Il ripiego etnico.

Il ripiego etnico

 

Ilan Pappe pappe@poli.haifa.ac.il

 

Dalla destra alla sinistra, i programmi presentati da tutti i partiti sionisti durante l’ultima campagna elettorale in Israele vantano la loro capacità di risolvere “il problema demografico” che la presenza palestinese in Israele porrebbe.

 

Ariel Sharon sosteneva che il ritiro da Gaza era la migliore soluzione; i dirigenti del partito laburista sostengono la costruzione del Muro poiché pensano che sia il miglior modo per limitare la presenza dei Palestinesi in Israele.

 

Alcuni gruppi extra-parlamentari, quali il movimento nato dagli Accordi di Ginevra, il Peacenow, la Coalizione  per la Pace e la Sicurezza, il Gruppo Ami Ayalon e l’Arco in Cielo Democratico Mizrahi, pretendono anch’essi una soluzione di fronte a quello che viene presentato come un problema.

 

A parte i dieci eletti dei partiti palestinesi e due Ebrei Askhenaziti Ultra Ortodossi marginali, tutti i deputati della nuova Knesset (120 in tutto) propongono le loro formule magiche per risolvere il “problema demografico”. I mezzi per farlo variano dalla riduzione del controllo israeliano sui Territori Palestinesi Occupati -il piano concordato dal Partito Laburista, Kadima e lo Shas che prevede il ritiro israeliano dalla metà di questi territori- fino alle azioni più autoritarie. I partiti di estrema destra come Yisrael Beytenu, il partito etnico russo di Avigdor Lieberman, e i partiti religiosi vogliono il trasferimento forzato dei Palestinesi in Cisgiordania. Riassumendo, la risposta sionista è sia quella di ridurre il problema cedendo una parte dei Territori Palestinesi Occupati, sia di ridurre quella parte di popolazione considerata “problematica”.

 

Niente di nuovo fin qua. Il problema demografico è stato visto come il principale ostacolo al compimento del progetto sionista dal XIX secolo, e David Ben Gurion aveva già detto nel 1947 “che non ci poteva essere uno stato ebraico stabile e forte fino a che la sua maggioranza ebraica fosse stata solamente del 60 per cento”. Nella stessa occasione che Israele avrebbe dovuto trattare questo “serio” problema con un “nuovo approccio. L’anno successivo, la pulizia etnica messa in atto ha ricondotto la presenza palestinese al di sotto del 20 per cento della popolazione dello stato ebraico (nella parte inizialmente concessa ad Israele dalle Nazioni Unite più la zona occupata con la guerra del 1948, i Palestinesi avrebbero rappresentato all’incirca il 60 per cento della popolazione). In maniera interessante ma un po’ sorprendente, Benjamin Netanyahu rimette sul tappeto nel dicembre 2003 il numero magico di Ben Gurion: quel 60 per cento di indesiderati. “Se gli Arabi in Israele formano il 40 per cento della popolazione”, dichiarò Netanyahu, “questa sarà la fine dello stato ebraico”. “ Ma anche il 20 per cento costituiscono un problema”, ha aggiunto. “Se l’esistenza di questo 20 per cento è problematico, allora lo stato è tenuto a utilizzare delle misure estreme”. Non ha precisato niente…

 

Israele ha rinforzato la sua popolazione grazie a due ondate massicce di immigrazione, ciascuna delle due da un milione di persone: nel 1949 e negli anni ’80.

 

Queste due ondate hanno abbassato la proporzione della presenza di Palestinesi e oggi questi Palestinesi rappresentano circa il 20 per cento della popolazione israeliana (senza tenere conto dei Territori Occupati). Ehud Olmert, capo del partito Kadima e attuale primo ministro, stima che se Israele mantiene la sua presenza nei Territori Occupati e se gli abitanti di questi territori vengo integrati alla popolazione israeliana, i Palestinesi supereranno gli Ebrei nei prossimi 15 anni. E’ per questo che si fa promotore di un “ripiegamento” o di un “riaccentramento” che consisterebbe nel lasciare diversi centri abitati palestinesi fuori dal controllo diretto israeliano. Ma se questa operazione si realizzasse, resterà malgrado tutto una consistente popolazione palestinese all’interno  dell’88 per cento del territorio della Palestina storica nel quale Olmert vede l’avvenire di uno stato ebraico e stabile.

Quale sarebbe la proporzione esatta dei Palestinesi?Non possiamo saperlo: i demografi israeliani che appartengono al centro o alla sinistra fanno delle stime basse che presentano la politica del ritiro come una soluzione razionale, mentre quelli legati alla destra tendono a esagerare le prospettive. Ma tutti sembrano d’accordo sull’idea che la bilancia demografica non resterà per sempre la stessa, visto l’alto tasso di natalità che predomina tra i Palestinesi, comparato a quello degli ebrei israeliani. Dunque Olmert può arrivare alla conclusione che il ritiro potrebbe anche non essere la soluzione.

 

Una volta che gli “Arabi” in Israele e i Palestinesi nei Territori Occupati potessero essere rappresentati in Occidente con il nome di “Musulmani”, diventerebbe più facile ottenere il sostegno alle politiche demografiche nei posti che contano: sulla collina del Campidoglio. Ma anche in Europa non era affatto necessario, dopo l’11 settembre, spiegare perché Israele aveva un “problema demografico”. Il 2 febbraio 2003, il popolare giornale “Maariv” usciva con una tipica  prima pagina: “Un quarto dei bambini in Israele sono Musulmani”. Il resto dell’articolo spiegava perché questa informazione costituiva una “bomba a orologeria” in Israele. L’aumento della popolazione di religione musulmana – 2,4 per cento ogni anno- non era più un problema, bensì un pericolo.

 

Durante la campagna elettorale, i differenti concorrenti hanno affrontato la questione utilizzando un linguaggio in voga in Europa e negli Stati Uniti durante i dibattiti sull’immigrazione. Qui, tuttavia, è la comunità immigrata che decide le sorti della popolazione autoctona e non il contrario. Il 7 febbraio 1948, dopo essersi spostato da Gerusalemme a Tel Aviv e aver visto a Gerusalemme ovest i primi villaggi svuotati dei loro abitanti Palestinesi, un Ben Gurion giubilante diceva a un gruppo di responsabili sionisti: “Quando arrivavo a Gerusalemme, sentivo che era una città ebraica. E’ un sentimento che provavo unicamente in alcune fattorie e a Tel Aviv. Ancora non tutta Gerusalemme  è diventata ebraica ma c’è già un blocco consistente senza arabi. Un blocco ebraico al 100 per 100. Perseverando…”, aggiunse, “questo miracolo si riprodurrà dappertutto”.

 

Ma malgrado questa perseveranza, una comunità di Palestinesi è riuscita a restare. Sono studenti alla mia università, in cui ci sono professori che parlano del grave problema demografico. Gli studenti Palestinesi di diritto all’Università Ebraica -i pochi “fortunati”- possono ascoltare Ruth Gabison, vecchia responsabile dell’Associazione per i Diritti Civili e candidata alla Corte Suprema, la quale si è recentemente pronunciata con delle visioni forti in merito alla questione, visioni che le sembrano probabilmente condivisibili. “Israele ha il diritto di controllare lo sviluppo naturale della popolazione palestinese”, ha dichiarato.

 

Fuori dal campus universitario, questi studenti non possono sfuggire al fatto che vengono considerati come un problema. Dalla sinistra sionista fino alla destra più dura, sentono quotidianamente che la società ebraica inten
de sbarazzarsi di loro. E avrebbero motivo di preoccuparsi ogni  volta che sentono che sono diventati “un pericolo”. Fino a che erano considerati come un problema potevano sentirsi protetti da una certa aspirazione alla democrazia e al liberalismo. Ma una volta che vengono considerati come un pericolo, possono andare incontro a politiche d’urgenza che si rifanno a delle leggi che risalgono al mandato britannico. Sotto questo tipo di provvedimenti, le case possono essere demolite, interdetta la pubblicazione di giornali e le persone espulse.

 

Le elezioni del 2006 hanno portato alla Knesset una solida coalizione decisa ad occuparsi del problema demografico: innanzitutto procedendo al ritiro da una parte della Cisgiordania, poi terminando il tracciato del muro intorno alle enclaves palestinesi. La frontiera tra Israele e la Cisgiordania  è lunga normalmente 370 chilometri, ma il muro che serpeggia raddoppierà questa lunghezza strangolando delle vaste comunità palestinesi. Nelle zone palestinesi di Israele la segregazione è garantita da programmi di costruzione approvati mentre Sharon era ministro delle infrastrutture nazionali: le colonie ebraiche schiacciano e circondano delle vaste zone palestinesi come Wadi Ara e la bassa Galilea.

 

Il 31 luglio 2003, la Knesset ha votato una legge che impedisce ai palestinesi di ottenere la nazionalità israeliana, il diritto alla residenza permanente o anche temporanea in caso di matrimonio con un/a cittadino/a israeliano/a. Il promotore di questa legge era un sionista liberale, Avraham Poraz del partito di centro Shinui. Egli descriveva la sua iniziativa come una “misura di difesa”. Solo 25 deputati della Knesset si sono opposti e Poraz è arrivato a dichiarare che coloro che erano già sposati e le loro famiglie “dovranno andare in Cisgiordania”, senza si tenga conto della lunghezza della loro permanenza in Israele.

 

I deputati Arbai della Knesset hanno partecipato alla presentazione di un ricorso alla Corte Suprema contro questa legge razzista. Quando la Corte Suprema ha respinto l’appello, la loro forza è crollata. I deputati Arabi appartengono a tre organizzazioni: il Partito Comunista (Hadash), il Partito Nazionale di Azmi Bishara (Balad) e la Lista Araba Unita animata dal settore più pragmatico del movimento islamista. La Corte Suprema ha espresso chiaramente i motivi del rifiuto del loro ricorso in relazione al sistema parlamentare e giudiziario. Abbiamo sempre detto che i Palestinesi potevano vivere nella sola democrazia della regione a che avrebbero avuto il diritto di voto, ma questo voto non darebbe a loro nessun potere.

 

Al termine della notte del 24 gennaio di questo anno, un’unità specializzata del corpo di polizia delle frontiere ha circondato il villaggio di Jaljulya. Le truppe hanno occupato le case ed espulso 36 donne, prima di deportarne 8 di loro. Queste donne sono state obbligate a ritornare nelle loro vecchie case in Cisgiordania. Alcune tra loro erano sposate da anni con dei Palestinesi di Jaljulya, alcune erano incinte e altre avevano dei bambini, ma i soldati hanno portato la prova al pubblico israeliano che quando il problema demografico si trasforma in pericolo, lo stato agisce rapidamente e senza esitazione. Un solo deputato della Knesset ha protestato, ma l’espulsione è stata sostenuta dal governo, la giustizia e i mezzi di informazione.

 

I dieci deputati della nuova Knesset che appartengono a dei partiti palestinesi non saranno in alcuna coalizione e si ritroveranno molto probabilmente marginalizzati e dimenticati come lo erano nell’ultimo parlamento (ci sono altri due deputati arabi e due deputati drusi che appartengono a Kadima e al partito laburista). Il giornale Haaretz ha inviato un giornalista per trascorre qualche giorno nelle “zone arabe” in modo da poter scrivere -come un turista antropologo- sulle reazioni dei palestinesi alle elezioni. A parte questo reportage, i media israeliani non avevano nulla da dire sul voto dei Palestinesi. In fondo, loro sono il problema, e non la soluzione. E se il prossimo ritiro non “stoppa” l’aumento del loro numero, l’operazione Jaljulya può mostrare che questa è la via da seguire.

 

Non è stupefacente che molti Palestinesi vogliono attualmente che la comunità internazionale intervenga. Ma Israele ha ignorato il giudizio della Corte Internazionale di Giustizia sul muro ed è poco propenso ad essere influenzato da ciò che vede come un’ ingerenza nei suoi affari interni.

 

C’è un altro appello che sembrerebbe ancora esitante ma che rivelerà la sua potenza: un appello per la creazione di un parlamento autonomo per i Palestinesi che vivono in Israele. In un mondo che ha marginalizzato questa comunità a due riprese -nella politica palestinese generale e nella società ebraica- il milione e trecentomila cittadini Palestinesi d’Israele hanno poco da perdere a boicottare la Knesset e scegliendo una rappresentazione autonoma. Chi lo sa?Forse riusciranno a convincere la società israeliana che sono “solamente” un problema e non un pericolo.

 

Traduzione di Nicola Perugini  

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