Il Kosovo e la Questione Palestinese.

IL KOSOVO E LA QUESTIONE PALESTINESE.

Ali Abunimah, L’intifada elettronica, 25 febbraio 2008

 

La dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo ha provocato una serie di reazioni tra gli osservatori israeliani e palestinesi che rivelano ansietà riguardo le rispettive situazioni. 

Un articolo del quotidiano Haaretz chiede al governo israeliano di riconoscere immediatamente il Kosovo, sostenendo che “la lotta per l’indipendenza dei Kosovari ricorda le lotte portate avanti da altre nazioni secondo il principio dell’autodeterminazione”. Ovviamente Haaretz non si riferisce ai Palestinesi, ma allo “Stato di Israele, il quale fu costituito in seguito alla lotta del popolo ebraico per l’autodeterminazione”. (“Riconoscere il Kosovo”, Haaretz, 18 Febbraio 2008).

Paragonando Israele agli Albanesi del Kosovo, i quali si presume la parte svantaggiata, Haaretz riconosce implicitamente che allora esistono somiglianze impressionanti, nonostante nessuno lo voglia ammettere. Il Kosovo, come Israele, è stato separato illegalmente con la forza delle armi da un altro paese contro la volontà della maggioranza della popolazione. Entrambe le entità esistono e possono sopravvivere soltanto grazie alla garanzia e all’aiuto delle Grandi Potenze che le sostengono, nella violazione delle leggi internazionali, perché questo conviene ai loro interessi imperiali. Inoltre, entrambe le entità sono animate da un forte etno-nazionalismo che è fondamentalmente incompatibile con i valori di libertà, tolleranza e democrazia che loro affermano di aver cominciato a rispettare.

In questo senso, il Kosovo è l’ultimo di un insieme di pseudo- stati dipendenti dall’Occidente tra i quali vi è anche il Kurdistan a nord dell’Iraq.

Il desiderio di Haaretz di riconoscere il Kosovo nasce non solo da una disinteressata preoccupazione per gli oppressi, ma è anche esplicitamente opportunistica. Primo, così facendo guadagnerebbe l’approvazione di Washington (il principale sostenitore di Israele); secondo, il riconoscimento offrirebbe “un’opportunità unica” per “dimostrare che lo stato ebraico non è nemico dei musulmani”- anche se Haaretz è stato molto prudente nell’osservare che gli albanesi del Kosovo sono ‘buoni’ musulmani “che non sono in relazione con le frange islamiche estremiste e si sono tenuti a distanza dagli oppositori a Israele nel mondo arabo”.

Un punto di vista totalmente diverso, del giornalista di Haaretz Israeli Harel, riecheggia la posizione espressa dal primo Primo Ministro israeliano Ariel Sharon nel 1999 quando le forze NATO bombardarono la Serbia e occuparono in seguito il Kosovo con il pretesto di proteggere gli albanesi della provincia dagli abusi e dalla pulizia etnica perpetrata dalle autorità iugoslave. (Queste notizie furono enormemente gonfiate per giustificare la guerra. Al contrario la massiccia pulizia etnica dei serbi kosovari da parte degli albanesi dal 1999 e l’inattività della NATO sono molto ben documentate).

Per Harel, Israele si dovrebbe identificare con la Serbia. “I musulmani del Kosovo costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione”, sostiene “e lo stesso è vero per gli Arabi di Galilea”, un  termine sprezzante per i palestinesi cittadini di Israele che vivono nei loro villaggi e cittadine d’origine a nord del paese. Lamentandosi del fallimento di Israele nel "giudaizzare" la Galilea, dice che la destra afferma che i palestinesi dentro Israele sono l’ingrata quinta colonna che riceve troppe risorse da un oltremodo generoso e “impotente” Stato di Israele. Ignorando i decenni di discriminazione razziale, giudiziaria ed economica, la confisca di terre e le deportazioni forzate che i cittadini palestinesi hanno subìto e continuano a sopportare, accusa Israele “di essersi rassegnato alla eclatante, manifesta azione separatista degli Arabi di Galilea”.

(“Il Kosovo è già qui”, Haaretz, 21 febbraio 2008).

Harel indica come prova di questo "separatismo" il fatto che “gli intellettuali e i pubblici rappresentanti arabi hanno redatto dei documenti noti come "The Vision", nel quale rifiutano Israele come "stato ebraico e patria degli ebrei”. Infatti, i diversi documenti ai quali Harel sembra riferirsi si dichiarano democratici, e includono la costituzione per uno stato unitario nel quale tutti i cittadini hanno gli stessi diritti a prescindere dalla religione o dall’etnia.

Questi documenti della "visione" palestinese sono più di ogni altra cosa un appello contro l’ottuso etno-nazionalismo e separatismo Sionista e a favore di valori universali.

Il Kosovo presenta inoltre dei problemi secondo prospettiva palestinese. John Withbeck, un avvocato internazionale e consigliere legale dei negoziatori palestinesi, ha fatto notare l’evidente ipocrisia delle giustificazioni dell’Occidente per riconoscere il Kosovo: “L’impazienza dell’America e della UE di separare una parte di uno stato membro delle Nazioni Unite (riconosciuto da tutti, perfino da loro, essere parte del territorio di uno stato sovrano), apparentemente perché il 90% di coloro che vivono su quella parte di territorio statale appoggia la separazione, contrasta fortemente con l’illimitata pazienza americana ed europea quando si tratta di un’occupazione aggressiva nella West Bank e nella Striscia di Gaza lunga quarant’anni”. (“Se il Kosovo sì, perché non la Palestina?”, The Jordan Time, 20 febbraio 2008).

Withbeck sostiene che “la leadership palestinese di Ramallah, così riconosciuta dalla ‘comunità internazionale’ perché è considerata come una porzione di Israele e degli interessi americani”, prenderà al volo l’opportunità e dichiarà l’indipendenza per uno stato palestinese nella West Bank e a Gaza, se “questa leadership crede veramente, nonostante tutte le prove contrarie, che la rispettabile ‘soluzione dei due stati’ sia ancora possibile”. Per suffragare questa tesi, Withback insinua che i leader palestinesi chiariscono che se il mondo rinuncia a riconoscere e sostenere il loro stato, allora dissolveranno l’Autorità Palestinese e cercheranno di realizzare la soluzione di un unico stato su tutta la Palestina storica. 

Yaser Abed Rabbo, un collaboratore di Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Palestinese di Ramallah, ha formulato una headline internazionale, lasciando capire che se i negoziati con Israele non porteranno a nulla, “abbiamo un’altra opzione”, che sarebbe quella di segu
ire l’esempio del Kosovo. “Il Kosovo non è migliore della Palestina”, ha affermato.

 

Abbas e altri suoi importanti luogotenenti, Ahmed Qureia e Saeb Erekat hanno subito smentito Aber Rabbo, assicurando che non farebbero una cosa del genere–loro rimarrebbero fedeli ai veri ‘negoziati’ che stanno andando avanti da cinquant’anni e che riconoscono non aver fatto alcun progresso. Questo ha senso. Come withback ha notato, questi leader sono alle mercè di Stati Uniti e dell’Unione europa. Non morderebbero mai la mano che dà loro da mangiare.

 

Ciò che riconoscono – e che sottolineava con forza Abed Rabbo- è che il principio che si applica in casi come questi è quello per cui tu fai quello che i tuoi sostenitori ti dicono di fare e sono loro, e non tu a dettare legge. I leader Albanesi in Kosovo hanno agito soltanto quanto Stati Uniti ed Unione Europea hanno detto loro di farlo, e Abbas e i suoi compari faranno lo stesso.

 

Dunque, cosa si può concludere osservando ciò che sta avvenendo in Kosovo?

Nonostante la rabbia crescente in Serbia, i funzionari occidentali e i maggiori esperti dei Balcani ci hanno allegramente assicurati che si Serbi si riprenderanno presto dal processo di separazione del loro paese, allettati dalla promessa di venire assorbiti dall’impero capitalistico in eterna espansione della UE. Il loro ottimismo sembra curioso, visto che nove anni di occupazione NATO in Kosovo e dieci anni e mezzo di una massiccia presenza della NATO e Unione Europea in Bosnia ed Erzegovina non sono riusciti a produrre una stabilità a lungo termine.

 

Le divisioni imposte in Palestina, Irlanda, India, Cipro e -si teme- anche in Iraq non hanno nulla in comune: sono sempre difese dai loro avvocati con il pretesto che anche se sono poco ideali, almeno hanno il vantaggio della trasparenza e di servire a qualcosa, e una volta passati i dissensi inizali, tutto tornerà alla normalità.

Secondo le ben note parole di sessant’anni fa del primo ministro fondatore di Israele Ben Gurion riguardo i profughi palestinesi: " I vecchi moriranno e i giovani dimenticheranno".

Ma in ogni caso, tali suddivisioni hanno generato nuovi conflitti, ingiustizia e pulizia etnica e hanno rafforzato il nazionalismo e l’irredentismo. Quali possibilità ha la Serbia per dimostrare di essere l’eccezione?

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