In Libano Hezbollah segna un punto.

Da www.ilmanifesto.it del 13 maggio 2008
analisi
In Libano Hezbollah segna un punto
Michele Giorgio

Si seppelliscono e piangono i morti ma dopo cinque giorni di
combattimenti a Beirut, Tripoli, nel Jabal Druso e altre zone del
Libano, la politica comincia finalmente a prendere il posto delle armi
e ci si interroga sugli sbocchi della crisi più grave vissuta dal
Libano dalla fine della guerra civile nel 1990.
Su un punto nessuno ha dubbi. L’opposizione guidata da Hezbollah ha
confermato una superiorità militare che nessuno può sfidare e
soprattutto ha messo in chiaro che non esiterà a usareo la forza per
impedire il disarmo della resistenza su cui insistono i rappresentanti
del «fronte 14 marzo» che appoggiano il governo di Fuad Siniora.
Certo, il blitz armato di Hezbollah non può non suscitare
preoccupazione, non solo per i morti e i feriti provocati ma anche per
gli attacchi distruttivi subìti dai mezzi d’informazione del campo
avverso, che hanno il diritto di lavorare ed esprimere opinioni. Il
movimento sciita peraltro aveva più volte escluso l’utilizzo delle
armi contro gli altri libanesi.
Tuttavia è innegabile che, spinto ad usare la forza dall’improvvisa, e
sospetta per i tempi, decisione del governo Siniora di smantellare la
rete di comunicazione di Hezbollah, il leader del movimento sciita
Nasrallah ha finito per mettere in moto un quadro politico paralizzato
da troppo tempo. La sconfitta militare ha automaticamente prodotto una
sconfitta politica e la maggioranza di governo ora è in forte
difficoltà: potrebbe esser costretta ad accettare quel compromesso con
l’opposizione che per mesi ha rifiutato con ostinazione – e alle
condizioni di Hezbollah. Siniora, Hariri e il leader druso Jumblatt
cominciano a rendersi conto del passo falso compiuto una settimana fa
ordinando l’eliminazione delle rete di comunicazioni autonoma di
Hezbollah, che ha intepretato l’ordine come un primo attacco volto a
disarmare la resistenza. «E’ stata una disfatta totale per la
maggioranza» – commentava ieri l’analista Osama Safaa, dell’Istituto
per gli studi strategici di Beirut. «Per Hariri e Jumblatt è sfumata,
forse definitivamente, la possibilità di ottenere un rapido disarmo
della milizia sciita».
A Beirut si prevede la prossima formazione di un governo transitorio
formato da tecnici, se non addirittura di una giunta militare – lo
scriveva ieri il quotidiano al-Anwar – con il compito di emendare la
legge elettorale, sbilanciata a favore della maggioranza, e portare il
Libano alle elezioni. Uno sviluppo che include la nomina a presidente
della repubblica del capo di stato maggiore, Michel Suleiman – già
indicato dai due schieramenti come il candidato di «consenso
nazionale» – che ha conquistato altri consensi popolari tenendo
lontane le forze armate dalle barricate dei miliziani delle due parti.
Hezbollah peraltro è stato attento a non mettersi contro l’esercito,
cui ha subito ceduto il controllo delle postazioni conquistate a
Beirut ovest durante il suo blitz. In questo modo ha anche voluto
rassicurare il Libano (e la consistente minoranza cristiana) che il
suo non era un «colpo di stato» ma un regolamento di conti con due
esponenti della maggioranza – Hariri e Jumblatt – schierati in modo
accanito contro il movimento sciita.
La missione della Lega Araba, che comincia domani, punterà a soluzioni
immediate che non possono prescindere da ciò che è avvenuto sul
terreno e dall’indebolimento della maggioranza di governo. Non è
escluso che l’opposizione ottenga quel diritto di veto sulle questioni
riguardanti la sicurezza del Libano che chiede da lungo tempo per
aderire ad un governo di unità nazionale.
Per il commentatore politico Rami Khoury, del Daily Star, quanto è
avvenuto nei giorni scorsi potrebbe aver segnato una svolta inattesa
in Medio Oriente. «Forse saremo testimoni di un condominio politico
non dichiarato (in Libano) di Iran e Usa. Un modello anche per altre
parti della regione, in particolare per Iraq e Palestina», ha scritto
ieri, spiegando che questa soluzione sarebbe il risultato della
sconfitta della politica dell’amministrazione Bush di scontro frontale
con le forze nazionaliste e islamiste in Medio Oriente. Il Libano, ha
concluso, «potrà esistere come Stato unitario solo se la sua
popolazione multietnica e multiconfessionale potrà vivere in un
equilibrio di poteri».
***

il manifesto del 13 Maggio 2008
Beirut torna alla «normalità»
I miliziani armati si sono ritirati, la popolazione respira ma paure e
rancori restano. E a Tripoli e nelle zone druse si spara ancora
Michele Giorgio
Beirut

I beirutini di Hamra ieri hanno trovato nelle edicole non solo i
titoli preoccupati dei quotidiani ma anche il sorriso e i riccioli
rossi della popstar Mariam Fares sulla copertina di una popolare
rivista di moda. Un’ immagine segno di una normalità che, sia pure a
fatica, sta tornando nelle strade del cuore commerciale di Beirut
Ovest, la zona musulmana della capitale libanese.
Dopo giorni di chiusura e timori, finalmente hanno riaperto negozi,
cafes e ristoranti e si sono rimesse in moto le attività quotidiane di
questa parte della città. Non ci sono più i miliziani armati nelle
strade e la popolazione respira dopo aver temuto una nuova guerra
civile. Nel resto del Libano il quadro della situazione non è
altrettanto confortante. Si è sparato ancora a Tripoli tra fazioni
sunnite rivali, ed è pesante il bilancio che arriva dalle zone druse
dove domenica si è combattuta, anche con l’uso di mortai, una delle
più violente battaglie dall’inizio della crisi, tra combattenti di
Hezbollah e del Partito socialista progressista di Walid Junblatt, il
leader druso nemico del movimento sciita guidato da Hassan Nasrallah.
In poche ore è salito ad almeno 60 il bilancio delle persone rimaste
uccise nei combattimenti tra le forze fedeli al sunnita Saad Hariri e
a Junblatt e i sostenitori dell’opposizione.
Ma la normalità che riaffiora ad Hamra non basta a nascondere paure e
rancori. Il blitz militare attuato da Hezbollah in risposta a quello
del governo Siniora contro le rete di comunicazione autonoma del
movimento sciita, ha provocato ferite che non sarà facile rimarginare
in questo quartiere popolato in grande maggioranza da musulmani
sunniti, molti dei quali sostenitori di Hariri, ma che è anche un
punto di riferimento per tanti simpatizzanti della sinistra libanese
schierata con l’opposizione. Gli umori talvolta sono indecifrabili, i
dissapori diffusi: tra coloro che fino a qualche tempo fa erano amici
con opinioni diverse e che ora si ritrovano in due campi avversi, tra
chi si scopre più «militante» e persino tra fratelli.
«A casa è un disastro – confessa Maher, sciarpa e occhialetti da
intellettuale – siamo sunniti e così gran parte dei miei familiari
sono con Hariri e infuriati con Hezbollah. Mio fratello Rafiq ed io
invece abbiamo sempre appoggiato le resistenza e ammiriamo Nasrallah.
E’ una atmosfera pesante nella quale non è facile vivere». Abu Ali,
taxista e comunista da sempre è dispiaciuto. «Da un lato so che
Hezbollah doveva agire, non poteva rimanere immobile mentre gli altri
(il governo Siniora, ndr) colpivano la resistenza contro Bush e
Israele, ma non mi aspettavo tanta violenza, tanti morti. Io la guerra
civile l’ho già vista e non mi è piaciuta, non voglio vedere altra
gente morire e spero che Nasrallah sappia cosa sta facendo», spiega
visibilmente preoccupato.
Le vendette sono il pericolo che molti intravedono nel prossimo futuro
qui ad Hamra. Ritorsioni mirate verso quelli che appartengono allo
schieramento avverso, in particolare contro gli «amici di Nasrallah».
Alcuni dei cafes e locali pubblici noti come ritrovi dei simpatizzanti
dell’opposizione stentano ad aprire e i proprietari mantengono un
profilo basso. Si teme il risentimento degli attivisti sunniti che
avevano provato ad opporsi ad Hezbollah e ai suoi alleati ma che in
poche ore sono stati sopraffatti, mandando in fumo i piani di chi, non
solo in Libano, sperava di poter creare una forza capace di
contrastare sul terreno lo strapotere militare degli sciiti.
L’arrendevolezza dei combattenti sunniti è stata accolta con stupore a
Beirut Ovest e, a quanto pare, a Washington. Secondo il Los Angeles
Times, che cita fonti dei servizi di sicurezza libanesi, Washington
per quasi un anno ha sostenuto in segreto la formazione di una milizia
sunnita agli ordini di Saad Hariri e del suo partito Mustaqbal, dal
nome «Security Plus» e forte di circa tremila uomini. Una «agenzia di
sicurezza» costata milioni di dollari che si è sciolta come neve al
sole dopo appena qualche ora di combattimenti con gli uomini di
Hezbollah. I miliziani sunniti si sono arresi subito, consegnando le
armi all’esercito e alcuni di loro hanno lanciato accuse a Saad
Hariri, responsabile di averli lasciati soli e senza munizioni e
ordini precisi.
L’ansia della rivincita da parte dei sunniti più arrabbiati non
riguarda solo Beirut Ovest ma anche Tripoli dove il gruppo «Incontro
islamico» ha annunciato ieri di voler dar vita a una milizia per
difendersi da Hezbollah. Il suo leader ed ex parlamentare Khaled
al-Dahir ha spiegato di volersi fare giustizia da solo perché
l’esercito libanese «non è in grado di garantire la sicurezza interna
e di proteggere Beirut, obiettivo delle milizie sciite». «Gli ultimi
avvenimenti hanno visto Beirut vittima delle bande criminali iraniane
e del regime siriano – ha spiegato -. Per questo annunciamo la nascita
della resistenza islamica nazionale per difendere il paese. I sunniti
in Libano risponderanno agli attacchi contro i loro beni. Ne abbiamo
tutte le possibilità».
E nella Beirut delle divisioni laceranti tra musulmani e delle rese
dei conti, sono emersi anche i giovani del Partito social-nazionale
siriano (Psns), minuscola organizzazione politica libanese. Rimasto
per anni ai margini della vita politica e poco influente ai vertici
del fronte dell’opposizione, il Psns è improvvisamente riapparso con
prepotenza sulla scena della più grave crisi dai tempi della guerra
civile grazie, si dice, a finanziamenti siriani. Scomparsi i miliziani
armati di Hezbollah e Amal, nelle stradine di Hamra sono rimasti loro,
a tenere in piedi punti di «controllo».
Un attività che per tanti è anche un lavoro. Figli della piccola
borghesia impoverita dalla crisi economica e dall’inflazione si
offrono come attivisti del Psns per 100 o 200 dollari al mese. Quelli
che lavorano per Rafiq Hariri ne prendono 400 ma sono usciti battuti
dalla battaglia di Hamra e a pattugliare le strade non ci vanno.

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