I frutti amari del muro dell'Apartheid.

I frutti amari del muro dell’apartheid

da www.ilmanifesto.it del 21 ottobre

Reportage

Nel villaggio di Jayus la barriera israeliana ha diviso i contadini palestinesi dalle loro terre. E raccogliere le olive vuol dire «resistere»: ai divieti, alle confische e alle aggressioni dei coloni

Michele Giorgio
Inviato a Jayus (Cisgiordania)
In comune con il famoso attore egiziano, suo omonimo, Omar Sharif ha soltanto l’età avanzata. Anche il contadino palestinese però qualche anno fa ebbe un momento di notorietà, al quale avrebbe rinunciato volentieri. Nel 2004, in qualità di capo della Società degli agricoltori di Jayus, il suo villaggio (vicino Qalqilya), raccontò ai giudici – durante una delle udienze della Corte internazionale di Giustizia dell’Aja sul muro costruito da Israele in Cisgiordania – il dramma di chi si è visto all’improvviso tagliato fuori dagli uliveti e dalle terre coltivate dalla propria famiglia per generazioni.
Presentò anche una lista di abitanti di Jayus ai quali l’esercito, non rispettando le promesse fatte in passato, continuava a negare il permesso di raggiungere le terre separate dal resto del villaggio dal muro israeliano.
«Mi fidavo della Comunità internazionale – ricorda Sharif osservando la barriera israeliana che copre la vista sulla pianura -, ero certo che la sentenza di condanna (dei giudici dell’Aja) avrebbe costretto Israele ad abbattere il muro e a restituirci le terre. Invece nessuno ha mosso un dito e qui a Jayus quelli che fino a qualche anno fa dalle terre ricavavano quanto basta per vivere, ora devono farsi in quattro per sopravvivere». Per questa e tante altre ragioni la frustrazione e il disinteresse verso una possibile ripresa del negoziato con Israele prevalgono a Jayus e negli altri villaggi che a causa del muro hanno perduto quasi tutto. «Ora parlano tanto di questo incontro (ad Annapolis, sul Medio Oriente, ndr) ma noi non abbiamo più fiducia in nessuno e certamente non negli americani che stanno sempre con Israele, anche quando ruba la terra ai suoi legittimi proprietari», spiega Sharif sorseggiando il caffè arabo profumato e forte preparato dalla nipote.
Domenica scorsa è cominciata la raccolta delle olive in Cisgiordania. Un evento annuale che mobilita decine di migliaia di palestinesi, non solo i contadini. Molti di loro hanno nella produzione dell’olio l’unica fonte di sostentamento. Ma la raccolta è anzitutto una grande festa popolare: donne, uomini, giovani e anziani, tutti danno un contributo, a metà giornata si mangia insieme e non manca chi intona antiche canzoni della tradizione fallah, contadina e si lancia in danze e balli della tradizione popolare palestinese.
Non tutti però riescono a festeggiare. Le aggressioni dei coloni israeliani, che non amano vedere tanti «arabi» girare liberamente per i campi vicini alle loro case, sono diventate rituali e i contadini denunciano anche quest’anno violenze di fronte alle quali l’esercito non interviene. L’unica vera protezione spesso la offrono i pacifisti israeliani e gli attivisti internazionali, come quelli dell’International solidarity movement, che con la loro presenza cercano di convincere i settler più violenti a rimanere a distanza dai campi e dai frutteti palestinesi. L’altro ieri decine di pacifisti di Taayush si sono dovuti recare alle terre tra gli insediamenti israeliani di Kiryat Arba e Kiryat Hasafot, vicino Hebron, per aiutare i coniugi Jabri a raggiungere i loro uliveti e, per la prima volta in sette anni, cominciare la raccolta. I Jabri raccontano di essere stati costantemente minacciati dai coloni che ruberebbero anche le olive per costringerli ad andare via. Due mesi fa, in quella zona, due attivisti tedeschi e un inglese erano stati pestati da un gruppo di coloni decisi da dare una lezione agli stranieri «ficcanaso». Proprio due giorni fa due centri israeliani per i diritti umani, B’Tselem e Acri, hanno denunciato l’aumento delle violenze dei coloni contro i palestinesi ad Hebron.
Per Omar Sharif e gli altri 3.700 abitanti di Jayus la raccolta delle olive è solo un lontano ricordo. Ottocento ettari di terra del villaggio, per l’80% coltivata, ora sono dall’altra parte del muro e assieme ad altre decine appartenenti ai centri vicini di Azun e Nabi Elias, vengono utilizzati dalle forze di occupazione israeliana come «cintura di sicurezza» della colonia di Tzufin e della sua area industriale.
Sharif mostra le carte che provano la proprietà dei suoi 17 ettari e 2mila alberi ora situati dall’altra parte del muro. Lo scorso anno riuscì a produrre cinque tonnellate di olio ma ora l’esercito gli nega l’acceso ai campi per «motivi di sicurezza». Un rifiuto che riguarda almeno altre 120 delle 650 famiglie del villaggio. Una quarantina hanno saputo che non avranno più il permesso per recarsi alle terre, altre 70 non hanno avuto l’autorizzazione «per ragioni tecniche».
La proprietà infatti può essere dimostrata solo dai documenti israeliani rilasciati dopo l’occupazione nel 1967 e non da documenti originari palestinesi. Nei prossimi anni queste «ragioni tecniche» porteranno molti palestinesi a non poter dimostrare i loro diritti sulle terre. «Prima del 1967 – spiega Sharif – il nostro cognome era Omar ma dopo l’occupazione, gli israeliani preferirono registrarci con il nome del nostro clan familiare allargato, Khaled. Mio padre si chiamava Muhammed Omar, mentre io nei documenti israeliani appaio come Omar Sharif Khaled. Viviamo perciò da 40 anni nell’incertezza, perché la terra appartenuta agli Omar potrebbe all’improvviso non essere riconosciuta più come terra dei Khaled. E questo problema riguarda molte altre famiglie». Anche Abdel Rauf Mustafah non ha più ottenuto il permesso per andare nei suoi 2,2 ettari di terra dall’altra parte del muro: «Mi puniscono perché uno dei figli era un militante delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa e il fatto che sia stato ucciso un anno fa non ha spinto l’esercito a rinnovarci il permesso». In ogni caso non basta ottenere l’autorizzazione per andare dall’altra parte del muro, occorre tener conto degli orari d’apertura: nella regione di Jayus si può passare tra le 7,40 e le 8 del mattino, poi tra le 14 e le 14,15, e poi ancora tra le 18,45 e le 19. In totale, 50 minuti al giorno. In futuro l’accesso alle poche migliaia di contadini e manovali palestinesi che si muovono da una parte all’altra avverrà attraverso 60 cancelli costruiti lungo la barriera da nord a sud della Cisgiordania e solo grazie a permessi dell’esercito.
Per Jamila Biso, una pacifista israeliana che da anni è impegna nella difesa dei diritti della popolazione di Jayus, «le autorità di governo e i comandi militari stanno facendo il possibile per rendere la vita impossibile ai contadini palestinesi e per spingerli ad abbandonare definitivamente le loro terre accanto al muro, in modo da poterle espropriare tra qualche tempo perché «non coltivate». È una strategia che si combina alla perfezione con il piano di proclamare la barriera il confine tra Israele e il futuro Stato palestinese».
Parole che il Segretario di stato Rice, che qualche giorno fa da Betlemme ha lanciato un appello alla «coesistenza», dovrebbe ascoltare se, come sostiene, l’accordo di pace israelo-palestinese è diventato la «priorità» degli Stati Uniti. «George Bush non sa nulla di noi e neanche vuole saperlo, per lui i palestinesi non hanno gli stessi diritti degli israeliani», commenta Sharif mentre all’orizzonte il sole scende sulle terre che aveva ereditato dal padre ma che non potrà passare ai suoi figli.

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