Il popolo palestinese celebra il decimo anniversario dell'Intifada di al-Aqsa

Gaza – InfoPal. I palestinesi dei territori occupati e quelli della “diaspora” celebrano il decimo anniversario dell'Intifada di al-Aqsa, scoppiata il 28 settembre 2000 dopo che l'esercito israeliano aveva ucciso e ferito decine di palestinesi in seguito alle sommosse scatenatesi a causa della profanazione (la “passeggiata”) compiuta dall'allora primo ministro israeliano Ariel Sharon sul cortile della moschea al-Aqsa.

Per quest'occasione sono state indette numerose manifestazioni ed iniziative, le quali ribadiscono che “la resistenza popolare, sia pacifica che armata, è l'opzione scelta dal popolo palestinese per riottenere la sua terra rubata dagli occupanti israeliani, e che ogni tentativo di accomodare la questione” non servirà mai a nulla”.

Le iniziative. Sin dalla mattina del 28 settembre, folti gruppi di palestinesi di Gaza si sono recati presso la zona di confine, dove Israele impone una “fascia di sicurezza”.

I palestinesi hanno sventolato bandiere della loro nazione ed elevato slogan inneggianti alla ripresa di una nuova grande Intifada contro l'oppressione israeliana, la quale non si ferma mai neppure per un giorno. Vi sono stati anche dei lanci di pietre, da lontano, all'indirizzo delle postazioni israeliane, dalle quali i soldati hanno risposto sparando sui manifestanti, uno dei quali è rimasto ferito.

I gruppi della resistenza palestinese hanno organizzato varie iniziative, le quali proseguiranno per tutta la settimana, tra cui convegni nei quali verrà sottolineato che l'Intifada – durante i cui dieci anni i palestinesi hanno offerto migliaia di vite, e decine di migliaia di feriti ed arrestati – non verrà fermata da alcuna forza esistente al mondo finché il popolo palestinese non vedrà ristabiliti i suoi diritti.

Statistiche e cifre. Veniamo adesso alle statistiche redatte dal Centro palestinese per i diritti dell'uomo. Il numero dei “martiri” civili dall'inizio dell'Intifada, calcolato fino all'inizio di quest'anno, è di 4.958.

1.469 sono stati invece uccisi in scontri a fuoco con le forze d'occupazione israeliane in Cisgiordania e Striscia di Gaza, cosicché il totale raggiunge la cifra di 6.427 “martiri”.

1.211 sono i ragazzini ammazzati dai militari israeliani, per una percentuale del 24,5%, mentre le donne 274 (5,5%).

La guerra, o meglio, l'aggressione unilaterale israeliana dell'inverno 2008-2009, ha provocato il più alto numero di vittime in un lasso di tempo limitato: oltre 1.500 morti ed il ferimento di oltre 5.000 altri palestinesi; inoltre, centinaia di abitazioni sono risultate distrutte ed altre ancora danneggiate a causa dei bombardamenti israeliani effettuati anche con armi internazionalmente proibite [Israele, tuttavia, non aderisce, come il suo sponsor principale, gli Usa, ad alcun trattato in materia, quindi è in un certo senso “al di sopra della legge”, la quale evidentemente vale solo per “gli altri”, ndr].

Si ricorda che l'Intifada di al-Aqsa scoppiò dopo la “passeggiata” dell'allora primo ministro Sharon compiuta sul cortile della moschea al-Aqsa, in pieno giorno, scortato da militari israeliani.

Un gesto che fece esplodere immediatamente la rabbia dei palestinesi, che presero a lanciare pietre e, addirittura, le scarpe [erano nella moschea, ndr], con i soldati con la stella di Davide che risposero sparando provocando i primi morti e feriti di una sollevazione che presto si estese a tutta la Palestina.

Muhammad ad-Dura. C'è una scena, rimasta tra le più significative di quei primi giorni di Intifada di al-Aqsa, ed è quella del martirio del piccolo Muhammad ad-Dura, ammazzato dagli israeliani di fronte alle telecamere. Un fatto che provocò un'ondata di rabbia e di tristezza per l'uccisione di un bambino in braccio a suo padre, che lo proteggeva, mentre si trovavano entrambi addossati ad un muro.

Sebbene i militari israeliani fossero certi che i due non erano armati e non costituissero perciò alcuna minaccia, gli spararono addosso: il bambino venne ammazzato e suo padre ferito gravemente, e tutti i media del mondo trasmisero quelle immagini.

Eppure, malgrado quell'assassinio e molti altri simili, i palestinesi hanno risposto con ciò che avevano a disposizione, nel rispetto  delle leggi internazionali [che riconoscono il diritto alla resistenza all'occupazione, ndr]: dalle pietre alle armi, quest'ultime davvero sproporzionate di fronte alla potenza bellica del nemico.

Speranza di libertà. Con tutti i sacrifici che il popolo palestinese ha dovuto fare, gli resta la speranza di vedere un giorno in cui gli occupanti israeliani se ne saranno andati dalla loro terra, per poter vivere una vita dignitosa come quella di tutti gli altri popoli liberi del resto del mondo che si sono schierati coi palestinesi sin dal'inizio dell'occupazione [qua è evidente la sottolineatura della differenza tra i popoli e i governi: questi ultimi rispondono a 'logiche' diverse da quelle della giustizia e dell'equità, ndr].

Hajji Hamid al-Karnaz, settantenne, una delle persone più eminenti di Gaza, ci ha detto: “Abbiamo sacrificato tutto per la nostra terra; abbiamo offerto i nostri figli come martiri; abbiamo venduto i gioielli delle nostre donne per sostenere l'eroica resistenza che ci difende: spero che venga un giorno in cui potrò vedere la nostra terra liberata”.

Ed ha aggiunto: “Ho dovuto lasciare la mia cittadina nella Palestina occupata nel 1948, che adesso è diventata una colonia ebraica, di coloni russi… Ed ogni volta che vedo una foto della cittadina, inviatami da uno dei miei nipoti attraverso internet, mi viene da piangere per quel che è successo al mio villaggio”.

 

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