In memoria della figlia d’un combattente.

Care tutte e tutti, 

vi giro un bellissimo articolo di Gideon Levy sulla commemorazione di Bassam Aramin, padre di Abir, fatta durante la funzione svoltasi ad Anata.

 

Un abbraccio,

 

Luisa Morgantini

 

 

La figlia di un combattente

«Ho capito che mia figlia aveva bsogno di un miracolo e non ci sono miracoli ai nostri giorni. Mi sono detto che non volevo vendicarmi».

Monologo di Bassam Aramin, militante nei «Combattenti per la pace», che ha perso sua figlia Abir, 11 anni, questa settimana, in incidenti con la polizia israeliana di frontiera.

Gideon Lévy – Haaretz, 25 gennaio 2007

www.haaretz.co.il/hasite/pages/ShArtPE.jhtml?itemNo=817342

E’ una granata che l’ha presa alla testa, l’onda d’urto o un proiettile rivestito di gomma sparato da guardie di frontiera? Cambia qualcosa che sia l’una o l’altro? La guardia di frontiera aveva l’intenzione di uccidere una bambina di 11 anni? O non è stato intenzionale? Cosa cambia? La questione vera è sapere perché delle guardie di frontiera vengono quasi ogni giorno a Anata, atto diabolico, proprio nel momento in cui i bambini della scuola si disperdono per rientrare a casa. Cosa diavolo devono cercare vicino alla scuola di Anata? Le guardie di frontiera arrivano, dei bambini della scuola lanciano pietre contro di loro, le guardie di frontiera aprono il fuoco e uccidono  un’altra bambina innocente, e nessuno deve renderne conto. E’ la polizia del distretto di Giudea-Samaria che indaga, nemmeno il Dipartimento d’Investigazione sui Poliziotti.

In queste ultime settimane, abbiamo parlato qui anche di Wahib Al-Dik, un operaio del villaggio di Al-Dik, e del bambino dei cavalli, Jamil Jabaji, del campo di Askar, che sono stati uccisi per il crimine di aver lanciato  pietre. Ora Abir Aramin, una bambina di 11 anni, si è aggiunta a loro. La morte per chi lancia pietre o chi si trova vicino a loro.

Ma la storia di Abir è un po’ diversa. Lei è una «figlia di» Bassam Aramin, un militante dei «Combattenti per la Pace», un’organizzazione di combattenti dei due campi che hanno deciso di lasciare l’uniforme, di deporre le armi e di parlare di pace. Negli ultimi mesi Bassam Aramin ha dato conferenze in decine di luoghi in tutto il paese, presso privati, in scuole e università, da Hatzor Haglilit fino a Kfar Saba. Qualche giorno prima di perdere Abir, egli era apparso davanti a studenti dell’Università di Tel Aviv. Ora è anche un padre in lutto.

Questa settimana, la tenda del lutto, vicino alla Casa del Consiglio di Anata, è volata via con il vento. All’interno della Casa, si serviva un gran piatto di montone, riso e yogurt che si versava da enormi marmitte servite una volta all’esercito israeliano, casher per i piatti a base di prodotti lattieri. Decine di uomini, scuri e tristi, erravano qua e là, abbattuti. Nell’ufficio del capo del Consiglio, dove una foto ingrandita del passaporto di Yasser Arafat è attaccata al muro, abbiamo ascoltato, per un’ora buona, Bassam Aramin.

Leggete il suo doloroso monologo, ascoltate le sue parole; non si erano sentite parole come queste da tempo.

38 anni, padre di 6 figli (tra cui Abir), 7 anni passati in una prigione israeliana, originario del villaggio di Seir, vicino ad Hebron, vive da quando è sposato a Anata, nel  “retro cortile” di Gerusalemme. Lavora negli archivi nazionali palestinesi a Ramallah. Parla correntemente l’ebraico. Grazie alla carta d’identità blu di sua madre che è gerosolomitana, Abir aveva la residenza israeliana.

«Ci siamo incontrati per la prima volta il 16 gennaio 2005, esattamente due anni prima del giorno in cui Abir è stata uccisa. Abbiamo incontrato 7 ex soldati israeliani che avevano rifiutato il servizio militare e desideravano incontrare dei combattenti palestinesi. Ci siamo riuniti nell’hotel Everest a Betlemme. 4 Palestinesi e 7 Israeliani. L’incontro è stato molto duro. E’ la prima volta che ti ritrovi seduto con il tipo che ti umilia, che ti spara addosso, che ti ferma ai checkpoint, che partecipa a tutte le operazioni lanciate contro di te in Cisgiordania. All’inizio, pensavamo che potevano essere dei membri della Sicurezza Generale israeliana o dei soldati di Douvdevan [unità dell’esercito israeliano che opera sotto travestimento per fermare  persone ‘ricercate’ – NdT] venuti a incastrarci. Ma ho visto la paura anche negli occhi degli Israeliani che pensavano che forse noi li avremmo sequestrati o uccisi.

«La prima ed ultima volta che sono stato arrestato, è stata nel 1985, all’età di 16 anni. Quando sei un ragazzo, hai già un certo bagaglio. Un ragazzo come me, che ha cominciato la sua lotta innalzando una bandiera palestinese nella notte, non aveva bisogno di essere educato né spronato. Sentivo che non avevo altra scelta che resistere a chi veniva a colpirmi, stranieri che non parlano la nostra lingua e di cui non capiamo cosa vogliono. Quando chiedevo a mio padre, che ora ha 95 anni, di che si trattava, chi erano, lui mi diceva: sono degli ebrei. E cosa vogliono?Vogliono occuparci. Perché? Non riusciva a spiegarmelo. Allora, tutto quel che noi volevamo, era che questi stranieri sparissero dal villaggio, dal nostro campo di giochi, che nessuno venisse a darci fastidio. All’epoca di cui parlo, non avrei potuto spiegare cos’erano la libertà, l’indipendenza, la Palestina. Tutto ciò non m’interessava.

«Un giorno, c’è stata una manifestazione a Halhul, in memoria di una studentessa che era stata uccisa. Avevo 12 anni e i soldati sono arrivati e hanno cominciato a sparare. Come fanno loro: arrivano rapidamente, cadendoti addosso dal cielo; c’è una manifestazione e subito arrivano, lanciando gas lacrimogeni e aprendo il fuoco. Che fifa ho avuto! Le persone si sono disperse. Io zoppico dalla nascita;  volevo fuggire ma non riuscivo come gli altri bambini e i soldati mi hanno preso. Che ricordi! Dei soldati molto

grandi, terrificanti, che mi hanno picchiato e io sono caduto a terra. Poi sono fuggito e ho pensato che  dovevo vendicarmi. Io non avevo fatto niente a loro e tuttavia, ogni volta, sempre, loro ci fanno questo. Sono fuggito verso le colline e là ho sentito delle grida venire dallo uadi. Abbiamo trovato un contadino che aveva preso 6 proiettili nelle gambe mentre stava lavorando sulla sua terra. Quanto ho pianto su di lui!

«Vedevo bene che i soldati si innervosivano quando scorgevano una bandiera palestinese. Non capivo che era perché si trattava di un simbolo ed ero disarmato, non avevo niente per fare resistenza, allora se loro odiavano la bandiera, io sapevo cosa dovevo fare. E’ così che ho cominciato ad attribuire valore a questa cosa, senza comprenderne il significato. Sono tornato a casa e ho scelto tra i miei vestiti, in base ai colori: tutto ciò che era nero, rosso, verde e bianco, io l’ho preso, senza farmi scoprire da mia madre, e sono andato dagli amici. Abbiamo cucito una bandiera. La notte, noi andavamo sull’albero più grande che c’era a scuola e vi attaccavamo la bandiera. L’indomani i soldati tornavano. E’ stato il nostro gioco di bambini, la nostra lotta violenta, per mesi, fin quando i soldati ne hanno avuto abbastanza e hanno tagliato tutti gli alberi della scuola. Poi siamo passati ai pali dell’elettricità e del telefono, e abbiamo anche cominciato a scrivere ‘la Palestina vivrà’ sui muri. Era la nostra speranza: liberare la Palestina. Pensavamo che, se questa bandiera  restava in alto, la vittoria era nostra.

«Poi abbiamo visto che questo non funzionava. Parlare e scrivere non aiuta, e lanciare pietre è una perdita di tempo. Volevamo armi. Per fortuna, o per sfortuna, abbiamo trovato, in una grotta, delle vecchie armi appartenute a soldati giordani fuggiti nel 1967. Due bombe a mano, dei fucili e un revolver. Mi sono detto: d’ora in poi, qualcosa che si chiamerebbe Israele, non esiste. Avevo un’arma. Bisognava solo trovare dei proiettili, un proiettile per ogni Israeliano.

«Ho sentito che ero un adulto, non più un ragazzino, ma i miei amici mi hanno detto che non avrei potuto accompagnarli, perché zoppico e bisognava che la missione riuscisse. Hanno lanciato due bombe su dei soldati senza colpirli. Hanno sparato contro una jeep e nessuno è rimasto ferito. Sono andati tutti in prigione per lunghi anni, senza avere le mani insanguinate. Anch’io sono stato arrestato e mi sono ritrovato per 7 anni in prigione. Combettante ed eroe, sono passato dai giochi infantili alle cose serie. E in prigione ho provato il bisogno di leggere su questa lotta, di sapere cos’è questo problema palestinese, chi sono gli ebrei, perché c’è un’occupazione – comprendere una situazione di cui io faccio parte. Ho cominciato a comprendere il nostro problema, la nostra storia e quella degli ebrei, dalla loro schiavitù in Egitto e come  abbiano subito un genocidio e come noi paghiamo ora il prezzo della loro sofferenza.

«Quando ho visto un film sul genocidio degli ebrei, nell’86, nella sala 6 dell’ala C della prigione di Hebron, ho capito molte cose. Prima di aver visto questo film, mi chiedevo perché Hitler non li aveva uccisi tutti: se lo avesse fatto, io non mi sarei ritrovato in prigione. Ma avevo voluto concentrarmi su quel film e capire cos’era il genocidio. Dopo il primo quarto d’ora del film, mi sono ritrovato a piangere su queste persone che andavano, nude, alla morte, senza essere colpevoli di niente, semplicemente perché erano ebrei. La maggior parte degli altri detenuti dormiva. Io non volevo che nessuno mi vedesse piangere. Su chi piangi tu? Su questa gente che ti ha messo in prigione e ci occupa?

«Nel film ho visto persone a testa bassa. Senza resistenza. Persone sepolte vive dai bulldozer, che entravano per essere gasate, soffocare e morire, e dei corpi messi nei forni. Questo mi faceva molto male e mi faceva arrabbiare vedere qualcuno sul punto di morire – e senza resistere. Nemmeno un grido per far sapere che sei vivo.

«L’1 ottobre ‘87 quasi un centinaio di soldati, in maggioranza mascherati, sono entrati nella nostra ala, riservata ai giovani. Abbiamo dovuto spogliarci tutti, cosa molto umiliante per noi, poi abbiamo dovuto passare per il corridoio e prendere botte dalle due parti finché non siamo arrivati in cortile. Mi sono ricordato la mia rabbia davanti agli ebrei che non avevano resistito durante il genocidio e, senza rendermene conto, mi sono messo a gridare. Dopo qualche minuto non vedevo più i soldati. Sentivo che ero più forte di loro. Eravamo circa 120 ragazzi a prendere botte. Quando ho chiesto perché all’ufficiale di servizio, mi ha detto: quelli non fanno parte della prigione. Loro erano soldati in esercitazione. Addestramento. Si addestravano a uccidere l’umanità in un essere umano, a mettergli in testa solo idee di vendetta.

«Molte di quelle cose che avevo visto nel film sul genocidio degli ebrei, le ho viste in seguito nella vita. Ho visto, durante l’Intifada, come seppellivano persone vive a Salem, e come uccidevano una donna e la lasciavano sulla strada, esattamente come nel film dove avevo visto un ufficiale nazista sparare su una donna dalla sua finestra e poi la gente passava e la lasciava sulla strada. Come può qualcuno che ha conosciuto il sapore della sofferenza, della schiavitù e del razzismo, fare le stesse cose a un altro popolo? Malgrado ciò, avevo molti amici tra le guardie, ma per me gli Israeliani erano solo soldati, coloni e guardie carcerarie.

«Quando sono stato liberato nel ‘92, cominciava già ad esserci un’atmosfera di speranza. Mi sono sposato ed ho cominciato ad avere dei figli. Ho sempre sognato che la loro vita non sia cattiva come quella della mia generazione. Volevo proteggerli. Spiegargli tutto, che non crescano, come me, senza sapere niente. Che sappiano cosa sono i Palestinesi e cosa sono gli Israeliani. Che siano dei combattenti ostinati nello studio, che lottino contro l’occupazione e per lo sviluppo di una buona economia. Che giochino, disegnino, studino come tutti i bambini. Tutti i bambini vogliono essere medici. Abir voleva diventare ingegnere. Ecco come volevo crescere i miei figli.

«Mi sono ritrovato nei ‘Combattenti per la Pace’ e, dal primo incontro, sapevamo che saremmo stati a lungo insieme e che avevamo una grande responsabilità in questa lotta per la vita, la libertà, a spiegare il valore della vita umana, perché noi eravamo degli strumenti della guerra provenienti dai due campi. A spiegare agli Israeliani, che non sanno cos’è un’occupazione, che i loro figli si trasformano in assassini crudeli che credono di difendere la sicurezza mentre, al contrario, la mettono in pericolo.

«Un giorno, alla fine di una conferenza a Hatzor Haglilit, una studentessa mi si è avvicinata per dirmi che Hatzor Haglilit era un luogo molto duro, dov’erano caduti molti Katiuscia. Poi mi ha detto: ‘Lei è il primo Palestinese che incontro’. Mi ha abbracciato e mi ha detto: Ora ho fatto la pace con i Palestinesi. Non mi fiderò più dei bollettini d’informazione, né del governo, né di tutte queste menzogne. Ho capito tutto.’ Questo mi ha veramente incoraggiato molto: vedere qualcuno appartenente all’altro campo che ti comprende e ti accoglie e ti accetta.

«Martedì della settimana scorsa dormivo ancora quando Abir è partita per la scuola. Aveva un compito di matematica. Alle 9 e mezza sono sceso verso Ramallah dove lavoro. Abir mi aveva detto, la sera prima, che voleva andare da un’amica per studiare e io le avevo risposto: ‘Ti aiuterò io a studiare’.

«Ero in un taxi collettivo e ho dato un’occhiata per vedere le mie figlie uscire da scuola. Sulla sinistra ho visto una jeep di guardie di frontiera. Le ho guardate e ho pensato: perché vengono adesso? Per maltrattare i nostri figli? Inshallah, che non accada niente! Che le bambine respirino solo un po’ di gas. Quando sono arrivato all’incrocio di A-Ram, una maestra della scuola mi ha telefonato per dirmi che Abir era caduta e chiedere che sua madre venga a prenderla a scuola. Ho telefonato a casa per dirlo alla mamma di Abir e mi ha risposto Arin, la mia figlia maggiore, di 12 anni, piangendo. Io non capivo niente. Una vicina ha preso il telefono e mi ha detto: ‘I soldati hanno sparato a tua figlia, alla testa, e lei è ferita’.

«Ho contattato la scuola e mi hanno detto che era stata portata all’ospedale Makassed [a Gerusalemme Est]. Sono andato immediatamente a Makassed. Mentre andavo ho visto la jeep delle guardie di frontiera vicino al Consiglio locale, ma ho pensato che ora non avevo tempo per discutere. Quando sono arrivato a Makassed, mi hanno detto che le sue condizioni erano molto gravi. Mi hanno detto che bisognava operarla. Ho avuto paura. Ho detti loro che Abir aveva una carta d’identità israeliana e che volevo portarla all’ospedale Hadassah. Per accelerare le cose, ho telefonato al Centro Peres per la Pace che mi ha veramente aiutato e ha mandato un’ambulanza del Magen David Adom che ha trasferito Abir all’ospedale Hadassah. Là, hanno valutato che non bisognava operare. Grazie a Dio, mi sono detto.

«Alle 7 di sera, le sue condizioni sono peggiorate. Improvvisamente è stato necessario operarla. ‘Bisogna sperare in un miracolo’, mi hanno detto i medici. Ho capito che mia figlia aveva bisogno di un miracolo e non ci sono miracoli ai nostri giorni. Mi sono detto che non volevo vendicarmi. La vendetta è che quest’eroe, che mia figlia aveva messo in pericolo e che le ha sparato, compaia davanti alla giustizia. Dopo di ciò, Abir è stata dichiarata ufficialmente deceduta.

«Da quel che mi è stato raccontato, ho compreso che i bambini lanciavano pietre e che la guardia di frontiera ha lanciato una granata verso la testa di Abir, da una distanza di 4 metri. All’inizio essi hanno detto che lei era stata ferita da una pietra. Conosco questo gioco, ma non avrei creduto che giungessero a un grado tale du bassezza – mi scuso per questa parola – come quando hanno detto, su Canale 2, che Abir giocava con qualcosa che le è esploso in faccia. Le dita indenni e la testa esplosa? Miserabili bugiardi, ho detto: mandano un ragazzo di 18 anni con un M-16, gli dicono che i nostri bambini sono i suoi nemici e lui sa che nessuno sarà incriminato; allora spara a sangue freddo e diventa un omicida.

«Non sfrutterò il sangue di mia figlia a fini politci. E’ il grido di un uomo. Io non perderò la testa solo perché ho perduto il mio cuore, mia figlia. Continuerò a lottare per proteggere i suoi fratelli e sorelle, le bambine della sua classe, le sue amiche, palestinesi e anche israeliane – sono tutti nostri figli.

 

Traduzione dal francese all’italiano a cura di Marianita De Ambrogio

 

 

 

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