Il ‘Fatto quodiano’: Gerusalemme si prepara alla terza Intifada.

Riceviamo da Germano Monti del Forum Palestina e pubblichiamo.

Il “Fatto quotidiano” ha pubblicato un bell'articolo di Roberta Zunini sulla situazione a Gerusalemme e, naturalmente, Informazione Corretta sta invitando ad inondare il quotidiano di mail di protesta. Io ho già spedito i miei complimenti alla giornalista ed al giornale e credo sarebbe bene se arrivassero altre mail di sostegno, nella speranza che si continui così. Purtroppo, non riesco a trovare il pezzo su internet, ma si trova sul numero in edicola oggi. La mail è: lettere@ilfattoquotidiano.it
Ciao, Germano 

 

Gerusalemme si prepara alla terza Intifada.

Pochi giorni fa, arrivati al checkpoint di Qalandia –che, dopo la costruzione del muro, è l’accesso a Gerusalemme Est per la maggior parte dei cisgiordani, sempre che siano dotati di permesso d’ingresso israeliano –ci accolgono spari e grida.
In pochi secondi, assieme a decine di lavoratori della West Bank – gente che ogni mattina si mette in fila per ore tra metal detector, cancelli e prelievo delle impronte digitali –ci ritroviamo a correre per sfuggire ai lacrimogeni e alle bombe sonore, sparati dai soldati israeliani nascosti dietro a grossi sacchi.
Io mi infilo in una strada e trovo Abas e Tarseen che raccolgono dei sassi, altri ragazzi
li stanno già lanciando.
Tarseen prima di tirare la pietra che stringe in pugno, dice che è una risposta alla polizia israeliana che da giorni impedisce agli uomini di entrare nella moschea di Al Aqsa a pregare e
per quanto lo riguarda è anche una reazione agli sfratti e alle demolizioni delle case di palestinesi in corso a Gerusalemme Est.

“So che è una protesta inutile ma non riesco a stare a guardare e basta”, urla.
“Gli ebrei devono smetterla di entrare nella spianata. Sono loro i provocatori. Non abbiamo iniziato noi. La Moschea è il nostro posto, loro hanno il Muro del Pianto, vengono sulla spianata solo per umiliarci”.
Con un fazzoletto sulla bocca prende la rincorsa.
La pietra, prima di lui, entra e scompare nell’aria fumosa.
Nel frattempo un altro ragazzo li raggiunge per avvisarli che nel campo profughi Shu’fat, sempre a Gerusalemme Est, un soldato israeliano è stato accoltellato forse per le stesse ragioni che hanno scatenato le sassaiole e sono in corso numerosi arresti tra i rifugiati dal ’48.

Proviamo ad andarci ma la zona è stata sigillata.
“Non si accede”, dice un soldato israeliano.
Da circa un mese l’asticella che segnala il livello di frustrazione, soprattutto a Gerusalemme Est, sembra essere arrivata alla tacca più alta e la rabbia è ormai pronta.
La questione religiosa è solo una delle cause. L’umiliazione subita dai palestinesi di Gerusalemme, costretti a mostrare i documenti a polizia e soldati israeliani ogni volta che intendono entrare nella Moschea di Al Aqsa a pregare, è palese nei loro sguardi più che nei discorsi.
Con i poliziotti in assetto antisommossa ed i militari armati è meglio non discutere animatamente.
I controlli servono respingere i fedeli con meno di 50 anni.
La restrizione anagrafica è iniziata dopo che circa duecento fedeli si sono barricati nella Moschea  (a quando Israele ha occupato nel 1967 Gerusalemme Est, i palestinesi non possono rimanerci durante la notte) per difenderla da nuove irruzioni di ebrei ultraortodossi e  coloni.
La settimana precedente un gruppo era entrato provocatoriamente nella spianata correndo  recitando ad alta voce versi della Torah mentre i palestinesi stavano pregando; un’iniziativa
deprecata anche dai grandi rabbini.
“Siamo nati e viviamo a Gerusalemme Est, le nostre famiglia sono qui da molte generazioni, ma gli israeliani dopo averci occupato ci esasperano facendoci sentir e pericolosi intrusi costretti ad esibire la blu Id ormai anche per andare a pregare in Moschea di venerdì”, dice un medico di 48 anni appena respinto da polizia  e militari con l’anziana madre al suo
braccio.
La carta blu è il documento che viene rilasciato dal Ministro degli Interni israeliani ai gerosolimitani palestinesi identificandoli come residenti temporanei.
Tanti gerosolimitani palestinesi hanno problemi anche a causa del muro, che di fatto ha ridisegnato i confini di Gerusalemme Est.
Ci sono quelli che, dato il suo percorso zigzagante, sono finiti dentro la municipalità di Gerusalemme, senza però vedersi accordata la residenza, altri invece sono finiti fuori
dalla municipalità come gli abitanti di Ram, un villaggio che prima della costruzione della barriera, si trovava sul confine della municipalità di Gerusalemme Est.
Si tratta di un meccanismo Kafkiano anche quello del rilasci dei permessi di costruzione.
“E’ evidente che si costruisca abusivamente se i permessi non vengono accordati”, spiega
Sarit Michaeli, portavoce di B’selem, una delle più note associazioni israeliani per la difesa dei diritti umani.
“E quando i permessi non vengono rilasciati è gioco facile che i palestinesi vengano sfrattati,
le loro case demolite od occupate dai coloni.
Queste persone però un tetto lo devono avere.
E’ un circolo vizioso.
L’intento persecutorio è evidente soprattutto se paragonato ai progetti di espansione e
costruzione  di nuovi insediamenti ebraici nella zona di Valaja, sempre  a Gerusalemme Est. Tutto questo sta rendendo la situazione di Gerusalemme Est molto fragile”.
“Per come sono andate le cose e per come stanno andando, non credo alla fattibilità dei due stati separati e indipendenti.
A causa del fantasma demografico, del timore che i palestinesi diventino più numerosi degli ebrei, Israele porta avanti una politica di giudeizzazione dei territori occupati e soprattutto di
Gerusalemme Est che una volta abitata da una maggioranza di ebrei non
potrà certo diventare la capitale di uno Stato palestinese”, sottolinea Meir Margalit, assessore comunale e coordinatore dell’Icahd, il comitato israeliano contro le demolizioni di case palestinesi.

 

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