Il consenso dei media su Israele sta crollando

Memo. Attraverso tutte le tendenze politiche, sono ormai frequenti le critiche prima considerate tabù.

Con l’incontro tra Hamas e Fatah di questa settimana al Cairo, la riconciliazione tra i due partiti politici palestinesi rivali è probabilmente solo una questione di tempo. Secondo la linea politica statunitense ufficiale, Hamas è un’entità terrorista ed ogni accordo tra le due fazioni mette a repentaglio i futuri aiuti statunitensi. C’è ragione di credere, tuttavia, che posizioni più flessibili e produttive verranno espresse dai media statunitensi. Lentamente ma inequivocabilmente, si sta aprendo uno spazio tra gli opinionisti per idee nuove e critiche riguardanti Israele e il suo rapporto con gli Stati Uniti.

Una libertà di questo tipo è visibile tra le pagine del New York Times della scorsa settimana. Thomas Friedman, il columnist per la cronaca estera del giornale, ha scritto che i leader americani stanno tradendo il proprio paese esternalizzando la loro politica estera verso Israele. L’ovazione in onore del primo ministro israeliano da parte del Congresso statunitense di quest’anno è stata “indotta e finanziata dalla lobby israeliana” ha scritto. Formulata così schiettamente, la frase di Friedman è sorprendente. Quintessenza del redattore istituzionale, esperto preferito di Bill Clinton e tre volte vincitore del premio Pulitzer, Friedman è spesso visto negli USA come un’autorità in ambito di Medio Oriente, eguagliato solo dal giornalista dell’Atlantic Jeffrey Goldberg per quanto riguarda l’influenza dei suoi scritti sul dibattito pubblico.

Non c’è da meravigliarsi che il pezzo di Friedman abbia suscitato il furore di coloro che vigilano sui dibattiti riguardanti Israele. L’ambasciatore israeliano, l’American Jewish Committee, il Jerusalem Post e addirittura membri del Congresso si sono scagliati in massa su Friedman, accusandolo di antisemitismo e di odio verso Israele. Non era la prima volta negli ultimi mesi in cui Friedman si è mostrato critico della politica israeliana. A settembre ha scritto del governo Obama che “la potente lobby pro-israeliana durante la stagione elettorale può costringere l’amministrazione a difendere Israele alle Nazioni Unite, anche quando sa che Israele sta perseguendo politiche che non sono nel suo interesse né in quello americano”. Sarebbe difficile produrre una critica più schiacciante su Israele e sulla lobby.

Ciò nonostante, Friedman non è l’unico uomo del Times ad abbandonare la linea pro-Netanyahu. Il columnist Roger Cohen è anche più critico di Friedman nei confronti di Israele, e come Friedman è noto per essere un liberale sostenitore della guerra in Iraq – in altre parole, non esattamente un radicale. Cohen adesso scrive regolarmente dell’ “illiberalismo” di Israele, dice che la politica estera statunitense è stata “Likudizzata”, e annuncia che opporsi all’oppressione israeliana dei palestinesi è il compito più importante che attualmente spetta agli ebrei della diaspora.

Cohen crede che il nuovo discorso a cui lui stesso ha contribuito rappresenti “un cambiamento in atto nella comunità ebraica statunitense”, ha detto in un’intervista telefonica. “L’identità ebraica nell’America del dopoguerra è stata costruita in gran parte sull’Olocausto e sul supporto a Israele, e per gli ebrei americani più giovani ciò può avere meno risonanza. Ci potrebbe essere un ripensamento su quella forma di attaccamento a Israele”.

J Street, l’organizzazione che si dedica ad attività di lobby per Israele da una prospettiva liberale, allo stesso tempo riflette e stimola un discorso più bilanciato sul conflitto Israelo-palestinese, dice Cohen. Se ha ragione, J Street sta facendo bene il suo lavoro. Il dibattito pubblico sul conflitto mediorientale è ancora lontano dall’essere imparziale negli Stati Uniti, ma lo è più di quanto non fosse in passato.

Il merito di aver ampliato ciò che è ammissibile va a tre accademici, Tony Judt, Stephen Walt e John Mearsheimer. Qualsiasi cosa si pensi delle loro analisi o prescrizioni, hanno resistito all’infamia e all’ostracismo per affermare l’ovvio: una relazione incondizionata tra gli USA e Israele non è buona per nessuno dei due. Walt ha un piedistallo importante nel sito Foreign Policy, che utilizza regolarmente per esporre le sue visioni un tempo radicali su Israele.

Le critiche alla “special relationship”, prima rare, sono ora frequenti. Andrew Sullivan, giornalista di Newsweek/Daily Beast, è diventato una fonte regolare di attacchi al supporto incondizionato degli USA per la politica israeliana. Il giornalista di Time Magazine Joe Klein è stato altrettanto franco. “Se non pensate che la lobby israeliana abbia un’enorme influenza sul Congresso, vi state illudendo”, ha scritto di recente.

Peter Beinart, un altro giornalista di Newsweek/Daily Beast, ha fatto notizia con la sua critica al “fallimento dell’establishment ebraico americano”. Ha un libro in uscita che sicuramente attirerà molta attenzione, chiamato “La crisi del sionismo”. L’ex-scrittore del New York Observer Philip Weiss ha creato uno sportello (mondoweiss.net) per le critiche a Israele e alla politica americana. E, naturalmente, Glenn Greenwald di Salon.com mette regolarmente in dubbio il consenso bipartisan intorno a Israele.

Prevedibilmente, questi sviluppi stanno causando parecchio sgomento tra quelli convinti che le prospettive favorevoli ai palestinesi non vengano mai ascoltate. Nel 2006, l’American Jewish Committee pubblicò il suo famigerato rapporto che accusava questi nuovi critici di Israele di essere semplicemente antisemiti. L’anno scorso, Lee Smith della rivista Tablet lanciò la singolare accusa per cui pubblicazioni come l’Atlantic e Salon incoraggiano gli scrittori che odiano gli ebrei nella speranza di incrementare la visibilità delle loro pagine. Il redattore di Weekly Standard, Bill Kristol, si è lamentato del fatto che accusare i critici di Israele di antisemitismo nella pratica non li mette più a tacere. E questa settimana il condannato per l’Irangate Elliott Abrams ha criticato Friedman e Klein perché esemplificherebbero la trasformazione in prassi delle idee di Walt e Mearsheimer.

Ma ciò non riguarda solo esperti e accademici. I diplomatici e le persone che si collocherebbero al centro-destra della politica americana (se esso esistesse ancora) si sono fatti sentire riguardo la loro alienazione dalla discussione americana su Israele. Bruce Riedel della Brookings Institution, consulente di tre presidenti sui temi mediorientali e del sudest asiatico, mi ha detto in una e-mail che “la paura di irritare gli evangelici estremisti e la vecchia lobby inibisce tuttora un vero dibattito su Israele nella politica americana”.

Paul Pillar, ex pezzo grosso della CIA, è diventato un duro critico di Israele in nome dell’interesse nazionale. Ha difeso il paragone delle politiche di occupazione israeliana con l’apartheid sudafricano, e dice di essere d’accordo con tutte le analisi di Walt e Mearsheimer, inclusa l’accusa più incendiaria – che la lobby israeliana è stata strumentale nello spingere gli USA a invadere l’Iraq.

Lawrence Wilkerson, ex capo dello staff di Colin Powell, è stato altrettanto franco sul potere di quella che chiama “la lobby ebraica”. Jack Matlock, ambasciatore di Ronald Reagan in Unione Sovietica, ha scritto che la maggiore minaccia alla sicurezza e al benessere israeliani è di gran lunga la politica del suo stesso governo. E nel 2009 il diplomatico di vecchia data Chas Freeman ha criticato la lobby israeliana per aver posto fine con successo alla sua candidatura alla presidenza del National Intelligence Council.

Nonostante l’ampliamento del discorso nel settore dell’opinionismo, la politica estera ufficiale americana è cambiata poco o niente. Obama ha supervisionato accordi militari senza precedenti tra Israele e gli Stati Uniti, quasi abbandonando i palestinesi nell’arena diplomatica internazionale. L’affermazione storicamente screditata di Newt Gingrich per cui i palestinesi sarebbero un “popolo inventato” mostra che i politici americani continuano a prendere alcune delle posizioni più estreme della politica israeliana come vangelo.

Tuttavia, all’inizio del suo mandato, Obama è stato autore di una delle più grandi spinte retoriche contro la politica di insediamento israeliana di ogni altro presidente americano, per poi tirarsi indietro di fronte alle obiezioni israeliane. Il conseguente attrito tra Netanyahu e l’amministrazione non è un segreto. Gli elettori democratici medi sono anche meno sostenitori di Israele rispetto al passato, e meno di quanto i repubblicani siano adesso. Il nuovo discorso su Israele deve ancora farsi strada nel Congresso e nel ramo dell’esecutivo, ma quel giorno potrebbe arrivare.

Jordan Michael Smith ha scritto per il New York Times, il Boston Globe e il Washington Post.

Traduzione per InfoPal a cura di Giulia Sola

 

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