che torniamo a prendere possesso di una parte di quelle terre e riconosciamo al ladro la proprietà di tutto il resto, dicendo che questo gli spetta di diritto e consacrando questo diritto davanti al mondo intero. Ecco perché noi, di Hamas, mettiamo in guardia tutte le parti contro le conseguenze terribili che avrebbe il fatto di cadere nella trappola israeliana che consiste nel consacrare la politica israeliana dei fatti compiuti.

S.C. – L’Autorità palestinese ha puntato tutto sulla creazione di uno Stato palestinese indipendente. Ma i palestinesi sono pronti ad accettare uno stato sull’8 % dei territori storici per regolare così tutti i torti causati da Israele dopo il 1948? Uno stato unico in cui gli ebrei e i non ebrei vivano con diritti uguali non sarebbe una soluzione più equa?

Moshir Al Masri: Ci tengo a dire che il movimento Hamas crede alle soluzioni per  tappe, ma non alle soluzioni basate sulle concessioni. E’ questo che aveva affermato lo Shaykh Yasin, fondatore e dirigente di Hamas, più di quindici anni fa. Egli aveva detto: «Noi possiamo accettare la creazione di uno stato in Cisgiordania, nella striscia di Gaza e a Gerusalemme Est, con il ritorno dei profughi e la liberazione di tutti i prigionieri. Allora potremo firmare una tregua di lunga durata, per dieci anni se occorre, o anche di più». Ma è chiaro che il nemico sionista vuole perpetuare la sua occupazione. Prova ne è che Sharon, dopo aver venduto il ritiro da Gaza come una «dolorosa concessione», ritorna a Gaza uccidendo e bombardando, e ritorna al nord della striscia di Gaza per crearvi una terra di nessuno. E’ chiaro: non conosce altra lingua che quella dell’occupazione. Non sa cosa voglia dire una tregua, come mostra la sua violazione della tregua attuale, e non conosce la lingua della pace. Non conosce altro che la lingua del crimine e del terrore contro il nostro popolo. Di conseguenza, confermiamo la nostra adesione a soluzioni per tappe, ma in cambio, non riconosceremo l’occupazione del nostro territorio. Ecco perché il resto del mondo dovrà riunirsi per mettersi al fianco del nostro popolo dolente e martoriato, il cui territorio è occupato, i cui luoghi sacri sono violati e i cui figli sono le vittime della peggiore aggressione. Quanto alla creazione di uno stato che riunisca ebrei e palestinesi, noi abbiamo sempre affermato —ma io lo voglio riaffermare ancora una volta— che noi abbiamo convissuto durante tutta la storia islamica con gli ebrei che in quanto dhimmi, nello stato musulmano, godevano degli stessi vantaggi ed erano soggetti agli stessi obblighi nostri; facevano parte della nostra patria. Di nuovo: il problema non è con gli ebrei. L’unico problema che noi abbiamo è con l’occupazione israeliana.

S.C. – Dopo il ritiro dei coloni da Gaza, la comunità internazionale ha considerato questo ritiro come un passo verso la pace. Ora, dove è la pace? Il vostro movimento afferma che Gaza è stata liberata. Ora, quelli che l’hanno visitata recentemente hanno riferito che il milione e mezzo di palestinesi che vi abitano si trovano sotto il controllo assoluto d’Israele; una sorveglianza e una coercizione che cresceranno ancora a causa della costruzione da parte di Israele della triplice barriera munita di mitragliatrici telecomandate, di monitor elettronici ed ottici. Piuttosto che parlare di liberazione, perché non denunciare il fatto che gli abitanti di Gaza sono murati dietro barriere, in un campo di concentramento?

Moshir Al Masri: Sì. È chiaro che ciò che Sharon ha voluto vendere è una menzogna. In effetti, il ritiro da Gaza non è un vero ritiro, né un ritiro totale. Israele continua ad occupare lo spazio aereo di Gaza: i suoi aerei non smettono di sorvolare Gaza, i bombardamenti continuano e gli attacchi simulati, così come gli omicidi mirati dall’aria, per mezzo di velivoli senza pilota e di missili. Lo stesso vale per l’accerchiamento terrestre e marittimo, compreso il punto di passaggio di Rafah, che è l’unica uscita rimasta al popolo palestinese che vive nella striscia di Gaza: è piena di telecamere, ci sono commissioni di sicurezza miste che interrogano tutti coloro che entrano dentro la striscia di Gaza o ne escono, anche se non c’è più una presenza militare israeliana effettiva. Ne consegue che viviamo in un’immensa prigione, e che il nemico israeliano non ha fatto alcuna concessione. Si è ritirato da Gaza solo sotto i colpi della Resistenza: lui stesso ha riconosciuto che non si può più sopportare il peso in termini di sicurezza che ricadeva sulle sue spalle a causa dell’occupazione della striscia di Gaza, in particolare nelle colonie, grazie ai colpi della Resistenza palestinese, nonostante i mezzi rudimentali di cui disponeva quest’ultima, che pure è riuscita a colpire il nemico israeliano infliggendogli una dura lezione e insegnandogli che la terra palestinese non sopporta più di essere occupata da Israele.

S.C. – Al contrario dell’ANC in Sudafrica, né Arafat né Abu Mazen hanno mai fatto appello al boicottaggio internazionale, o alla lotta civile, o a sanzioni punitive contro Israele. Lo stesso presidente dell’università palestinese Al Quds ha protestato contro il boicottaggio delle università israeliana lanciato da alcuni inglesi. Come spiegate una tale sottomissione a Israele, quando i palestinesi si aspettano che le proprie autorità difendano la loro causa?

Moshir Al Masri: E’ chiaro che l’Autorità palestinese imbocca una deriva pericolosa e che certi suoi dirigenti si accasciano nelle proprie poltrone. Sono pronti a far ogni concessione possibile e immaginabile. E’ di questo che ci siamo resi conto, con il genere di accordo che hanno firmato: non c’era una posizione solida dell’Autorità palestinese che fosse in grado di mettere fine all’aggressione sionista contro il popolo palestinese. Il discorso dominante era quello delle concessioni: è questo linguaggio delle concessioni che si è imposto per la maggior parte del tempo, a un punto tale che il presidente di un’università palestinese ha osato protestare, e in questo avete pienamente ragione, contro il boicottaggio delle università israeliane, come se vivessimo alla pari Israele, dimenticando totalmente il nostro sangue versato, la confisca delle nostre terre e la messa sotto occupazione di tutte le possibilità popolo palestinese! Sì, purtroppo, esiste la sottomissione dell’Autorità all’amministrazione israeliana, in cambio di non-concessioni israeliane verso l’Autorità. E questo, perché l’Autorità si è lasciata legare mani e piedi da accordi da cui non può uscire, nel momento stesso in cui Sharon e i suoi compari negano gli stessi accordi, dichiarando che gli accordi di Oslo non hanno più esistenza pratica, sul terreno.

S.C. – I parlamentari europei —di sinistra e di destra— hanno votato nel 2004, a grande maggioranza, una risoluzione chiamata "Pace e Dignità in Medio Oriente” che esige che l’Autorità palestinese conduca una lotta contro gli atti di terrorismo. Questa risoluzione: «…ribadisce la sua ferma condanna così come il rifiuto di ogni atto di terrorismo commesso da organizzazioni terroristiche palestinesi contro il popolo israeliano ed esige che  l’Autorità nazionale palestinese conduca una lotta senza quartiere contro tali atti di terrorismo fino allo smantellamento totale di tali organizzazioni»; «…dichiara espressamente che il terrorismo palestinese, siano le sue vittime civili o militari, non solo è responsabile di numerose vittime innocenti, cosa che lo rende ancora più condannabile, ma in più nuoce gravemente al processo di pace che si cerca di riprendere ». Cosa dite all’Europa?

Moshir Al Masri: Per quanto riguarda i «terroristi», e l’affermazione secondo cui la Resistenza non solo ucciderebbe degli innocenti, ma sarebbe un ostacolo al processo di pace, noi diciamo: «osserviamo in maniera attenta e precisa lo scenario palestinese e gli avvenimenti che vi hanno avuto luogo dopo la firma dell’accordo di pace tra palestinesi e israeliani. Chi ha cominciato a uccidere? Chi è stato il primo a perpetrare dei massacri? Come è cominciata l’Intifada di Al-Aqsâ, che noi continuiamo a vivere ancora oggi? Non fu per caso con la visita provocatoria di Sharon alla Moschea  di Al-Aqsâ, benedetta e santa per i musulmani e per il popolo palestinese? I fedeli [musulmani] avevano protestato e le forze di occupazione hanno ucciso decine di loro, in pochi istanti. Fu allora che insorsero le folle, ovunque, per difendere i propri luoghi santi, come era loro diritto e loro dovere. E la prima Intifada non è scoppiata forse dopo che un colono aveva deliberatamente ucciso sette operai palestinesi a Jabalya? Di conseguenza, noi difendiamo il nostro popolo, e quelli che ci qualificano come «terroristi» si ingannano; devono rivedere il loro apprezzamento. Noi non siamo «terroristi». Noi promuoviamo la vita, promuoviamo un progetto di liberazione, difendiamo la dignità e la legittima fierezza. Il mondo europeo deve cessare di essere complice dell’America, col suo allineamento evidente con il nemico israeliano. Se studiate e investigate in maniera meticolosa i problemi in gioco nell’arena palestinese, capirete che in quasi tutti i casi, è l’occupazione che provoca i problemi.

S.C. – Il recente successo elettorale (alle elezioni amministrative) di Hamas ha gettato nel panico l’Autorità palestinese. Pensate che dopo aver regnato per dodici anni come padrone assoluto, dopo essersi lasciata impantanare nei negoziati «di pace» che hanno solo portato ulteriori sofferenze ai  palestinesi, sarà capace di rinunciare ai privilegi acquisiti a spese del proprio popolo e di accettare il messaggio che il popolo le manda?

Moshir Al Masri: Noi pensiamo che uno dei principi della democrazia consiste nell’accettazione dei risultati delle elezioni. La nazione non è il monopolio di nessuno, essa appartiene a tutti. Il movimento Hamas ci tiene a rassicurare tutto il mondo, l’Europa, l’America e il mondo intero, così come l’Autorità palestinese: noi non abbiamo alcuna intenzione di prendere il posto di nessuno in queste elezioni, né di contestare nessuno. Noi vogliamo consacrare una nuova tappa, quella della partecipazione politica, per farla finita con l’esclusiva riguardo alla presa delle decisioni in Palestina. Questa tappa sarà anche quella dell’unione nazionale di fronte alle sfide proprie di questa tappa: questo popolo che ha fatto i più grandi sacrifici per costringere l’occupante a ritirarsi da una parte del suo territorio oggi deve poter vivere una vita tranquilla e decente, lontana dalle manifestazioni di anarchia e di insicurezza provocate nella maggior parte dei casi dai servizi detti «di sicurezza», ponendo fine al sistema delle raccomandazioni e delle tangenti, lontani dalla perdite di risorse, dal vuoto davanti all’ignoto, che attualmente domina la scena palestinese. Ecco perché Hamas ha voluto partecipare senza aspettare oltre alle elezioni legislative, nel tentativo di salvare la scena palestinese da questa situazione deleteria.

S.C. – Per il popolo palestinese è una situazione che non potrebbe essere più deprimente. Nulla di ciò che l’Autorità palestinese aveva promesso è stato realizzato. Ma se i palestinesi le hanno girato le spalle, questo non vuol dire che essi aderiscono al vostro programma?

Moshir Al Masri: E’ chiaro che a causa della monopolizzazione del potere da parte dell’Autorità palestinese, che da dieci anni prende da sola tutte le decisioni che riguardano l’avvenire del popolo palestinese, e d’altra parte a causa del successo del movimento Hamas e del suo programma in materia di  Resistenza legittimante riconosciuta da parte del diritto internazionale, e del fatto che questo movimento si è reso portatore delle preoccupazioni del popolo palestinese e della bandiera  del cambiamento e della riforma, si è assistito a un raggruppamento popolare attorno a Hamas. Inoltre, il popolo palestinese è a maggioranza un popolo musulmano. Ora, Hamas è un movimento musulmano, che vuole che il nostro popolo viva l’Islam come una realtà concreta per quanto ci è possibile. E’ chiaro che l’Autorità palestinese non ha tratto la lezione dai suoi errori, e la sua situazione è deplorevole. E’ addirittura incapace di tenere testa ai propri membri che praticano il sequestro degli stranieri, che nuocciono all’immagine onorevole del nostro popolo, o che praticano l’occupazione di diverse istituzioni, il racket e l’intimidazione. Tutto ciò fa sì che l’Autorità palestinese attraversi un periodo di grande debolezza e di decomposizione. Ecco perché noi ci tenevamo a partecipare alle elezioni, affinché l’Autorità recuperasse il proprio prestigio e il diritto ritrovasse il proprio primato. Noi vogliamo creare un’Autorità palestinese rispettabile, affinché il popolo palestinese la possa rispettare.

S.C. – Salvo che Ramallah, durante l’anno passato, in occasione delle elezioni locali, Hamas ha raccolto più del  50 % dei voti. Il FPLP, partito di sinistra, si è alleato a voi in certi comuni. Questo tende a dimostrare che non si tratta di votare per una religione, ma per uomini e donne integri che, al contrario dei quadri di Fatah, non hanno mai abbandonato la lotta di liberazione?

Moshir Al Masri: Il fatto che Hamas abbia concluso alleanze con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o con altre organizzazioni conferma che non si tratta di un movimento settario, né sclerotico, né ripiegato su se stesso. Hamas è un movimento che si afferma come un pagina aperta a tutti, come un movimento pronto ad allearsi con tutti i figli del nostro popolo palestinese, per difendere gli interessi superiori del nostro popolo, nel quadro di un cambiamento e di una riforma reali nell’arena palestinese. Da qui deriva il sostegno dato da Hamas a un candidato di sinistra [e cristiano; ndc] per il posto di sindaco di Ramallah, un sostegno che non costituisce affatto un caso isolato [anche a Betlemme; ndc], tutt’altro. Noi diciamo a tutti che non vogliamo prendere il posto di nessuno, non vogliamo cacciare nessuno. Vogliamo vivere un’esistenza degna e tranquilla, al riparo da tutti fenomeni che la scena palestinese conosce da dieci anni. Noi vogliamo accordarci su una strategia ben definita che protegga i diritti del popolo palestinese e conservi le sue conquiste, senza fare considerazioni sulle appartenenze di questi alleati: è sufficiente che siano palestinesi e che vogliano servire la causa del popolo palestinese.

S.C. – Perché avete deciso di partecipare a queste elezioni quando invece la Jihad islamica si è astenuta? Le elezioni sotto occupazione non distraggono i palestinesi dall’essenziale? La priorità non è quella di non nuocere al dialogo inter-palestinese per rilanciare la lotta nazionale?

Moshir Al Masri: Quali sono le priorità di Hamas, al momento attuale? Mettiamo i puntini sulle  « i » : Hamas ha tre priorità, nessuna delle quali è caduca o meno importante delle altre. La prima priorità è il rafforzamento dell’unità interna perché è chiaro che è questa unità che protegge il campo palestinese da ogni sviluppo pericoloso. La seconda è il rafforzamento della partecipazione politica, che rappresenta un’opzione in grado di salvare la scena palestinese dall’attuale marasma. Il terzo punto è il rafforzamento del programma della Resistenza come scelta strategica del nostro popolo, finché un’occupazione continuerà a pesare sulla nostra terra e finché dura l’aggressione continua contro il nostro popolo. Questa è stata la scelta di tutte le rivoluzioni del mondo, compreso in Europa e in America. Si tratta di una scelta riconosciuta dal diritto internazionale.

S.C. – La partecipazione di Hamas alle elezioni legislative palestinesi nei territori sotto il controllo dell’Autorità palestinese, è stata messa in discussione da Javier Solana. Costui, riprendendo le minacce degli Stati Uniti, ha fatto pressione sui palestinesi affermando che se Hamas avesse vinto le elezioni, gli aiuti finanziari europei sarebbero stati sospesi. Ciò indica che l’Europa non riconosce ai palestinesi il diritto di scegliere i propri rappresentanti né quello di resistere. Questo ricatto, che minaccia i palestinesi con uno strangolamento finanziario, e quindi di renderli ancora più deboli di fronte all’occupante, impedirà ai palestinesi di votare per i candidati di Hamas o del FPLP?

Moshir Al Masri: Per quanto riguarda la questione di sapere se le minacce europee e quelle americane di tagliare gli aiuti sono in grado di dissuadere il nostro popolo dal sostenere Hamas, risponderò che penso che le dichiarazioni tanto europee quanto americane a tale effetto hanno coinciso con la quarta tappa delle elezioni comunali palestinesi, in particolare nelle città più grandi. Ora, che effetto hanno avuto? Hamas ha vinto le elezioni nelle più grandi città palestinesi, come Nablus, El-Bireh, Ramallah o Jenin. Di conseguenza, il nostro popolo palestinese è un popolo che confida essenzialmente in Dio – che sia esaltato! – e che conosce il versetto coranico  « E’ nel cielo che si trova la vera vita che vi è stata promessa ». Il popolo sa benissimo che esiste un complotto internazionale ordito contro di lui. Di conseguenza, vuole scegliere coloro che saranno in grado di rappresentare la sua preoccupazione e coloro di cui sa, con fiducia, che saranno degni della missione che egli conferirà loro, per la grazia di Dio! Noi, Hamas, ci siamo messi alla prova, nel corso degli anni, in numerose istituzioni, sindacati, cooperative o altro, e abbiamo dato un esempio da seguire. E’ con conoscenza di causa che il popolo palestinese ci ha eletti, è a causa della sua fiducia. Ecco la spiegazione della provocazione dell’amministrazione americana di non concedere al popolo palestinese che le briciole (che non rappresentano praticamente nulla nel bilancio palestinese), e la posizione europea —vedete le dichiarazioni di Javier Solana che non penso tuttavia riflettano tutti gli stati membri dell’Unione Europea. Diciamo che io non considero che l’ultima posizione assunta dal Quartetto sia una posizione di grande fermezza. Si tratta piuttosto dell’espressione di una ritirata: dopo aver rifiutato la partecipazione di Hamas alle elezioni, certi partner internazionali hanno superato questo blocco, dopo aver constatato la determinazione e la volontà dei  palestinesi, come anche l’unanimità sulla necessità della partecipazione di tutti a queste elezioni. Le potenze straniere che si oppongono alla nostra partecipazione hanno cominciato a brandire la minaccia di sospendere gli aiuti economici, poi hanno smesso di farlo dopo aver constatato che ciò non avrebbe dissuaso per nulla i palestinesi dal votare per Hamas. Allora si sono accontentati di formulare delle messe in guardia contro la partecipazione di Hamas a qualunque futuro governo palestinese. Io sono convinto che i partner internazionali si vedranno costretti a scendere a compromessi con una realtà nuova per loro: il movimento Hamas è una componente autentica del popolo palestinese, fa parte di coloro che determinano la decisione politica palestinese.

S.C. – La posizione del Quai d’Orsay [Ministero degli Esteri della Francia, ndc] è stata più sfumata di quella di Solana : «Noi pensiamo che sia importante che il processo elettorale che sta avendo luogo nei territori palestinesi si possa svolgere normalmente. Hamas resta iscritta alla lista «delle organizzazioni terroriste dell’Unione Europea, finché non avrà rinunciato alla violenza e riconosciuto lo stato d’Israele. Da parte nostra, seguiamo con interesse lo sviluppo di Hamas sul piano politico». Vi sembra possibile rinunciare alla lotta armata e riconoscere lo stato ebraico d’Israele ?

Moshir Al Masri : Per quanto riguarda il riconoscimento dello stato d’Israele e la rinuncia alla lotta armata, io rispondo: come si è liberato il Libano; come si sono liberati molti paesi europei, e come si è liberata l’America del Nord? Non è stato con la cacciata delle potenze che li occupavano? Sono dieci anni che cerchiamo di negoziare, con quale risultato? Il risultato, non è forse l’ignoto? Il risultato non è forse il vuoto? Cos’ha raccolto l’Autorità palestinese? Cos’ha raccolto il popolo palestinese? Nulla, se non sofferenza, distruzione, la sconfitta della causa palestinese per dei lustri. Non si può continuare a fare questo genere di esperienza, votato alla sconfitta, né accettare un’occupazione che si incrosta, che continua a uccidere, a massacrare, a perpetrare il terrore contro il popolo palestinese. Noi diciamo che Hamas è un movimento aperto, pronto al dialogo con chi lo cerca alla luce degli interessi superiori del popolo palestinese. Ma un dialogo con l’occupazione sionista, questo è un dialogo che è già fallito, anche se è stato tentato sulla base delle più grandi concessioni da parte nostra, in cambio di assolutamente nulla da parte israeliana.

S.C. – Vi sconvolge sapere che i dirigenti dei paesi democratici si sono sistematicamente rifiutati di sanzionare Israele che viola le Convenzioni di Ginevra —demolizioni di case, esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, omicidi di bambini— e anche sapere che le associazioni a favore della Palestina hanno collaborato con l’Autorità palestinese che è stato un sistema corrotto e repressivo? Non pensate che la vostra arma migliore consista nello spiegare meglio all’opinione internazionale che tipo di sostegno i  palestinesi sotto occupazione militare si aspettano?

Moshir Al Masri: Sì, mi sconvolge. In effetti, noi abbiamo bisogno di una vasta campagna mediatica. Ma è chiaro che i sionisti e i loro amici possiedono mezzi di informazione estremamente potenti che schiacciano i nostri. Israele ha violato la quasi totalità delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, come tutte le Convenzioni di Ginevra, commettendo i peggiori crimini terroristici contro il nostro popolo: distruzione di case, di terre agricole, omicidio deliberato di bambini innocenti e tutto ciò senza giudicare il più piccolo soldato responsabile di questi omicidi, in particolare di bambini come quello del giovane Muhammad Al-Durra, a cui tutto il mondo ha assistito: l’hanno visto gridare, supplicare. Invano. Il risultato? Il soldato responsabile di aver ucciso deliberatamente è stato in carcere per appena un mese. Questo equivaleva puramente e semplicemente a farsi beffe del sangue palestinese versato. Sì, dobbiamo denunciare tutte le violazioni  israeliane delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e anche di quelle delle Convenzioni di Ginevra. Noi abbiamo bisogno degli sforzi delle giornaliste e dei giornalisti europei, dei giuristi, di tutte le persone e istanze portatrici del senso della parola «umanità», che capiscono cosa significhi l’occupazione e che conoscono l’orrore del crimine e del terrorismo sionisti contro il nostro popolo, affinché facciano capire al mondo, finché è loro possibile, qual è la vera situazione. Noi sappiamo che esiste una connivenza tra i regimi politici europei e il nemico israeliano, ma sappiamo anche che esiste presso di voi, in Europa, gente che difende i valori umani, e noi stringiamo loro fraternamente la mano, mentre li preghiamo di moltiplicare i contatti con noi.

S.C. – Detto altrimenti, Israele avrà il ruolo del buono finché l’opinione pubblica non capirà che la radice di questo conflitto non è la religione, ma la lotta di un popolo per difendere la propria terra, e anche l’espulsione di tre quarti dei palestinesi nel 1948 per installare al loro posto della gente di confessione ebraica proveniente da ogni parte del mondo. Finché durerà tale negazione della storia, sarà facile per Israele ribaltare le responsabilità e accusare di terrorismo coloro che alzano la testa. Se voi otterrete la maggioranza alle elezioni legislative, sarete pronti a incontrare i responsabili politici europei per ricordare loro che il punto centrale del conflitto è l’esproprio e la pulizia etnica dei palestinesi da parte di  Israele? E più in generale, cosa pensate di fare?

Moshir Al Masri: Se otterremo la maggioranza nelle elezioni legislative, ci penseremo. Ma, sul piano del dialogo con l’Europa e gli Stati Uniti, Hamas non è ostile verso nessuno, e noi siamo pronti a dialogare con chi vorrà dialogare con noi. Noi abbiamo dialogato con l’Europa, in particolare con dei parlamentari europei, e abbiamo instaurato un dialogo con degli universitari americani a Beirut (ma si tratta di persone che non sono in possesso di un qualunque potere esecutivo negli Stati Uniti). Hamas è un movimento aperto a tutto, e certamente non un movimento rigorista né un movimento complessato. E’ chiaro, Hamas è un movimento portatore di un progetto islamico, che vuole che tutti vivano nella libertà e nella dignità, e quindi che il nostro popolo viva nella libertà e nella dignità. Quello che chiediamo al mondo è di non allinearsi, di non continuare con questo allineamento palese, omicida e provocatore con il nemico sionista, al prezzo degli interessi nazionali del popolo palestinese. Noi siamo pronti a dialogare con qualunque partner, con l’eccezione di Israele che perpetua l’occupazione e l’aggressione contro il nostro popolo palestinese, al fine di rendere esplicito ciò che deve e può essere, e di mettere tutti al corrente di ciò che succede sulla scena palestinese, e anche al fine di ricordare ai nostri partner che il problema è l’occupazione e l’aggressione, e niente affatto il nostro popolo e la sua legittima resistenza. Il problema è da parte di coloro che sono venuti per cacciare il nostro popolo da casa sua e occuparne le terre. Di conseguenza, siamo convinti che il mondo libero deve fare uno sforzo perché il  popolo palestinese possa vivere libero e con dignità, come vive lo stesso mondo libero.

 
 
Gulf News

The crippling missteps

01/25/2006 10:57 PM | By George S. Hishmeh, Special to Gulf News

Several missteps have been taken by the Bush administration, the interim Israeli government and the Palestinian National Authority on the eve of the Palestinian legislative election, held yesterday and the second in 10 years. The missteps, if not corrected in the weeks ahead, can damage the relationships among the three parties.

To start with, the concern voiced by the Americans and the Israelis over the possibility of an election sweep by Hamas, the Palestinian Islamic Resistance Movement, is baseless. The odds are that Hamas, regardless of its score, may surprise all given the right circumstances as evidenced in its unprecedented participation in a parliamentary election.

The highly-respected Brussels-based International Crisis Group, an independent, non-profit, non-governmental organisation, has advised in a just-published report that "with the prospect as remote as ever of a renewed peace process or a weakened PNA cracking down on a strengthened Hamas, the international community’s best remaining option is to maximise the Islamist movement’s incentives to move in a political direction through a policy of gradual, conditional engagement".

Logical recommendations

But the Group’s logical recommendations have been nixed, hopefully temporarily, by some half-baked actions of the three parties. For example, it is inconceivable to understand why would the Bush administration approve the spending of $1.9 million (Dh 7 million) "to increase the popularity of the Palestinian National Authority" controlled by President Mahmoud Abbas’s Fatah party, which faces a tough challenge from the militant Hamas, just weeks before the elections.

It has been common knowledge all along that the lacklustre Palestinian leader needed international backing to win over popular support for his daring political programme. But this belated gesture, as well meaning as it may be, was ill-conceived, in fact downright embarrassing.

Under the plan, which involved "a temporary paradigm shift" in the way USAID operates, The Washington Post detailed recently, the PNA would have "receive(d) public credit for a collection of small, popular projects and events to be unveiled before Palestinians elect their legislature". The plan was reportedly designed by a former US Army Special Forces officer who worked in Afghanistan on democracy-building projects.

As expected, this American effort was severely criticised by other candidates and may prove damaging to the PNA administration in the long-run especially if, as reported, Abbas’s chief of staff, Rafik Husseini, was involved in the planning. A Hamas leader has already called for an investigation since Palestinian political parties are prohibited from receiving funds from foreign sources.

And Mustapha Barghouti, a former presidential candidate and a respected head of a competing list of candidates, was quoted as saying, "Let’s do our elections entirely on our own. These interventions run counter to our efforts and they hurt the Palestinian people. This effort was completely counterproductive."

It is surprising that the Bush administration and its neo-conservative supporters are not aware that American bear hugs are often deadly. This has been the misfortune of two pro-American candidates in the recent Iraqi elections.

Ahmad Chalabi failed to win a seat in parliament while Eyad Allawi had a poor showing in the election, ruling out his chances of forming a new government in Baghdad as he had hoped.

And then it was no other than Osama Bin Laden to hit the nail on the head when he drew attention to a point in a book by an obscure leftist American writer called William Blum. The point, which actually appeared in another of Blum’s books, was that American interventions abroad create enemies. (Blum’s little-known book, Rogue State: A Guide to the World’s Only Superpower, is now among the top 25 most ordered books on Amazon.com).

Not fared any better

Israel has not fared any better. During the tenure of Ariel Sharon, the former prime minister now ailing in a hospital, was marked by obtuseness and shortsightedness, refusing to see the advantage of accommodating Abbas who was desperate to show his people that his policy can bring rewards.

In fact, Sharon’s Israel refused to release many of the Palestinian prisoners in Israeli jails in compliance with a negotiated agreement with the PNA, a step had it been undertaken would have boosted Abbas’s standing.

Palestinian cynics believe that the more Israel punished the Palestinians, especially in the Gaza Strip, a stronghold of the Hamas movement, the more likely that Hamas will win grandiosely in the national election.

If so, they argued, Israel would then have a good excuse to refuse to deal with a recalcitrant Hamas, thus paving the way to take another unilateral step in the Israeli-occupied West Bank that will certainly be more advantageous to Israel.

But whether Ehud Olmert, the acting prime minister and head of the centrist Kadima party which has a commanding lead in the polls as the country prepares for national elections next March, would adopt a more compromising stance is too early to tell.

But a surprising move this week came when two Arab satellite television stations, Al Jazeera and Al Arabiya, were allowed to interview Marwan Barghouti, who is serving five life terms in an Israeli jail.

This step may be seen by some as a belated gesture to boost Fatah’s electoral chances especially that Barghouti may tip the balance with his 81 per cent approval rating.

George Hishmeh is a Washington-based columnist.

 

http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1137605924104&pagename=JPost%2FJPArticle%2FShowFull

THE JERUSALEM POST

‘Hamas victory a blessing in disguise’



"The Hamas victory in the Palestinian elections may be a blessing in disguise," Hanna Siniora, a candidate in Wednesday’s elections for the Palestinian Legislative Council, told The Jerusalem Post Thursday.
"Now that they are in power, Hamas will have to take responsibility for the future. They will have to become more moderate. Now they are part of the democratic game and they will have to play by the democratic rules," Siniora said.
Siniora, a 69-year-old east Jerusalemite Christian, is publisher of The Jerusalem Times and a co-CEO of the Israel/Palestine Center for Research and Information. An early proponent of negotiations with Israel, he has long been involved in pro-peace activities. He was one of seven candidates contending for one of the two seats reserved for Christians in the Jerusalem district, but is unlikely to win the seat.
"Once they are in power, the Hamas will have to pay salaries, create jobs and provide health and education services. They know that to do all of this, they need stability. In order to be in charge of the government, they will have to become responsible leaders, if they want to stay in power," he predicted.
Siniora said that Hamas has already begun this process of moderation. "Hamas was responsible during the cease fire with Israel – in fact, they were in better control of their people than Fatah was. And they moderated their rhetoric, especially the positions that were anathema to the United States and Israel, such as calling for the destruction of the State of Israel."
Furthermore, he added, "Hamas ran under the slogan, ‘Reform and Change’ and promised a clean, efficient government. They ran as ‘Mr. Clean’ in these elections."
For these reasons, Siniora does not believe that the popular vote for Hamas was a vote of support for their terrorist agenda.
"Voting for Hamas was as much a backlash against the PLO as it was a vote for Hamas," he told the Post. "The voters wanted to say to the Fatah, ‘You have done nothing for ten years. Now get out.’"
He does, however, believe that Israel and the international community contributed to this backlash vote.
"Israel did not come to terms with the road map – it did not even reach Stage One. And the international community did not help the Palestinians create their own economic infrastructure. This contributed to the public’s dissatisfaction with the Fatah.
"The Palestinian public wanted a change. They got one. A big one."
The Hamas victory, he said, has created a dilemma for Israel and the international community, who have declared that they will not meet with Hamas.
"But now Hamas, which was elected fairly by the Palestinian people, has the legitimate right to lead the Palestinian national council."
The international community and Israel, he continued, can help to determine Hamas’ future directions.
"There are two models of Islamic ruling parties – the radical Iranian model and the moderate Turkish model. I want to send a message to the United States, to Europe and to Israel: You have the means to shape Hamas in a constructive way.
If you act correctly, then Hamas will move in the direction of moderation. But if you push Hamas into the corner, they will act irresponsibly and become violent."
In order to make themselves more acceptable to the international community, Siniora predicted, Hamas will make use of prominent independent political figures, such as Salam Fayad and, he hopes, Siniora himself.
Siniora called on Israel to put a stop to unilateral disengagement and to negotiate directly with the newly-elected Palestinian government. He called on the European parties to help to normalize relations between Hamas and Israel.
In order to achieve the stability it needs to rule, Siniora observed, Hamas will have to confront the militant armed groups that currently undermine stability in Palestinian society. He fears that some groups, such as disgruntled groups allied with Fatah, who will now lose their power, will most likely resort to violence against the Hamas-led administration.
"Abu Mazen was afraid to disarm the Hamas and the other groups," Siniora observed with irony. "Now, Hamas will have to do the disarming. Hamas will have to show that they can control the extremists. They will have to use the big stick that Abu Mazen was afraid to use."
For these reasons, he believes, Hamas will undergo a process similar to the process the PLO has undergone in the past two decades. "I have worked with the PLO and watched them evolve from a terrorist organization, to partners in the Oslo process and to recognition of the State of Israel."
He predicted that the changes in Hamas will come quicker, "because the need is greater and because they have more to lose. There will be elections again in four years."
He acknowledged that, unlike the PLO, Hamas has a religious-fundamentalist ideology, but maintained that it would have to moderate these aspects, too.
"In Israel, everyone fears haredi control of the Education Ministry. We have the same concern on our side. Hamas has always said that they want control of education and social services. But like your haredim, they know they have to do a lot to dispel fears about their fundamentalist agenda, so hopefully, they will wisely allow independents to take these sensitive ministries."
The polls did not properly predict the Hamas victory, Siniora said, because they did not give enough weight to the non-urban vote. He said that he was not surprised by the high rate of voter turnout throughout the Palestinian Authority and especially in Jerusalem.
He observed that common wisdom has long held that due to the National Insurance Institute and health benefits which they receive from Israel, east Jerusalemites are not interested in allying with the Palestinian Authority.
"The high voter turn out in Jerusalem shows that Jerusalemites crossed the fear barrier and announced that they want to be recognized as Palestinians," he said.
 

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