Il sorriso di Condoleezza. Dal Manifesto.

Da www.ilmanifesto.it del 27 luglio

Il sorriso di Condoleezza

In Libano la guerra imperversa, centinaia di morti, profughi amigliaia, città sotto tiro. L’Onu è bombardata ormai anche fisicamente, politicamente lo è da anni. A Gaza èmacelleria pura, ma ci abbiamo fatto l’abitudine. L’esercito israeliano è in difficoltà e comincia a contare le sue vittime. Il summit romano dei potenti non va al di là di una dichiarazione d’intenti, il cui unico punto che – forse – potrà essere messo rapidamente in pratica riguarda gli aiuti umanitari (ammesso che riescano a superare i posti di blocco). Nessun documento che impegni davvero, tantomeno quel cessate il fuoco che Prodi anelava e che la Rice ha cassato dal confronto. Intanto i pacifisti sono in vacanza, troppo spinoso è il nodo mediorientale per quella che il New York Times aveva chiamato «la seconda potenza mondiale». Questo è il crudo stato delle cose. Si dirà che era tutto ampiamente previsto, che la polveriera mediorientale non poteva che alimentarsi di nuovo fuoco nell’era della guerra preventiva, che – in fondo – il «modello iracheno» (dove si viaggia a una media di cento morti al giorno) non è stato altro che l’innalzamento all’ennesima potenza del «modello Palestina » (occupazione militare più kamikaze). Che, insomma, la guerra divampa ovunque e dappertutto cancella la politica. Masarebbe letale rassegnarsi al ridurre quest’ultima a puro corredo dell’imperio delle armi o a esercizio estetico di propagande o polemiche parlamentari. In fondo tutto quel dispiegamento di diplomatici, con migliaia di poliziotti a corredo, a qualcosa dovrebbe pur servire. Il dubbio è che ieri a Roma sia servito a ben poco. E che nonostante le formali soddisfazioni di rito, i nostri governanti stiano riducendosi alla parodia di Cavour: dicono che siamo un «grande paese », e poi si accontentano di un sorriso di Condy Rice, inchinandosi al suo cospetto. Se chi si assume l’onere di considerarsi parte del governo delmondononstrappa nemmeno il minimo – un cessate il fuoco in Libano e in Palestina – due sono le possibilità: o non conta nulla o si allinea volentieri. La rassegnazione spacciata per realismo è una brutta cosa. Almeno i francesi non fingono di essere soddisfatti e si lamentano. Noi no, noi ci raccontiamo di aver assunto un ruolo internazionale. Pazienza se nel concreto quel «ruolo» non produce nulla, l’importante è accontentarsi di ciò che passa il convento americano e annunciare «passi in avanti». Dove vadano quei passi non si sa: ciò che si vede è solo la prosecuzione di conflitti fuori controllo. Persino un loro allargamento. E la forza internazionale da dispiegare nel Libano, secondo gli intendimenti emersi nel summit di Roma, potrebbe – paradossalmentema non tanto – alimentarli fino a farli degenerare nel «modello iracheno», in assenza di una tregua immediata. Il realismo dei vincoli internazionali cui saremmo legati si traduce in puro velleitarismo, non produce alcun condizionamento positivo dell’azione degli «alleati »: non è successo in Iraq, non succederà in Afghanistan (su cui oggi il Senato voterà il proseguimento della missione), non accadrà in Medio Oriente. Vero realismo sarebbe smarcarsi dal gioco, rompere con le politiche di guerra, litigare con gli americani e diventare un punto di riferimento per un’altra politica internazionale. Fatta di mediazioni, coinvolgendo nel confronto anche i più «cattivi» e facendoli sedere attorno a un tavolo: sarebbe una splendida corruzione in chiave democratica degli integralismi che si combattono. Certo, ci perderemmo il sorriso di Condy Rice. Pazienza.

Gabriele Polo

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