Hamas e la tregua violata.

Di Miguel Martinez

Hamas e la “tregua violata”
Riprendo qui una serie di temi che abbiamo già trattato in qualche modo tra i commenti, ma che meritano maggiore visibilità.

Dunque, Hamas avrebbe “violato” o “ripudiato” una tregua con Israele.

Innanzitutto, è solo da sei mesi che si riconosce che Hamas offre da anni una tregua, r espinta da Israele fino allo scorso giugno.

Una tregua si deve fare in due. Cioè, secondo l’offerta di Hamas, i palestinesi si sarebbero astenuti da ogni azione militare, e anche gli israeliani avrebbero dovuto astenersi da ogni azione militare.

Pochi giorni fa, Mahmoud Zahar, portavoce ufficiale di Hamas, aveva spiegato quali erano le condizioni per rinnovare la tregua:

“Tra le richieste, disse Zahar, riguardanti la nuova tregua mediata dagli egiziani, ci sono le forniture regolari di cibo e di corrente elettrica da parte di Israele (che controlla gli aiuti umanitari internazionali verso Gaza e la Cisgiordania), assieme alla fine delle operazioni militari israeliane in Cisgiordania e a Gaza, come stabilito nella tregua originale, accordi che Israele non ha rispettato”.

Gli amici della Palestina insistono giustamente, in questi giorni, sulla natura del tutto simbolica dei razzi che alcuni gruppi lanciano su alcuni villaggi israeliani, senza praticamente alcun risultato.

D’accordo, ma credo che sia importante capire il senso di quei lanci.

Hamas è il primo movimento palestinese, da quasi vent’anni, a guardare a testa alta Israele. Cioè, non parte dal presupposto che i palestinesi siano un gruppo di prigionieri colpevoli, che al massimo possono sperare di mendicare qualche concessione dai loro carcerieri. Hamas non partecipa al circo mediatico delle Vittime e dei Vittimi, ma è un movimento di resistenza già nel nome.

Assieme alle attività sociali, all’assenza di corruzione e al legame simbolico islamico, questa è la forza di Hamas, che non può trasformarsi in un branco di poliziotti che ha il solo compito di soffocare i moti di rivolta degli altri palestinesi.

Hamas non partecipa al lancio dei razzetti, ma lascia correre (a differenza delle operazioni di martirio, che sono state fermate) perché la sua offerta di tregua comprende i tre punti fondamentali, che Mahmoud Zahar ha sottolineato e che ripetiamo qui:

1) La cessazione di azioni militari anche da parte israeliana e non solo da parte propria (basta sfogliare le cronache per vedere che quelle israeliane non sono mai cessate)

2) La cessazione di azioni militari anche in Cisgiordania, dove gli israeliani compiono quotidianamente incursioni

3) La cessazione dell’embargo per terra e per mare su Gaza.

Spesso si dice che la tolleranza di Hamas verso il lancio dei mortaretti durante i negoziati è stata “controproducente”.

Capiamoci.

Negoziare è diverso da mendicare: mendicare presuppone che il richiedente si pone totalmente nelle mani della persona cui si rivolge, sperando esclusivamente nel suo buon cuore. Abu Mazen, per capirci, è un mendicante.

Invece, quando due persone negoziano – come vorrebbe Hamas – si devono scambiare qualcosa.

Se io dico,  “cosa mi dai, se io ti do del pane?”, quello che vuole il pane non può rispondere, “niente, perché non ho niente”. 

Ora, un milione e mezzo di prigionieri dentro Gaza, in cambio del pane, hanno una sola cosa da offrire: smettere di lanciare i razzi.

Altrimenti, per quale motivo al mondo Israele dovrebbe cessare con gli omicidi “mirati”, permettere ai pescatori di pescare nel mare, chiudere i posti di blocco, cessare la costruzione del muro, farla finita con gli espropri e le demolizioni di case e tutto il resto?

Si può dire che tutto questo sia meno di ciò che Gaza sta subendo in questi giorni. Come su una piantagione, lavorare da schiavi per dodici ore al giorno a pane e acqua, subendo occasionali frustate, è meno di quello che ti succede quando ti ribelli. E su questo non ci piove.

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