‘Il mito dei profughi ebrei dal mondo arabo’. di K. Amayreh

Di Khalid Amayreh

Pal-Info. Nel tentativo disperato di dimenticare e liquidare le condizioni disastrose dei rifugiati palestinesi – le quali costituiscono peraltro il cuore del conflitto israelo-palestinese -, i propagandisti israeliani e sionisti stanno portando al centro del dibattito un problema parallelo dei rifugiati ebrei.

I portavoce della menzogna, infatti, parlano spudoratamente di centinaia di migliaia di “profughi” ebrei che, ci viene raccontato, furono costretti a lasciare il mondo arabo dopo la creazione di quell'entità maligna di nome Israele.

Ovviamente, la logica dietro la disseminazione di queste sfacciate bugie è quella di creare l'impressione che il problema dei rifugiati palestinesi abbia avuto il suo equivalente nei riguardi degli ebrei. L'obiettivo ultimo dei bugiardi sionisti è insomma quello di convincerci che il problema dei profughi ebrei finisce per invalidare ogni legittimità specifica della lunga causa palestinese.

Queste rivendicazioni, chiaramente, non sono altro che menzogne spregevoli e distorsioni dei fatti storici.

L'arrivo degli “ebrei arabi” in Israele venne infatti pianificato, organizzato, sollecitato, accelerato e portato a termine dai circoli sionisti, tra cui i servizi dell'intelligence dello Stato ebraico.

In alcuni casi, furono pagate cifre enormi – sottobanco – ad alcuni funzionari governativi arabi, perché permettessero ai “loro” ebrei di partire per Israele. In altri paesi, come in Iraq, gli agenti sionisti impiegarono il terrorismo per diffondere un'atmosfera di paura all'interno delle comunità ebraiche, in modo da costringere i loro membri ad andarsene: vennero ad esempio bombardate le sinagoghe, e gli ebrei stessi vennero minacciati in modo tale da trasmettere loro questo messaggio: “È in gioco la vostra sicurezza, e dovete partire prima che sia troppo tardi”.

Non voglio dire, con questo, che i rapporti fra gli ebrei dei paesi arabi e i loro compatrioti non-ebrei fossero esemplari, soprattutto dopo la creazione dell'entità razzista [Israele, ndr]. Tuttavia, è storicamente provato che molte, se non la maggior parte delle voci che parlavano di “pogrom in corso” e di altri atti di discriminazione ai danni degli ebrei altro non erano se non propaganda mirata, ed avevano inoltre origine all'interno dell'intelligence.

Naeim Gilad, un anziano ebreo iracheno ora a New York, descrive in maniera piuttosto vivida la deliberata campagna d'intimidazioni che orchestrarono gli agenti israeliani allo scopo di costringere gli ebrei a lasciare l'Iraq, paese dei loro antenati. Allo stesso modo, Gilad racconta nei minimi dettagli il trattamento umiliante e inumano che le autorità aschenazite riservavano agli ebrei medio-orientali quando questi giungevano in Israele.

A parte questo, la “riunione” di ebrei provenienti da tutto il mondo era ed è ancora l'obiettivo ultimo del sionismo. Di più: è l'ossessione maniacale secondo cui a nulla è permesso restare com'è. E allora, come possono questi perfetti bugiardi parlare di centinaia di migliaia di poveri profughi ebrei, sradicati dalle case che abitavano nel mondo arabo? Questa è più di una scandalosa distorsione dei fatti: è come stuprare la storia.

In ultima analisi, infatti, non si possono mettere sullo stesso piano la deliberata e premeditata pulizia etnica di un intero popolo dalla sua patria storica – con massacri su larga scala, quali ad esempio Dayr Yasin – e l'evacuazione pianificata e quasi metodica degli ebrei arabi in Israele, al fine di realizzare gli scopi del sionismo.

Naturalmente, stiamo parlando di gente malata e depravata, poco abituata alla logica e alla ragione in quanto priva di onestà: una parola che non esiste nemmeno nel lessico sionista.

È la stessa depravazione e deviazione mentale che spinge tuttora i circoli sionisti ad ordinare a certi ebrei – in paesi occidentali come la Francia, gli Usa, la Gran Bretagna e il Canada – di scrivere graffiti anti-semiti in luoghi ad alta concentrazione di ebrei, in modo da intimidire questi ultimi e farli emigrare in Israele; qui, finiranno per rubare le case e le terre dei palestinesi.

Per loro, tutto – inclusa la verità – va sacrificato per il bene d'Israele, e del sionismo. Ecco perché la loro depravazione e la loro mendacia non conoscono limiti.

In effetti, cercare di confrontare la cacciata della maggioranza dei palestinesi dalle loro terre natali all'evacuazione attentamente pianificata degli ebrei arabi per gli obiettivi del sionismo è equivalente a confrontare il matrimonio allo stupro, o l'emigrazione volontaria all'espulsione.

Ne consegue che i tentativi sionisti d'inventarsi un problema dei rifugiati ebrei, da contrapporre a quello dei profughi palestinesi, andrebbero respinti con il disprezzo che meritano.

Fatto ancora più importante, i cosiddetti profughi ebrei sono stati infine trasformati in ladri, volontari o involontari, ovvero alloggiati in case i cui proprietari avevano ancora con sé le chiavi, sperando di ritornarvi più prima che poi.

Sono stati “assegnati” loro anche giardini, campi, frutteti e terreni appartenenti a un altro popolo. Questi cosiddetti rifugiati ebrei hanno messo le mani persino sulle piccole proprietà un tempo possedute dai rifugiati palestinesi, come i mobili e gli animali da allevamento.

Il fatto che questi ebrei abbiano mantenuto e cerchino di perpetuare questa situazione di appropriazione indebita non significa affatto che ora sia diventata legittima: un furto resta un furto, anche dopo sessantadue anni.

Non nego che degli ebrei abbiano lasciato case, imprese ed altre proprietà nel mondo arabo, ma (…) una volta giunti nella loro nuova patria, non hanno alcun diritto di rubare o appropriarsi di ciò che appartiene a un altro popolo per rifarsi di ciò che hanno abbandonato, o perduto. È un gesto sia illegale che immorale. E criminale, nel vero senso della parola”.

Ciò non toglie che giustizia completa debba essere fatta per entrambe le comunità di rifugiati, palestinesi ed ebrei, che hanno lasciato dei possedimenti nei loro paesi d'origine: ai palestinesi dev'essere permesso di ritornare a casa ed essere risarciti e gli ebrei, se lo desiderano, dovrebbero allo stesso modo vedersi concedere il rimpatrio ed il risarcimento.

In effetti, la famosa risoluzione 194 dell'Assemblea Generale dell'Onu stabilisce la necessità del rimpatrio e dell'indennizzo. Dunque, altri fattori legali che impediscono la realizzazione del diritto al ritorno dei palestinesi dovrebbero essere fuori discussione.

A loro volta, gli ebrei arabi e i loro discendenti dovrebbero avere il coraggio di chiedere di essere rimpatriati e ricompensati, invece di portare avanti il furto di terre e proprietà che non appartengono a loro.

Ad ogni modo, una simile decisione richiederebbe un alto grado di rettitudine e d'impegno morale: ecco perché è improbabile che veda mai la luce, almeno spontaneamente.

Eppure è una scelta che prima o poi andrà presa o fatta prendere con la forza. La ruota della storia gira sempre.

 

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