Il Muro dell’apartheid

 
Da http://www.pensiero.it/attualita/articolo.asp?ID_articolo=748&ID_sezione=37

Il Muro dell’apartheid

 
Paola Canarutto, internista, Ospedale San Giovanni Bosco di Torino, coordinatrice di Rete Ebrei contro l’Occupazione.

 

Abbiamo letto su The Lancet la sua testimonianza sulle gravi condizioni sanitarie nei territori occupati.
Sì… Ero già stata in Cisgiordania diverse volte, ma questa volta ci sono andata come medico, e ho avuto la possibilità di analizzare bene le condizioni sanitarie. Ho preso parte al tour di ICAHD-UK, il gruppo britannico che sostiene lo Israeli Committee Against House Demolitions, l’organizzazione israeliana che si oppone alla demolizione di case palestinesi. Eravamo una ventina di operatori sanitari: tutti inglesi, tranne la sottoscritta.

Qual è la situazione a Gaza?
Non posso raccontarlo per esperienza diretta, perché nella Striscia di Gaza gli israeliani non ci hanno permesso di entrare… Quello che si sa – e parlo di come era la Striscia prima dell’aggressione israeliana di alcune settimane fa, perché ora va molto peggio – è che gli ospedali erano in condizioni disastrose, e che dalla Striscia non era e non è possibile uscire. Nemmeno i malati: i permessi erano e sono centellinati. In realtà – come ha denunciato l’associazione israeliana Physicians for Human Rights – erano negati, fino a quando il malato e i parenti non collaboravano con i servizi segreti israeliani. Malati che volevano oltrepassare il confine per poter essere curati in Israele (a spese dell’Amministrazione palestinese) erano sottoposti ad interrogatorio: i servizi segreti accordavano il permesso solo a quelli che accettavano di spiare nel vicinato.

In Cisgiordania invece?
In Cisgiordania la situazione è certo meno grave che nella Striscia di Gaza, perché a capo della Cisgiordania c’è un partito alleato di Israele. Nel 2006, a vincere le elezioni palestinesi era stato Hamas. Quindi Israele aveva trattenuto gli introiti doganali e dell’IVA palestinesi, mentre la cosiddetta “comunità internazionale” aveva sospeso gli aiuti allo sviluppo. Di conseguenza, scuole ed ospedali avevano chiuso: i dipendenti non erano pagati. In ospedale ricoveravano solo i casi urgenti, come per un parto distocico; negli altri casi, si partoriva a casa.
Ora che al “governo” (le virgolette sono d’obbligo, perché il potere reale è gestito da Israele) della Cisgiordania c’è Abu Mazen, Israele e la “comunità internazionale” hanno sbloccato i fondi, ma la situazione resta drammatica. Ci sono più di seicento ostacoli al transito, fra blocchi stradali e posti di blocco. Questo, tra l’altro, ostacola ogni sviluppo economico. In un’economia che, in tutto il mondo, è del just in time, chi produce, ad esempio, le suole delle scarpe deve far sì che queste raggiungano la fabbrica in cui queste sono unite ai lacci, ma i posti di blocco rendono tutto lentissimo e imprevedibile.
In più, Israele si appropria di gran parte dell’acqua delle falde idriche cisgiordane. La carenza di acqua ostacola l’agricoltura, ma non basta: moltissimi olivi sono stati divelti per far posto alla “barriera di separazione” – che non è costruita sulla linea armistiziale, la Linea Verde, ma in Cisgiordania, confiscando così altra terra. In più, verdura e frutta fermate al posto di blocco marciscono al sole.

Questa situazione paralizza anche l’assistenza sanitaria?
A causa degli ostacoli al transito, per il personale sanitario è difficile arrivare al lavoro e per chi sta male è difficile raggiungere un ospedale. In diversi ambulatori, i medici si sono organizzati per garantire un minimo di assistenza, ad esempio per i parti: considerati i tempi eterni ed imprevedibili di attesa ai posti di blocco, la partoriente che cerca di raggiungere un reparto di Ostetricia rischia – come è già avvenuto – di partorire in strada.

Gli ospedali funzionano bene?
Quelli palestinesi sono molto scadenti, se si usa come termine di paragone la sanità italiana. Ma in Cisgiordania vivono due popolazioni diverse: i coloni, solo ebrei e cittadini israeliani, che, come usufruiscono di acqua in quantità almeno cinque volte superiore a quella concessa ai palestinesi, come percorrono autostrade sulle quali ai palestinesi è vietato il transito (questi possono transitare per stradine tortuose e piene di buchi), così utilizzano le ottime strutture sanitarie israeliane. Poi ci sono i palestinesi; per loro le strutture sanitarie, invece, sono fatiscenti: questo si può solo definire apartheid.
Gli ospedali palestinesi più attrezzati sono a Gerusalemme Est. Ma per entrare nella città i palestinesi che non vi risiedono devono avere un permesso: Israele l’ha proclamata sua capitale, “unita e indivisibile”. I permessi sono centellinati, e gli ospedali di Gerusalemme Est sono quindi difficilmente accessibili.

E gli altri ospedali cisgiordani?
Quelli che ho visto – l’ospedale di Betlemme e quello di Nablus – sono, per i nostri criteri, disastrati. Israele era responsabile della Sanità fino agli anni ’90, fino cioè a quando è stata creata l’Autorità palestinese. Ma di fatto l’Autorità palestinese non ha mai potuto gestire un’economia autonoma e quindi sostenere il proprio sistema sanitario, e Israele ha distrutto tutto quel che poteva durante l’ultima intifada. Le strutture sono fatiscenti, con segni di scarsa manutenzione, e mancano attrezzature per noi di routine, come l’apparecchio per la TAC e il broncoscopio. Per poterne usufruire occorre andare a Gerusalemme; ma, se non si ha il permesso, occorre fare a meno della TAC e della broncoscopia. Le condizioni igieniche sono così scadenti che, a Betlemme, i pazienti stessi preferiscono farsi curare altrove. A questo si aggiunge il problema dei farmaci. Le strutture sanitarie palestinesi hanno una tale carenza di fondi da non poter acquistare buona parte di ciò che servirebbe. I pazienti che possono permetterselo li acquistano di tasca propria; gli altri… ne fanno a meno. Per dare un indicatore di massima, la mortalità infantile palestinese è cinque volte superiore di quella israeliana.

Le Nazioni Unite stanno facendo abbastanza per garantire gli aiuti umanitari?
Il problema è politico: le Nazioni Unite, come la cosiddetta “comunità internazionale”, sostengono le politiche israeliane. La guerra fa male alla salute…  
La comunità internazionale sostiene di volere “due popoli, due stati”. Ma dello “stato” palestinese  i palestinesi non avrebbero il controllo dei confini, delle risorse idriche, della politica non dico estera, ma nemmeno interna ed economica. In sostanza, li si vogliono chiudere in bantustan, denominandoli “stato palestinese”.
A Nablus abbiamo parlato con un alto funzionario del Ministero della salute palestinese: è palese lo sforzo di costruire uno “stato” passando anche dalla sanità. Quindi si è stilato, ad esempio, un lunghissimo elenco di farmaci “necessari”, senza occuparsi dei problemi di fondo: chiedere a Israele di restituire le falde idriche di cui si è appropriata, in modo che le comunità che d’estate ricevono acqua anche meno di una volta ogni 20 giorni siano meglio rifornite; rimuovere gli ostacoli al transito e costruire una sanità di base.

Il suo prossimo progetto?
Continuerò a lavorare contro la disinformazione. In Italia, c’è una sola fonte informativa onesta sulle questioni israeliano-palestinesi, ed è Il Manifesto.  In tutti gli altri casi, i media seguono la vulgata israeliana e forniscono informazioni assai di parte.
Noi di Rete-ECO abbiamo un sito internet, in cui pubblichiamo le notizie che passano sulla nostra mailing list: riteniamo fondamentale, in primis, proprio informare.

21 gennaio 2009

Paola Canarutto lavora all’Ospedale San Giovanni in Bosco di Torino. Coordina in Italia  la Rete Ebrei contro l’occupazione, gruppo italiano che fa parte di European Jews for a Just Peace.

La lettera sul Lancet
Worth D, Metcalfe S, Boyd J, Worrall A, Canarutto P. Health and human rights in the Palestinian West Bank and Gaza. The Lancet 2009.

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