I ‘talebani’ d’Israele

InfoPalL'articolo che segnaliamo oggi è del 9 febbraio, ma riteniamo importante diffonderlo.  Tratta, come si legge, della questione dei coloni ebrei israeliani, i “talebani” d'Israele, non meno arretrati, fanatici, misogini e misantropi dei loro più famosi “fratelli” in Afghanistan.

Quello dei coloni è un fenomeno in crescita esponenziale, ma non nasce ora: semplicemente adesso non è più “nascondibile”, perché la loro visione fondamentalista, razzista e violenta permea la società e la politica israeliane. Esso rivela il vero volto di Israele, che è proprio questo: fanatico, aggressivo, razzista, con isole di “dissenso” (refusenik, obiettori vari, scrittori, giornalisti, avvocati, politici, ecc.) sempre più minoritarie e perseguitate.

Il “colone-pensiero”, intriso di fondamentalismo misogino e razzista, si è diffuso a macchia d'olio in uno stato nato a seguito di atti di terrorismo e come prodotto del colonialismo di '800 e '900. E', cioè, un qualcosa di funzionale e organico alla natura stessa di Israele: non è una “devianza”, una patologia contenibile e estirpabile in un corpo sano. E'  la degenerazione di una malattia presente da sempre, nascosta dietro fiumi di propaganda che elevavano lo stato sionista, e ora “ebraico”,  a “unica democrazia” del Vicino e Medio Oriente,  a “civiltà in mezzo alla barbarie”.

Uno stato che, seppur nella sua struttura ha i fondamenti della cosiddetta democrazia (Parlamento, elezioni periodiche e libere), non la garantisce a tutti, imponendo collettivamente un regime militare non diverso (solo più armato e potente) rispetto a quelli vicini; che costringe milioni di palestinesi con cittadinanza israeliana, e quelli in Cigiordania e Gerusalemme, a vivere in un'Apartheid che non ha pari nella Storia; che infligge una dose altrettanto senza paragoni di violenza, oppressione e crimine “legalizzato”.

Uno stato siffatto, basato su una patologia del sistema stesso, non può che produrre le metastasi dei “coloni”.

Gerusalemme – I talebani sono arrivati alle porte di Gerusalemme. Ogni mattina i residenti del comune di Beit Shemesh vedono arrivare donne coperte dalla testa ai piedi da burqa neri, ma l'Islam stavolta non c'entra nulla: sono adepte d'una setta ebraica ultrà, che accompagnano le figlie a scuola. E anche le bambine indossano cappe scure, con i volti rigorosamente coperti. La stampa laica s'inquieta e ne parla come di “ebree talebane”. La loro è una forma estrema di religiosità, che in Israele ha iniziato a prendere piede nel 2006 e oggi conta già svariate centinaia di fedeli in giro per il Paese. Riconoscerle in mezzo alla folla è facile: sono figlie di un'interpretazione radicale del precetto ebraico dello 'tzniut', che impone alle donne modestia nel vestire al fine di non attirare gli sguardi e la concupiscenza maschili. Piedi e testa coperti, maniche che arrivano al gomito, gonne al ginocchio: le donne 'harediot', letteralmente “timorate”, vestono tutte così e sono centinaia di migliaia, in crescita costante nel Paese del sionismo. Ma le 'talebane' si spingono oltre, non mostrano nemmeno un centimetro di pelle. “Un uomo che vede parti del corpo femminile – spiegano – viene stimolato sessualmente, e questo lo porta a peccare. Il nostro abito salva noi, e salva gli uomini da se stessi”. In questa logica, anche le bambine devono essere velate: “Certi uomini le guardano come oggetti sessuali – argomentano le mamme in nero – e poi i valori veri devono essere insegnati fin dalla più tenera età”. La vista delle piccole infagottate in metri di stoffa ha fatto sollevare più di un sopracciglio.

Il Consiglio nazionale per l'Infanzia ha chiesto al ministero del Welfare d'indagare, anche perché le bambine vengono indottrinate in scuole a parte, gestite dalle loro madri. E nessuno vigila sui metodi impiegati in questi appartamenti riconvertiti in classi, né sul programma didattico. Nemmeno la comunità ultra-ortodossa tradizionale apprezza questo zelo, se non altro perché molti affiliati della setta sono neofiti che hanno riabbracciato la fede dei padri solo di recente. “Sono gli ultimi arrivati e osano dire che le nostre donne non sono abbastanza modeste”, s'adontano gli 'haredim' di più antico lignaggio.

Le 'talebane', però, ribattono serafiche: “Sono loro che sbagliano, loro e le loro donne”. Il dibattito ferve e investe, oltre il rispetto della 'halacha'', la legge religiosa, il tema più generale dell'indentità ebraica. Un tema che, per curiosa coincidenza, in questi giorni ha fatto capolino pure alla Knesset, il parlamento d'Israele. Dove proprio ieri si è celebrata, in un'atmosfera non priva di contrasti tra partiti di destra e rappresentanti della minoranza araba, la prima 'Giornata dell'identità ebraicà. In sostanza, deputati e deputate hanno discusso di come preservare le radici etnico-religiose fra le giovani generazioni. E da esponenti dell'ala dura del Likud, il partito del premier Benyamin Netanyahu, è arrivata una risposta chiara: scoraggiare in tutti i modi i matrimoni misti, in particolare con gli arabi, come ha ammonito con foga la 'pasionaria' nazionalista Tzipi Hotovely. Indicando una soluzione che le ha attirato inevitabilmente accuse di razzismo – oltre che di “attentato alla democrazia israeliana” – all'interno dell'aula come sui giornali. E le polemiche, anche qui, appaiono lontane dal placarsi.

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/mondo/2011/02/09/visualizza_new.html_1590396793.html

 

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