Il martirio ed i bambini palestinesi.

Il martirio ed i bambini palestinesi

di Gianluca Bifolchi

Non è un problema, non è una novità. Non è un problema che tutte le tv nazionali abbiano trasmesso con grande enfasi il filmato di tele al-Aqsa, la tv di Hamas, dove due orfani palestinesi, dovutamente imbeccati dal conduttore, hanno parlato del "martirio" della loro madre — un’attentatrice suicida — che provocò la morte di cinque "Ebrei". Si tratta di un video dall’indubbio valore documentario (anche se la traduzione è di fonte sospetta). Non è una novità, d’altra parte, che i bambini palestinesi quotidianamente vittime degli abusi dei coloni israeliani quando si recano a scuola, sotto gli sguardi indifferenti e complici dei soldati di IDF, non arrivino mai sugli schermi italiani. Forse si crede che tali molestie abbiano alto valore educativo.

  Proprio in questi giorni gli alti comandi militari israeliani devono rispondere (si fa per dire) dell’accusa di aver utilizzato il 28 Febbraio a Nablus, dopo averla sequestrata dalla sua casa, Jihan Tahdush, una bambina di 11 anni, per impiegarla come scudo umano in una pericolosa operazione di perquisizioni porta a porta. Ma Tsahal, l’esercito "più morale del mondo" secondo le parole del primo ministro israeliano Ehud Olmert, ha sempre usato scudi umani, e non c’è ragione di credere che smetta di farlo ora, dato che gli schermi video dell’opinione pubblica occidentale — l’unica che conti qualcosa nella dimensione globale — vengono tenuti scrupolosamente sgombri da notizie di questo tipo, per le quali non c’è "valore documentale" che tenga.

  Ma non scantoniamo dal problema centrale, ed analizziamo le basi della presunta superiorità etica dell’Occidente che non indottrina i suoi bambini all’odio e al culto della morte. La parola "Ebrei", nel gergo del conduttore di tele al-Aqsa, ha lo stesso valore della parola "terrorista" sulle nostre tv pubbliche e private. Cioè una parola-grilletto il cui uso, infine, in una maniera o nell’altra, risulterà in un po’ di cadaveri felicemente lasciati sul terreno, generalmente "terroristi" con un plus di "effetti collaterali" in termini di popolazione civile trucidata.

  Anche così, si obietterà, a noi Europei non piace che in tv dei bambini vadano a dire che non vedono l’ora di diventare grandi per andare ad ammazzare i terroristi. Vero. Ma i due bambini palestinesi hanno solo detto che la loro mamma era morta "facendo il martirio", e traducendo i differenti riferimenti culturali dei due contesti ci chiediamo se questa formula non assomigli alla nostra "andare a fare la missione di pace", come potrebbe orgogliosamente dire per spiegare l’eroica morte di suo padre l’orfano di un carrista occidentale fatto saltare sul suo mezzo a Bagdad dalla guerriglia irachena. Con la realistica aspettativa di un serial tv in due puntate da trasmettere in prima serata per esaltarne le gesta.

  Chiarito come l’obiettivo comune di colpire i propri nemici richiede, in diversi contesti culturali, diverse tinte di abbellimento — i richiami coranici per i Palestinesi, l’umanesimo pacifista per gli Europei — ecco che vecchi strumenti della cinica propaganda diventano "indottrinamento" se messi in pratica in Medio Oriente, e pensosa e sofferta riflessione etica sulla necessità della guerra per mantenere la pace se si tratta delle capitali europee (e lasciamo da parte gli USA, meno preoccupati di giustificare l’uso sfacciato della propria forza per il raggiungimento dei loro obiettivi geopolitici).

  Quanto alle diverse tattiche — farsi saltare con una cintura imbottita di tritolo per "fare il martirio", o gettare cluster bomb in aree densamente popolate da civili per "mantenere la pace" — la risposta dei terroristi è poco nota, perché anch’essa oscurata sulle nostre tv. Cogliamo l’occasione di ripeterla qui: "E se facessimo il cambio?"

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