I retroscena della formazione del governo palestinese di unità nazionale.

Riceviamo dalla lista di Apriti Sesamo e pubblichiamo.

Cari amici,
    qui di seguito vi invio quattro brevi articoli, fra di loro concatenati, dove si parla della situazione in Palestina, dei retroscena della formazione del governo di unità nazionale palestinese e del ruolo dei sauditi. Gli articoli in questione compariranno sul prossimo numero di Galatea (aprile 2007) nella rubrica da me curata: Quadrante. E’ appena il caso di ricordare che si tratta di articoli giornalistici, dove la necessità di osservare limiti di lunghezza infrangibili non favoriscono la profondità dell’analisi.
    Buona lettura.
    Michelguglielmo Torri
 
 

La devastazione dell’economia palestinese

 

Il 2006 è stato un anno terribile per i palestinesi dei territori occupati: non solo vi è stata una situazione di guerra più o meno continua, punteggiata da una serie di incursioni israeliane che hanno avuto un costo pesantissimo in termini di perdite umane, ma l’economia locale è stata devastata. Questa devastazione si è innestata su un’involuzione che era già in corso dalla fine del 2000, cioè dall’inizio della seconda intifada nel settembre di quell’anno. Alla fine del 2005, infatti, il Prodotto interno lordo dei territori occupati era già diminuito del 10% rispetto a quello del 2000; il prodotto procapite si era abbassato del 33% rispetto a quello del 1999; la percentuale della popolazione al di sotto della soglia della povertà e il tasso di disoccupazione avevano raggiunto rispettivamente il 24% e il 44%, cioè, secondo la valutazione dell’analista palestinese Mohammed Samhouri, erano più che raddoppiati rispetto al 2000.

Questi pessimi risultati erano stati ottenuti nonostante il virtuale raddoppio degli aiuti economici della comunità internazionale all’ANP (Autorità Nazionale Palestinese): questi erano passati da una media di US$ 500 milioni all’anno negli anni 90 a circa un miliardo all’anno, per raggiungere un picco di US$ 1,3 miliardi nel 2005. Ma il conflitto in corso, la conseguente instabilità politica e, soprattutto, le restrizioni imposte da Israele sia ai movimenti dei palestinesi all’interno dei territori occupati, sia ai rapporti fra i territori occupati e il mondo esterno avevano nullificato ogni possibile sviluppo positivo.

Alla fine del 2005, ad una situazione economicamente così difficile si erano accompagnati il dilagare dell’insicurezza e il venir meno della capacità di governare dell’ANP, legato sia a fenomeni di corruzione, sia alla politica di sistematica distruzione delle infrastrutture fisiche e sociali palestinesi condotta da Israele. La situazione era resa ancora più disperata dall’evidente incapacità del gruppo dirigente dell’ANP di ottenere un qualsiasi risultato concreto attraverso l’avvio di negoziati con gli israeliani.

Una situazione del genere non poteva che portare ad un drammatico mutamento politico: questo è arrivato con le elezioni del gennaio 2006, che hanno visto Hamas, il partito islamico, conquistare la maggioranza dei seggi dell’Assemblea legislativa e formare il nuovo governo.

Contrariamente a quanto proiettato dalla stampa israeliana e occidentale, la posizione del Governo Hamas non era quella di non trattare con Israele, bensì di trattare senza accettare precondizioni. La risposta dello stato d’Israele e degli USA, con l’adesione della UE, è stata il varo di una strategia di strangolamento economico dei territori occupati, con il chiaro fine di provocare la caduta del governo di Hamas. Questa strategia è stata articolata lungo tre direttive principali: (a) la sospensione del versamento all’ANP dei proventi delle imposte e delle tariffe doganali raccolte da Israele nei territori occupati, secondo i termini del protocollo economico del 1994; (b) un drastico aumento delle già pesanti restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi; (c) la sospensione di ogni supporto economico diretto da parte della comunità internazionale all’ANP.

La sospensione del versamento delle imposte e dei proventi doganali e la cessazione degli aiuti internazionali hanno istantaneamente portato i proventi dell’ANP alla metà di quanto le sarebbe stato necessario per finanziare le spese correnti. L’inasprimento delle restrizioni sui movimenti dei palestinesi ha ulteriormente danneggiato le attività economiche dei territori occupati, provocando anche il dimezzamento del gettito fiscale che deriva all’ANP dalle imposte da essa direttamente amministrate. Infine, le banche attive nei territori occupati, si sono in genere rifiutate di avere qualsiasi rapporto con l’ANP, in quanto timorose di essere fatte oggetto di sanzioni da parte degli USA.

Come conseguenza di tutte queste misure, alla fine del settembre 2006, il governo palestinese poteva contare su appena il 37,2% degli introiti dell’anno precedente. Nella valutazione di Mohammed Samhouri, il risultato della crisi fiscale sulle condizioni sociali dei palestinesi è stato – né poteva essere altrimenti – «nulla meno di una totale devastazione».

 

 

I Palestinesi sull’orlo della guerra civile

 

Il fine esplicito della politica di sanzioni economiche e di incursioni militari a cui sono stati sottoposti i palestinesi nel corso del 2006 è stato quello di provocare la caduta del governo palestinese formato da Hamas. Una politica, questa, che ha potuto essere portata avanti anche grazie al fatto che è stata fatta propria dal governo USA, in particolare, da tre fra i suoi personaggi chiave: Condoleezza Rice, il segretario di Stato; Elliott Abrams, un funzionario del National Security Council; e David Welch, l’assistant secretary per gli affari mediorientali del Dipartimento di Stato.

Questo tentativo di destabilizzazione, accanto al lato economico ha avuto, fin dall’inizio, un lato più classicamente golpista, il cui architetto è stato Eliott Abrams. Secondo Abrams, per abbattere il governo Haniye bisognava promuovere una vera e propria guerra civile da parte di al-Fatah contro Hamas. Questo obiettivo è stato perseguito con l’aiuto di alcuni stati arabi che, di fatto su commissione americana, hanno inviato armi e materiale logistico alle milizie palestinesi ostili ad Hamas. Allo stesso tempo, gli americani hanno creato un canale diretto con due personaggi che, assai influenti all’interno di al-Fatah fino a che Arafat era stato in vita, erano poi stati marginalizzati in maniera più o meno drastica. Si tratta di Mohammad Dahlan, già capo della sicurezza preventiva a Gaza, che ancora adesso controlla una temibile milizia personale, e di Mohammad Rashid, già consigliere personale di Arafat e ora consigliere personale di Dahlan.

Nella situazione di sempre maggior tensione creatasi nei territori in seguito al blocco economico, alle incursioni israeliane e all’invio clandestino di armi ai settori di al-Fatah più ostili ad Hamas, il presidente Abu Mazen ha adottato una politica di attesa. A quanto sembra, Abu Mazen era convinto che la pressione economica esercitata dalla comunità internazionale avrebbe determinato il collasso «spontaneo» del Governo Hamas in tempi relativamente brevi. Ma così non è stato; la situazione sul terreno si è invece sempre più deteriorata, con una serie di incidenti sempre più frequenti e sempre più gravi fra le milizie fedeli a Hamas e quelle fedeli ad al-Fatah.

Quello che avrebbe potuto essere il punto di non ritorno è stato raggiunto il 1° febbraio scorso, quando forze fedeli a Dahlan hanno fatto irruzione nel campus dell’Università islamica di Gaza, incendiando tre edifici; il 2 febbraio i leader di Hamas, in un colloquio con Abu Mazen hanno comunicato che l’attacco non sarebbe rimasto senza risposta e, nei giorni seguenti, le milizie di Hamas si sono impadronite di tre posti di polizia nel Nord di Gaza, fino a quel momento sotto il controllo di al-Fatah. A quel punto, lo scoppio di una guerra civile è sembrato questione non di giorni, ma di ore.

In questa situazione, però, vi è stata un’improvvisa svolta per il meglio. Da metà gennaio, i Sauditi, profondamente preoccupati per la situazione in Palestina, avevano incominciato a fare pressioni sui vari gruppi palestinesi perché accettassero una mediazione. L’opera di convinzione dei Sauditi, se si era dimostrata efficace nel caso di Khaled Meshaal, il vero leader di Hamas, che vive in esilio a Damasco, ma aveva lasciato insensibile Abu Mazen. Quest’ultimo, infatti, anche per l’opera di convinzione esercitata da una sezione della leadership di al-Fatah vicina a Dahlan, continuava ad essere convinto del prossimo collasso «naturale» del Governo Hamas. Sono stati gli eventi dei primi di febbraio e la prospettiva della guerra civile che hanno fatto cambiare idea in maniera repentina al presidente dell’ANP. La conseguenza è stata che il 6 febbraio Abu Mazen e una delegazione di al-Fatah si sono incontrati alla Mecca con una delegazione di Hamas, capeggiata da Khaled Meshaal. Significativo dell’influenza dei sauditi è stato il fatto che all’incontro ha partecipato anche un riluttante Mohammad Dahlan.

A quel punto le cose si sono mosse con estrema rapidità, anche perché, in effetti, i termini di un accordo erano già stati elaborati dalla diplomazia sudita nelle settimane precedenti. L’8 febbraio, sotto gli auspici di re Abdullah ibn Saud, l’accordo – che prevedeva la cessazione delle ostilità intrapalestinesi e la formazione di un un governo di unità nazionale – veniva concluso. Nonostante l’evidente malumore, neppure Dahlan osava assentarsi dalla cerimonia della firma.

Almeno per il momento, la prospettiva di una guerra civile palestinese era scongiurata.

 

 

L’accordo della Mecca

 

L’accordo della Mecca dell’8 febbraio prevede la formazione di un governo di unità nazionale capeggiato dal primo ministro del governo uscente, Ismail Haniye di Hamas, e formato da nove ministri di Hamas, sei di Fatah, quattro di altri partiti e da cinque indipendenti. A tre di questi ultimi andranno i cruciali Ministeri degli Esteri, delle Finanze e dell’Interno. In una sorta di ritorno alla saggezza popolare quale espressa in una fiaba nota anche in Occidente, a scegliere i cinque indipendenti sarà il presidente Abu Mazen, cioè il leader di al-Fatah, ma a proporre i nomi fra cui scegliere sarà Hamas. Infine, a quanto si dice, l’accordo prevede, sia pure solo a livello di intesa verbale, una sorta di uscita di sicurezza: se il «condominio» Fatah-Hamas non funzionerà, nel 2008 si terranno nuove elezioni sia per la presidenza dell’ANP, sia per il Parlamento.

L’accordo stesso è basato su una serie di creativi compromessi e ambiguità, com’è del resto giusto quando due parti su posizioni contrapposte vogliono trovare un terreno d’incontro. Hamas non si è piegata ad accettare le richieste del «Quartetto» e di Israele: riconoscere Israele (senza che vi sia un reciproco riconoscimento di uno stato palestinese da parte di Israele), rinunciare alla violenza (cioè alla lotta armata per l’indipendenza), accettare tutti gli accordi precedentementi sottoscritti dall’Olp (che permettono a Israele di continuare ad esercitare ampi poteri nei territori occupati, dallo sfruttamento dell’acqua alla riscossione di imposte e tariffe doganali, ma che non prevedono alcun freno alla continuazione della colonizzazione israeliana). D’altra parte Hamas ha accettato che il governo di unità nazionale si impegni a raggiungere gli obiettivi nazionali palestinesi, secondo le direttive approvate sia dal Consiglio nazionale palestinese (in pratica quello che è stato il Parlamento in esilio dei palestinesi), sia dalla Basic Law (cioè la Costituzione palestinese), sia dal Documento di riconciliazione nazionale (cioè il famoso «Documento dei prigionieri»). In particolare il Consiglio nazionale palestinese del 1988, attraverso l’esplicita accettazione di tutte le mozioni ONU sulla Palestina, riconosce sia la legittimità dello stato d’Israele sia i confini che aveva alla vigilia della guerra dei sei giorni. Questo, unito al fatto che il ministro degli Esteri sarà un indipendente, scelto dal presidente Abu Mazen, cioè da al-Fatah, rappresenta un’evidente apertura nei confronti di un dialogo con Israele.

Il problema è che Israele non ha nessuna reale intenzione di aprire un dialogo serio con i palestinesi. Dopo tutto ha avuto ampie possibilità di farlo prima della formazione del governo di Hamas nel gennaio 2006. Anche ammettendo – cosa che non è assolutamente vera – che le trattative siano state rese difficili o impossibili dalla presenza di Arafat, vi è stato oltre un anno, fra la morte del vecchio leader e l’elezione del governo di Hamas, in cui Israele, se avesse avuto intenzione di farlo, avrebbe potuto aprire una seria trattativa con i palestinesi. Il problema è che Israele è disponibile a fare la pace solo alle proprie condizioni: inglobare definitivamente una larga parte della Cisgiordania; annettersi l’intera città di Gerusalemme, inclusi i luoghi santi islamici; ridurre quella parte dei territori occupati che non controllerebbe direttamente ad un protettorato, privo di sovranità sulla propria politica estera e su una parte della propria politica interna, senza il controllo dei propri confini e diviso in una serie di enclaves circondate da territorio israeliano. Insomma, la pace che Israele ha finora voluto è inaccettabile per qualsiasi palestinese, non importa a che partito politico appartenga.

Naturalmente, né i palestinesi, né i sauditi, né gli altri stati arabi si fanno nessuna illusione sul fatto che, nella presente congiuntura politica, il governo di unità nazionale possa avviare una trattativa significativa con Israele. Ma i fini dell’accordo sono altri: prevenire in primo luogo la guerra civile intrapalestinese; ma anche aprire una breccia nel muro di ostilità internazionale che, dalle elezioni del gennaio 2006, ha soffocato i palestinesi. Non solo i sauditi si sono impegnati a fare affluire ingenti aiuti economici in Palestina, ma è chiaro che la Russia e alcuni altri stati europei, in particolare la Francia, stanno ora riconsiderando l’opportunità di continuare il boicottaggio contro i palestinesi.

 

 

La politica estera dei Sauditi

 

La politica del presidente americano Theodor Roosevelt era all’insegna del «parlare a voce bassa e cortese e portare un grosso bastone»; quella dei Sauditi, almeno per quanto riguarda la politica estera, è all’insegna del «parlare a voce bassa e cortese e portare un grossa borsa piena di valute pregiate e di azioni petrolifere». È in questo modo che i Sauditi, in una serie di occasioni, sono stati protagonisti di operazioni diplomatiche di notevole importanza, di cui l’ultima in ordine di tempo è l’accordo della Mecca dell’8 febbraio scorso.

Tale accordo è tanto più significativo in quanto i Sauditi hanno avuto successo laddove l’Egitto, il Qatar e la Siria prima di loro avevano fallito. Un successo legato anche al fatto che mentre Fatah vedeva Siria e Qatar come troppo vicini ad Hamas, e mentre Hamas vedeva nell’Egitto una potenza ad essa nettamente ostile, la Casa di Saud era percepita come equidistante dalle due parti.

La Casa di Saud, inoltre, dispone di risorse che mancano agli altri aspiranti arbitri: è significativo che re Abdullah, nel promuovere la mediazione che ha portato all’accordo della Mecca, si sia impegnato a versare all’ANP la cifra di US$ 500 milioni, poi aumentata a un miliardo. Ma le risorse della Casa di Saud non finiscono qui: dopo tutto l’Arabia Saudita è l’unico stato arabo che, quando decide di farlo, ha la capacità di trattare con gli USA su un piano di uguale dignità, piuttosto che da stato vassallo. In questa prospettiva, l’accordo segna la riaffermazione della volontà e della capacità della Casa di Saud di poter condurre una politica estera indipendente, consona ai propri interessi nazionali. Un’altra indicazione in questo senso si era avuta alcuni mesi fa, quando l’Arabia Saudita aveva dichiarato che, in caso di una ritirata precipitosa dall’Iraq da parte degli anglo-americani, Riyadh non avrebbe lasciato i sunniti iracheni alla mercé di un governo dominato dagli sciiti e appoggiato dall’Iran ma li avrebbe armati.

È però appena il caso di ricordare che, nel manifestare questa capacità di prendere iniziative indipendenti, la Casa di Saud – in omaggio al principio di parlare con voce bassa e cortese – ha fatto ogni sforzo per convincere l’Amministrazione USA del fatto che uno sblocco del problema palestinese è, in definitiva, negli interessi stessi di Washington. Sintomaticamente, subito dopo l’accordo della Mecca, re Abdullah ha inviato negli Stati Uniti il proprio consigliere per la Sicurezza nazionale, il principe Bandar bin Sultan, già ambasciatore a Washington e amico personale della madre dell’attuale presidente. L’accordo – ha spiegato bin Sultan al vice presidente Cheney e ad Elliot Abrams, l’ideatore del tentativo di abbattere il governo di Hamas promuovendo una guerra civile palestinese – è destinato ad avere delle ricadute positive anche per gli USA. Secondo bin Sultan, infatti, esso sottrae Hamas all’influenza dell’Iran, che negli ultimi mesi si era sempre più fatta sentire, e dà la possibilità alla vecchia guardia di al-Fatah di riprendere fiato e di riorganizzarsi, limitando ipso facto il potere di Hamas.

In realtà, però, l’accordo della Mecca è visto dai Sauditi come parte integrante di un progetto più ampio. Questo consiste nella riproposizione del piano Fahd del 1981, accettato dal summit arabo di Fez del 1982. Il piano, il cui autore era l’allora principe ereditario e successivamente re dell’Arabia Saudita, Fahd bin Saud, prevedeva la costituzione di uno stato indipendente palestinese sui territori occupati da Israele nel 1967 e serie garanzie per tutti gli stati della regione (compreso quindi Israele). Il piano, subito rifiutato dagli israeliani e prontamente dimenticato dall’opinione pubblica internazionale, era stato riproposto in maniera più articolata dall’attuale re Abdullah, quando era ancora principe ereditario, ed era stato accettato all’unanimità da tutti gli stati della Lega Araba nel summit di Beirut del marzo 2002 e, di nuovo, nel summit di Khartoum del maggio 2006. 

Fino a poco tempo fa, l’unica risposta israeliana all’iniziativa saudita era stata una dichiarazione del ministro della Difesa, Amir Peretz, che, il 31 ottobre 2006, nel corso di un convegno accademico all’Università di Tel Aviv, aveva dichiarato che la «dormiente» iniziativa saudita avrebbe potuto diventare «una base negoziale». Il 14 marzo di quest’anno, però, il vice primo ministro israeliano, Shimon Peres, con una dichiarazione ufficiale assai più esplicita, ha ammesso che il piano saudita rappresenta «un importante primo passo per ringiovanire il processo di pace».

Forse, anche se è presto per farsi illusioni, non tutto è ancora perduto per la causa di una pace giusta in Medio Oriente.

 

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